E’ un’evoluzione quasi naturale quella della band londinese, giunta al third difficult album con un bagaglio post-punk dai risultati alterni e ora pronta a entrare nella fase più introspettiva e dolente del proprio personale coming out creativo.
Asha Lorenz e Louis O’Bryen non hanno in verità mai brillato per originalità, a tratti affascinati da linguaggi alt-pop e da sapide citazioni di ambiti stilistici vagamente retrò, dal glam al blues, senza mai però suonare passatisti.
“Cosplay” è l’album più coeso e solido della band, l’indecisione tra passato e presente è stata accantonata con intelligenza (“Echoes”), le atmosfere più vezzose del passato sono quasi assenti (“Antelope”), la band predilige toni più spigolosi e oscuri (“Jetplane”).
“Cosplay” è anche il progetto più eclettico e temerario della band: le pulsioni industrial di “Waxwing” e le alterazioni noise e r&b di “Love Posture” rendono torbide le acque, passando dall’inquietudine all’inquietante (“Magic”).
L’immaginario post-punk dei Sorry si è evoluto. Lo scenario è più David Lynch che Quentin Tarantino, le storie sono più surreali che viscerali, l’incastro tra le due voci è più equilibrato e meno caotico. Anche la struttura musicale si è adattata felicemente a questo nuovo status creativo (“Into The Dark”), regalandoci il disco più compatto della band, nonché qualche positivo indizio per il futuro (“Life In This Body”, “JIVE”).
03/01/2026