Pochi orpelli, zero distrazioni, sicuramente alcun escamotage narrativo, solo tanto innato buon gusto: potremmo racchiudere così l’essenza di “Good Intentions”, il nuovo album di Ego Ella May, cantautrice jazz anglo-nigeriana di provenienza Londra Sud. Il suo è un verbo dall’afflato tranquillo ma inquisitorio, giocato tutto attorno a sottigliezze produttive elettro-acustiche minuziosamente costruite assieme a un esperto gruppetto di collaboratori della scena, da Tom Excell e Melo Zed a Wu-Lu e Alfa Mist, e con J Warner ospite sulle spettrali trame downtempo della title track, uno dei momenti più interessanti in scaletta.
Vocalist delicata e mai invadente dotata d’un gusto d’altri tempi, Ego si adagia con grazia su pattern circolari di pianoforte e chitarra, mentre basso e batteria tengono il ritmo sullo sfondo – niente di eclatante, insomma, ma se a un primo impatto l’ascolto può apparire uniforme, le dodici tracce in scaletta prendono lentamente forma come figure che emergono dalla nebbia.
Ecco echi di música popular brasileira che soffiano lungo le note di “We’re Not Free”, poi un basso dal taglio hip-hop a sorreggere “Love Is A Heavy Thing”, o ancora quel sognante funk infarcito d’archi alla Minnie Riperton che fa di “Pot Luck Baby” un sollucchero irresistibile – come si fa a non cadere in un simile tranello?
Grazie anche all’affascinante immagine di copertina, “Good Intentions” mostra una natura schiva, pur sicura dei propri mezzi: c’è infatti una certa ricchezza attorno ai disegni lounge di “Footwork”, reminescente della prima Alice Russell, altra pasta l’accattivante “What You Waiting For”, sorretta da lievissime rifrazioni afro-dance che richiamano Emma Jean-Tackray e Sy Smith. Curioso il modo in cui la diafana “Tarot”, sicuramente la traccia più introspettiva del lotto, viene fatta seguire a stretto giro dal robusto ritmo di “What We Do”, perché “Good Intentions” sa dosare la scaletta con cura al momento giusto per non perdere di vista l’ascoltatore – lo si sente ancor meglio quando arriva il limpido assolo di pianoforte della sgargiante “Sister”, uno dei momenti topici dell’intero album.
I due estremi del lavoro sono altrettanto ricchi di spunti: l’interessante gioco armonico pacatamente gospel dell’iniziale “Hold On” si avvale di Rosie Lowe ai cori, di controparte la brezza marina della conclusiva “Back At Sea” viene montata sopra un’idea di chitarra acustica che potremmo immaginare in un vecchio disco di Nick Drake, una sottigliezza questa capace di avvicinare anche un pubblico non necessariamente votato al genere in questione. Perché “Good Intentions” non è un album esplicito né composto con l’idea di conquistare chissà quali platee, ma si lascia assaporare poco a poco, dispiegando una ricchezza non indifferente – basta aver la pazienza per perdervisi dentro al momento opportuno.
Viene facile pensare a colleghe quali Eliza, Fatima e Georgia Duncan, altre abili voci femminili che vivono in quella terra di confine tra jazz e una pletora di suoni differenti, dal soul all’elettronica a sentori quasi rock.
Ego Ella May, adesso, offre il proprio contributo con una pacatezza che ha del commovente: “Don’t Take My Lover Away”, dice a un punto, tradendo l’irrazionale paura di perdere un marito del quale è follemente innamorata. Impossibile non scovarsi vulnerabili di fronte a sentimenti tanto semplici quanto universali.
05/04/2026