JOJI - Piss In The Wind

2026 (Palace creek)
alt-pop, alternative soul

Jojiaka George Miller aka il famoso Pink Guy, celebrità di meme e video demenziali negli anni 10, in particolare quello legato al fenomeno dell’Harlem Shake – torna con un nuovo album, significativamente intitolato “Piss In The Wind”: un titolo che evoca ironia ma anche malinconia, un’immagine beffarda ma che suggerisce anche isolamento e abbandono. Ed è un po’ questo il nuovo corso della sua arte, almeno da quando ha abbandonato i suoi vari alter-ego su YouTube e ha deciso di dedicarsi alla musica a tempo pieno.

La formula su cui gioca, ormai collaudata, è quella di canzoni d’amore oscure e dai tratti melensi e grotteschi, come la già classica “PIXELATED KISSES” che apre il disco: una base fortemente distorta e un testo semplice sull’incapacità di comunicare e di vivere l’amore nell’era moderna (“If you never hear from me, all the satellites are down/ Yeah, they’re all fuckin’ down”).
Non è che Joji si sforzi di essere poi troppo poetico, perché la maggior parte del lavoro lo fanno le “cinquanta sfumature di tristezza”, diciamo così, esplorate in canzoni dalle influenze e dai caratteri diversi, in un eclettismo trattenuto all’interno di un medesimo stile. “Cigarette” è per esempio un rap cadenzato e orecchiabile costruito su un motivetto che riesce ad essere malinconico ma anche a far battere il piede a tempo. “LOVE YOU LESS” va in direzione completamente diversa, con una psichedelia chitarristica lo-fi sporca e fangosa che suona come un Mac DeMarco giusto un po’ più grunge – tolta la voce, ovviamente. “If It Only Gets Better” assume i connotati di una ballad bedroom pop con una ritmica decisa, ma si ferma dopo solo un minuto.

“Sojourn” cambia ancora registro, con un wall of sound elettronico iper-distorto che accompagna un brano che sembra scritto da una I.A. in crisi esistenziale. “DYKILY” si impernia su un forsennato ritmo jungle del tutto fuori contesto e “Horses To Water” risplende di luce propria con tocchi classicheggianti e barocchi e un certo carattere esotico che lo rendono uno dei pezzi migliori.
A metà disco esplode la power ballad – si fa per dire – di “Past Won’t Leave My Bed”, dal refrain immediatamente memorabile e che prende subito il posto di fianco a “Glimpse Of Us” tra le hit sentimentali del cantante.
Ma il culmine della “poesia” si raggiunge probabilmente nella eloquente “CAN’T SEE SH*T IN THE CLUB” (il titolo è censurato, esatto), tanto alienante da colpire al di là dell’intento sarcastico – a questo punto, e specie per uno come Joji, conta poco se si scherza o se si fa sul serio, perché le due cose si equivalgono.

Molte canzoni dell’album durano meno di due minuti, sono affidate ad arrangiamenti lo-fi noise ed esprimono lamenti d’amore (volutamente) melensi con toni ombrosi e desolanti: Joji ne emerge come un improbabile crooner post-ironico, cantore d’amore dell’era digitale che non può che affidare i suoi sfoghi e suoi pianti a suoni adulterati, stridenti e schivi, alla ricerca di un angolo solitario nel quale distinguersi e che faccia da eco ideale alle sue emozioni profonde.
Non c’è da farsi trarre in inganno, però: se molti dei brani suonano spogli ed essenziali, questo non significa che non sia stata operata una ricerca precisa sul suono, che rifugge computer e synth per rifugiarsi in arpeggi di chitarra scheletrici e accenni di piano esitanti. A contrasto, spesso con pieno vigore, basi ritmiche veloci e/o decise più bassi roboanti a tappeto, che ci ricordano che siamo nel 2026 e non in un album alternativo di qualche cantautore incompreso degli anni 90.

In ogni caso, Joji prosegue la strada intrapresa con il precedente “SMITHEREENS” (2022) e pare riallacciarsi anche ai suoi primi tenebrosi e oscuri lavori del 2018, saltando a piè pari e sembra sempre più ricusando l’esperienza “commerciale” – con tanto di featuring di Diplo, Lil Yachty e Yves Tumor, tanto per dire – di “Nectar” (2020). Anzi: su una tracklist di 21 brani, almeno una decina se non di più sembrano registrati apposta con la qualità di demo o sperimentazioni mai portate a termine ma date alle stampe così com’erano. E il punto è che in qualche modo la cosa si risolve in un prodotto tutto sommato riuscito, perché per quanto Joji cerchi di costruirsi un’immagine da artista “alternativo”, i brani sono, nonostante le distorsioni e gli echi e le attenuazioni e la ruvidità dell’insieme, irrimediabilmente piacevoli da ascoltare. Difficile immaginarsi, per esempio, qualcuno di 60 anni che ascolta questo disco in macchina per tenersi compagnia durante un viaggio; ma qualcuno di 30 anni? Potrebbe farlo tranquillamente, e senza dover appartenere alla schiera degli alternativi di alcun genere. Joji è un artista mainstream e “Piss In The Wild” lo conferma. Solo che lo è a modo suo. Un modo sperimentato.

28/02/2026

Tracklist

  1. PIXELATED KISSES
  2. Cigarette
  3. Last Of A Dying Breed
  4. LOVE YOU LESS    
  5. If It Only Gets Better
  6. Love Me Better         
  7. Piece Of You
  8. Hotel California        
  9. Tarmac          
  10. Forehead Touch The Ground
  11. Past Won't Leave My Bed     
  12. Fade to Black
  13. CAN’T SEE SH*T IN THE CLUB  
  14. Sojourn          
  15. DYKILY        
  16. Rose Colored
  17. Silhouette Man          
  18. Fragments     
  19. Horses To Water        
  20. Strange Home
  21. Dior

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