Un concentrato di fantasia e talento tutto al femminile. L’album da solista della batterista delle Savages (band in stallo da ben sette anni) è il risultato di una capiente sceneggiatura sonora, dove collimano riflessioni, pensieri e anomalie di un universo ancora tutto da esplorare. Sotto il nome di Goddess, Fay Milton mette a punto un puzzle art-pop dove sono abilmente incastonati trip-hop, ipnotiche sonorità noir, confessionalità neo-soul, piacevoli echi darkwave, velleità pop, e soprattutto un’apprezzabile ambizione nel voler rappresentare non solo il personale microcosmo emotivo, ma anche quello delle tante voci che alimentano le dieci canzoni dell’album.
Lo spessore di “Goddess” è garantito da una chimica emotiva che riesce a stemperare le pur evidenti divergenze creative. Fay Milton mette da parte anche l’esuberanza del proprio strumento, la batteria, per un substrato sonoro più variegato, nonché adatto a dar spazio alle diverse eroine dell’album.
Le dieci canzoni sono come sassolini gettati tra le onde, brani che si espandono senza travolgere, potenti nella loro identità di messaggio contro il mai sopito maschilismo (il limpido trip-hop di “Animal” con Delilah Holiday), ma anche corrosive e provocatorie nello sbandierare il vessillo transgender (la robotica e industrial “Fuckboy”, condivisa con l’artista gallese Salvia).
Come prevedibile, a ognuno dei brani corrispondono caratteristiche diverse; l’ex-Noisettes Shingai squarcia con toni taglienti le oscure trame trip-hop/post-punk di “Little Dark”, mentre l’ex-Daughter Elena Torna aggiunge dramma e sensualità sotto le vesti del nuovo moniker Ex: Re alla suadente “Shadows”; con egual intensità, Isabel Muñosz-Newsome (Pumarosa) lascia scivolare la più ordinaria “Bad Child”.
Purtroppo, non convince del tutto il tentativo di entrare nell’immaginario di Lana Del Rey di “Darling Boulevard” (con Bess Atwell) e l’ancor più onirica e naif “Diamond Dust” (Izzy Bee Phillips). Per fortuna il graffio rap della ottima “Bounce” ristabilisce il giusto tasso di energia e originalità grazie a un groove che fonde synth-pop e club-dance senza lasciare scampo.
Sorprende la presenza di un brano degli Afterhours (“Grande”, tradotta in “Golden”), che Shadow Stevie interpreta con struggente partecipazione. Ancora una cover chiude le ostilità, “22nd Century”, un brano portato al successo da Nina Simone, riproposto con non molta convinzione e per molti versi rappresentativo di un progetto che, pur meritando attenzione, mantiene solo in parte le promesse.
25/07/2025