Il jazz, la musica minimalista e il mondo delle colonne sonore sono da almeno vent’anni la passione del musicista belga Joachim Badenhorst, che con il suo ultimo album, “Youran”, cerca ancora una volta di stupire l’ascoltatore/spettatore. L’idea del lavoro è nata dopo aver suonato due lunghissimi concerti in posti molto diversi: una ex-fabbrica e una chiesa medievale.
Il film, almeno in questo caso, è puramente immaginario. La scaletta dell’album è una miscela di frammenti melodici appena accennati, più ampi brani dal respiro cinematografico e ballate dall’inaspettato potenziale pop. Strumenti a fiato si amalgamano a tappeti intarsiati con percussioni, organo ed elettronica. Per l’occasione, Joachin ha suonato i suoi clarinetti e il sassofono tenore e ha anche cantato in un paio di occasioni. Tsubasa Hori si è occupata delle percussioni giapponesi. Simon Jermyn (Jim Black, Wood River) del basso e della chitarra elettrica. Alistar Payne (Am.OK, Sun-Mi Hong) della tromba. Nabou Claerhout (Muze Jazz Orchestra, N∆bou) del trombone. Hayo Boerema dell’organo. E il fidato collaboratore Rutger Zuydervelt, alias Machinefabriek, dell’elettronica.
Il disco si apre con “Amorphouse Membrane”, con il clarinetto del padrone di casa a svelare i titoli di testa. Sulla seguente “Pulverized Light” i timbri delle percussioni giapponesi cercano la profondità dello spazio, prima del pacato stordimento di una piccola sinfonia di deep listening music. Appena il tempo di calibrare le orecchie a tanta oscurità che il musicista belga cambia registro e mette in scena una ballata alla Penguin Café Orchestra, tanto sghemba quanto epidermica (“Rot”). Cifra stilistica che continua a caratterizzare il resto dell’album, tra cori appena accennati, accenti blues e uncini melodici (“Once Was” sembra una ballata degli Spiritualized cantata con lo stile di Daniel Norgren).
La presenza di Machinefabriek è funzionale al racconto: mai sopra le righe, al contrario, sempre “tra” le righe a tenere insieme i timbri degli altri strumenti.