Ci sono voluti ben trentadue anni per rivedere un nuovo lavoro degli alfieri del thrash metal svizzero insieme ai Celtic Frost. I Coroner ci avevano lasciato nel 1993, con l’uscita di “Grin”, e tornano ora con “Dissonance Theory”, un disco che sembra prodotto con una cura davvero maniacale: visto e rivisto in ogni dettaglio, con una precisione tale da (ironicamente) giustificare l’assenza prolungata.
La band di Ron Royce, Tommy Verletti e Diego Rapacchietti, con “Dissonance Theory”, mantiene altissimo il nome dei Coroner con quarantasette minuti tagliati con l’accetta, dove nulla è eccessivo e ogni surplus inutile è eliminato chirurgicamente. Ogni brano dura esattamente quanto deve.
Equilibrio e immediatezza sono due caratteristiche fondamentali di gran parte dei brani, tutti dritti al punto, senza fronzoli o eccessivi sfoggi di tecnica, nonostante quest’ultima sia più che evidente. I riff sono articolati e coniugano il thrash tecnico marchio di fabbrica della band con brevi momenti atmosferici e con groove più moderni che potrebbero ricordare i Mastodon.
L’inizio di “Consequence” non si dimentica facilmente, così come la cavalcata thrash di “Sacrificial Lamb”, anticipata da accordi atmosferici e seguita da sfuriate di chitarra tra l’epico e il tragico. Non ci sono mai cali di tensione, dai momenti più speed (“Symmetry”, “Renewal”) a brani più complessi e altalenanti nella struttura come “The Law”.
“Prolonging” chiude il cerchio in modo inatteso, con una chitarra che fa da base a un lungo assolo di tastiera vintage quasi à-la Doors e a un finale ambient. Sarà il preannuncio di una nuova vita per i Coroner? Difficile crederlo, ma un finale così, in un disco thrash metal, solo una grande band poteva anche solo immaginarlo.
26/12/2025