JEREMY TUPLIN - Planet Heaven

2025 (Trapped animal)
pop, songwriter

E’ un cantautore atipico, Jeremy Tuplin, un sognatore, un poeta d’altri tempi, più interessato alla narrazione e alla potenza emotiva della musica che alla seduzione del successo. Non deve essere stato facile per il musicista inglese dover superare la frustrazione per la scarsa accoglienza del suo quarto album “Orville’s Discotheque”, un azzardo concettuale che metteva sullo stesso piano narrativo la mitologia greca e la musica disco.

Con “Planet Heaven”, Tuplin riparte dal dimenticato esordio per la Folkwit “I Dreamt I Was An Austronaut”, recuperandone anche l’approccio più artigianale o se volete DIY. La magia del cosmo è nuovamente al centro di canzoni mai così suadenti: i poco più di quattro minuti di “Old House & The Waves” sono la chiave d’accesso perfetta a quello che senza dubbio può essere definito come il miglior album dell’artista londinese.
La natura più personale e intima dei testi, le volute imperfezioni estetiche, il cantato-parlato quasi monocromatico e i richiami a Leonard Cohen, David Bowie e Bill Callahan danno vita a un nucleo armonico ricco di pregevoli sfumature.

“Planet Heaven” è un disco che richiama spesso alla mente l’ultimo disco di Cass McCombs: le canzoni essenziali, eppur elaborate, godono di flessibilità e intensità emotiva (“The Planets Temporary”), sono perfino giocose, come nel caso del singolo “Pigeon Song”, che offre il primo di tanti duetti (qui è Kerry Devine la guest star). Finalmente il musicista inglese ha trovato la chiave giusta per iniettare un po’ di grinta e pathos nelle sue composizioni senza alterarne la poetica, ed è quello che avviene nella  più robusta “Late To The Party”.
Sfuggente come un bisbiglio (“Angelsad”), delicatamente cosmico e impassibile (l’avvolgente “Passing Through The Western Lagoon”), “Planet Heaven” contiene alcune delle canzoni più belle mai scritte da Tuplin. Impossibile, ad esempio, non immergersi nella splendida ballata cosmic-folk “Moon Song”. E’ un disco che apre nuovi interessanti sviluppi, racchiusi nella riuscita collaborazione con Dana Gavaski, nella ruvida eppur vellutata “Stranger In The Garden” e nella splendida pagina finale del disco, condivisa con Adrian Crowley (“A Cosmic Joke”).

Difficile immaginare quale sarà la reazione del pubblico a questa ennesima inversione di rotta di Jeremy Tuplin, in fin dei conti “Planet Heaven” non è un disco né facile né immediato. Per la prima volta l’autore londinese è riuscito a rendere palpabile quella magia che era racchiusa nell’esordio del 2017. Spogliate del superfluo, le canzoni conquistano con grazia e candore, ed è un bel sentire.

19/10/2025

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