L’approccio di Ethel Cain alla musica è un connubio di profonda trasparenza e lugubri cromatismi, come se nel dipingersi la cantautrice della Florida avesse applicato un lucido trasparente per rendere più accurato e verosimile il suo ritratto e la cupezza di colori che lo compongono. Il terzo album di Ethel Cain, a soli sette mesi da “Perverts“, è narrativamente un prequel del concept album datato 2022 “Preacher’s Daughter“, che raccontava senza filtri di una protagonista annebbiata da problemi di fede, dipendenze e relazioni tossiche, e che culminava nel tragico finale in cui Ethel Cain veniva letteralmente divorata dal fidanzato.
Se la storia sembrava già conclusa, a causa di un finale che lasciava poche interpretazioni e ancor meno eventuali sviluppi narrativi, Ethel Cain decide di approfondire ancora meglio la sua vicenda partendo dal passato, donandoci un intero album che viene annunciato a giugno dal singolo “Nettles”. Il brano cresce lentamente per i suoi 8 minuti, senza fretta, come se potesse durare all’infinito; il banjo, i violini e la chitarra calzano impeccabilmente sulle vocals di Ethel Cain che si rincorrono giocosamente. L’arrivo della batteria a quasi metà del brano sembra allontanare via via tutti gli altri strumenti per lasciare il centro del palco alla voce che poi si raddoppia armonicamente favorendo il ritorno della melodia principale in un culmine strumentale. “Nettles” riesce a catturare musicalmente ed emotivamente: è un country-folk cupo, crudo che però coccola fino alla fine, non facendo percepire la sua lunga e anomala durata.
Il 4/4 del secondo singolo, “Fuck Me Eyes”, ci trasporta invece da tutt’altra parte, i malinconici synth anni 80 e la batteria filtrata ci rimandano ad atmosfere dream-pop che si distendono in strumentali affascinanti e sognanti. Con il suono monolitico di “Willoughby’s Theme”, iniziamo però a prendere familiarità con alcune delle influenze principali di questo disco. Le atmosfere post-rock alla Godspeed You! Black Emperor e la ripetizione quasi ipnotica del tema strumentale al pianoforte sono avvolte in un alone di malinconia e gli accordi sono pesanti come lente pugnalate. La melodia principale di “Willoughby’s Theme” ritorna qualche brano dopo in “Willoughby’s Interlude”, che inizia e si svolge in un durevole muro ethereal wave, quasi ambient, che non vuole dimostrare grandezza ma che nella sua calma manifesta imponenza e staticità. Il finale sembra voler creare un nuovo tema e la chitarra che arriva dopo sei minuti di evoluzioni strumentali eteree suona tangibile, come se venisse suonata a un passo da noi per rapirci lentamente.
Lo slowcore (che da qui sarà una presenza stabile fino alla fine del disco) viene introdotto in “Dust Bowl”, che procede tra i bassi profondi e la voce melanconica di Ethel Cain e si conclude con delle chitarre celestiali che assomigliano a voci a cui viene lentamente spezzato il fiato. E se “A Knock At The Door” persegue questo filone slowcore, “Radio Towers” ritorna ai suoni ambient e ai tempi distesi di “Willoughby’s Theme” e “Willoughby’s Interlude”, in un brano che sembra immobile, fermo come se riproducendolo il tempo smettesse, per cinque minuti e dodici secondi, di scorrere. Gli accordi di piano ricordano le onde del mare che però anziché abbattersi sugli scogli, si distendono a rilento sulla sabbia.
Le due tracce finali sottolineano ulteriormente questo senso ipnotico e sedativo: “Tempest” prende sempre più forza e all’arrivo della batteria ricorda gli Have A Nice Life di “Deathconciousness“, le voci poi si fanno sempre più riverberate, spirituali, quasi confuse e il climax finale non è carico ma denso, di una potenza emotiva non indifferente.
I 25 minuti sommati delle due canzoni finali concludono degnamente il disco. “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” è un’adeguata prosecuzione di “Preacher’s Daughter”, tematicamente e musicalmente, la sperimentazione post-rock e slowcore è in amichevole connubio con i motivi orecchiabili e melodicamente risolutivi che, pur essendo coerenti con il contesto, a volte risultano eccessivamente ripetitivi e un po’ ostici. Anche le strutture più insolite e meno immediate, tuttavia, sono supportate dai muri sonori riflessivi e a tratti trascendentali che accompagnano l’ascoltatore in una perenne ricerca di sé e che ci fanno sperare in una continua crescita artistica di Ethel Cain, che nel frattempo sta beneficiando di un’involontaria pubblicità a causa di una querelle social con Lana Del Rey. La cantautrice di “Born To Die“, infatti, ha pubblicato su Instagram un frammento di un nuovo brano che include il verso: “Ethel Cain ha odiato il mio post su Instagram/ Pensa sia carino ricreare la mia posa di Chicago”. La tensione tra le due cantanti sembra essere legata al fatto che Cain sta frequentando l’ex di Del Rey, Jack Donoghue dei Salem. Nel 2022 entrambe avevano pubblicato delle foto con Donoghue: quella di Del Rey davanti a un carcere di Chicago, quella di Cain all’aperto – un dettaglio che sembra aver ispirato il verso “ricreare la mia posa di Chicago”.