Esistono concetti visionari ed esperimenti azzardati. Difficile dire dove si muova “Kammerkonzert”. Thomas Jenkinson è da trent’anni il maestro del tempo dispari, erede di Jaco Pastorius trasmutato in guru elettronico a velocità schizofrenica. Qui però i sintetizzatori spariscono quasi del tutto: al loro posto un virtual ensemble da musica da camera, concepito e suonato interamente da lui, senza convocare nessun’orchestra reale.
Il risultato suona come jazz fusion cerebrale, quasi rock-in-opposition: in un intricatissimo schema di tempi non ordinari, offre qualcosa di simile a dischi di Zappa o “Skies Of America” di Ornette Coleman, ma filtrato attraverso Idm e drill and bass. I costanti cambi modali sono gestiti con pregevole maestria, e i quattordici temi affrontano umori contorti e Bpm diversi, dal sommesso al furore mistico, rifuggendo ogni forma di loop e ripetizione. All’armamentario di “Feed Me Weird Things” è semplicemente associato un organico classico, che ne valorizza l’effetto straniante, quasi uncanny valley, con rimandi al breakcore di “Rossz Csillag Alatt Született” di Venetian Snares.
Non è caos ispirato quanto una dichiarazione di entropia non sempre a fuoco, e il disco varca a tratti la soglia del cervellotico. Che lo si trovi un ascolto ostico oppure no (spoiler: a volte lo è), va riconosciuto che l’ambizione è reale e la padronanza tecnica fuori discussione. I momenti davvero magnetici restano pochi, “K10 Terminus” su tutti, ma l’operazione nel suo insieme regge come esperimento coerente con una carriera che non ha mai cercato il compromesso. Ne apprezziamo il tentativo e l’ambizione.
24/04/2026