Petey - The Yips

2025 (Capitol)
heartland rock, post-emo, synth-pop
Is anyone waiting for the sun
To open up and meet someone?
I wonder who it is
("Ask Someone Else")

Cresciuto come culto su TikTok fino a sfiorare il milione di follower, Peter Martin – ovvero Petey USA – arriva al suo quarto Lp con numeri ormai tutt’altro che marginali: mezzo milione di ascoltatori mensili su Spotify e il precedente album  pubblicato da Capitol. Il nuovo “The Yips” restituisce una fotografia piuttosto nitida della sua posizione attuale, a metà fra circuito indipendente e visibilità mainstream: c'è il potenziale per intercettare un pubblico ampio senza che il disco appaia progettato a tavolino, e c'è un linguaggio pop-rock diretto, istintivo, spesso sbilenco - un'identità riconoscibile capace di tenere insieme immediatezza e attrito emotivo.

La provincia americana tra Springsteen e lo-fi: emo e synth per trasformare le disfatte quotidiane in inni generazionali

Il riferimento di fondo è la provincia americana, e quell’idea di heartland rock che - complice ovviamente Bruce Springsteen - si è fissata nell’immaginario collettivo come sua espressione più riconoscibile. Ma in “The Yips” a pulsare è un’America decisamente contemporanea, attraversata da synth, drum machine e da una scrittura power-pop nervosa, domestica, non levigata. L’impianto è, scava scava, il songwriting folk-rock figlio di Bob Dylan, però piegato a un’attitudine emo/alternative che sposta il fuoco dall’epica sociale a una dimensione più psicologica: vite e sfortune normali, piccole disfatte quotidiane, desideri testardi che invece di implodere trovano sfogo in ritornelli sguaiati, da gridare più che da cantare. C’è una vicinanza emotiva, per certi versi paradossale, con il nostro Giancane: rispetto al volto musicale delle serie tv di Zerocalcare, Petey e "The Yips" suonano meno taglienti, meno punk, ma simili nel modo di trasformare l’inadeguatezza in un momento collettivo, senza mitizzazioni e autocommiserazioni.

Anche l’immaginario visivo contribuisce al posizionamento. La copertina richiama in modo evidente “The Scholars” dei Car Seat Headrest: il soggetto è diverso, ma tavolozza e organizzazione delle forme risultano sorprendentemente affini. Al punto che, ridotte a icona come avviene nelle interfacce di streaming, le due immagini diventano quasi indistinguibili. Un rimando che funziona più come segnale generazionale che come citazione esplicita, inserendo Petey dentro una precisa idea di indie americano recente: emotivo, autentico, non addomesticato, ma capace di restare trasversale e accessibile.

Una catarsi sgangherata che si muove tra ballad trattenute e momenti di ruvida teatralità

È però entrando nei brani che “The Yips” chiarisce davvero il suo equilibrio fra slancio e fragilità. “Ask Someone Else” costruisce una cavalcata epica e malinconica attorno a un tema di synth sequenziato che richiama alla lontana “Baba O’Riley”, facendo collidere la sua maestosità un po’ sgangherata con una catarsi apertamente emo, che esplode nel ritornello: "I don't need intellect, I feel it in my heart/ I think this neighborhood is tearing me apart". Mentre “As Two People Drift Apart” si costruisce su tambureggiamenti da big music, “I’ll Believe You” sceglie la forma di una ballad breve e trattenuta: niente vero ritornello, una strofa deliberatamente monotona e una stratificazione graduale che via via intensifica il carico emotivo.

Teatralità e spleen maldestro procedono mano nella mano nei brani più tesi del disco. “The Milkman” è uno dei momenti più esposti: la strofa avanza con il passo martellante di "We Didn't Start The Fire" di Billy Joel, per poi aprirsi in un ritornello fragorosamente springsteeniano. A fare da raccordo, la frase “This is what it feels like to not feel anything” – uno schiaffo che anticipa e innesca l'esplosione sonora. Più ambigua e cangiante, “Spirit Animal” è illuminata da uno pseudo-riff di effettistica fluttuante che potrebbe uscire da una produzione rock di Brian Eno, e si spinge gradualmente verso un’intensità sempre più ruvida e rabbiosa. “God Is In The Gray”, infine, con le sue chitarre sporche e avvolgenti, richiama i Replacements nel modo in cui trasforma una fragilità scomposta in materia da inno.

Nel complesso “The Yips” convince soprattutto per personalità e grinta: la scrittura non è sempre altrettanto incisiva, e quando la spinta emotiva si attenua, qualche crepa emerge, sia nelle melodie sia nello sviluppo dei brani. Ma è proprio questa spinta ostinata, a tratti scomposta, a tenere insieme il disco e a renderlo credibile anche quando manca il colpo risolutivo.

Tracklist

  1. The Yips
  2. Breathing the Same Air
  3. Ask Someone Else
  4. Model Train Town
  5. As Two People Drift Apart
  6. I'll Believe You
  7. The Milkman
  8. Spirit Animal
  9. This Bucket of Water
  10. Stereoscope
  11. God Is the Gray
  12. I Am Not a Cowboy

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