Chi l’ha detto che i titoli dei dischi sono importanti? Per Boz Scaggs, ad esempio, trovare un nome all’album è l’ultima cosa da fare una volta finite le registrazioni. Chi se ne frega, insomma. E a ragion veduta, verrebbe da aggiungere, visto che nel suo caso, pur essendo perlopiù titoli semplicissimi o, appunto, frutto di scelte estemporanee, le parole riescono miracolosamente comunque a restituire un senso alle sue opere. E' incredibile poi che il titolo più assurdo scelto da Scaggs finisca anche per essere quello relativo al suo capolavoro. Perché “Silk Degrees” in teoria significherebbe “gradi di seta”, ma in realtà il cantautore e chitarrista americano di Canton, in Ohio, decise a suo tempo di usare queste due parole senza alcun movente serio, tanto da affermare in seguito: “Era solo qualcosa che avevo scarabocchiato a lato di una pagina”.
Il settimo Lp di uno dei musicisti più importanti del famigerato blue-eyed soul, ma anche di tutto il filone yacht rock, arriva nel 1976, undici anni dopo l’acerbo debutto discografico, “Boz”, e sette dall’omonimo secondo album, con il quale Scaggs per la prima volta in assoluto palesò al mondo tutto il suo carisma e in particolare la sua voce sublime, caratterizzata da una duplice virtù: calda come quella dei cantori soul della Motown e allo stesso momento garbata come quella di molti cantastorie folk dei tardi 60. E’ un dualismo stilistico che abbraccia anche altre peculiarità del suo stile, emergendo qui e là più volte nella carriera del musicista statunitense cresciuto tra l’Oklahoma e il Texas.
Se infatti le prime prove di Boz Scaggs tendono a interfacciarsi perlopiù con lo spirito soul dei miti Motown e Stax, con “Silk Degrees” le cose evolvono sorprendentemente. Boz muta, infatti, in un ibrido inedito: da un lato spunta a più riprese il richiamo per soluzioni orchestrali mai invadenti, che condiscono, in effetti, quasi tutte le dieci canzoni del disco, mentre dall’altro lato si fa più pimpante la sezione ritmica, in particolare il basso spesso scoppiettante, come quello che anima la prima perla del disco, “What Can I Say”, uno di quei brani capaci di unire Paul Anka e Curtis Mayfield in un colpo solo, ma anche uno degli attacchi più memorabili del 1976 e non solo.
Va poi detto che a Scaggs è stato tantissime volte dato il merito di aver contribuito fattivamente alla formazione dei Toto, giusto per intendersi: una delle band più importanti della storia della musica tutta.
In “Silk Degrees” ci suonano, appunto, David Paich, David Hungate e Jeff Porcaro. I tre ovviamente si conoscevano già, e avevano già suonato insieme in dischi seminali come “Pretzel Logic” degli Steely Dan. Tuttavia, fu proprio l’incontro con Scaggs ad alimentare il sogno di formare un gruppo a sé stante, emerso in particolare durante il tour accanto all’amico Boz. Tant’è che poco dopo Paich affermò: "Non sono sicuro che i Toto sarebbero nati così presto, o nello stesso modo, senza ‘Silk Degrees’".
Prodotto da Jon Wissert e registrato in ben due studi di Los Angeles, Davlen Sound Studios e Hollywood Sound Recorders, “Silk Degrees” è, insieme con altri gioielli yacht come l’omonimo di Bobby Caldwell, uscito però due anni dopo, e soprattutto “Aja” degli Steely Dan, anch’esso postumo, seppure di appena un anno, uno dei capolavori indiscussi di un genere che puntava a coniugare elementi propri del funky e del soul con inserti di stampo jazz e incursioni pop-rock calibrate, talvolta, per rilassare l’atmosfera e addolcire tutto nel segno di uno stile per giunta fascinosissimo, quantomeno sulla carta.
In tal senso, la memorabile fotografia di copertina scattata da Moshe Brakha a Scaggs ad Avalon restituisce appieno il clima magnetico e al contempo sognante che si respira in “Silk Degrees”, al netto della somiglianza con altre copertine simili ma precedenti, come quella del primo “Greatest Hits” degli Abba che immortala Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad sedute anche loro su una panchina, ma non rivolte di lato come Scaggs e nello specifico senza dettagli ammiccanti, come la mano curata di una donna che spunta dal lato opposto, segnalando l'inizio di qualcosa, così come potrebbe avere un senso altrettanto metaforico l’oceano che campeggia sullo sfondo. Molto ispirata allo scatto di Brakha fu quattro anni dopo la foto sulla copertina di “I'll Need Someone To Hold Me When I Cry”, l’album di Janie Fricke pubblicato nel 1980.
Sono quattro, invece, i singoli di successo di “Silk Degrees”: l’indimenticabile "It's Over", con il suo refrain appiccicoso in chiave ancora una volta orchestrale, la trascinante "Lowdown ", che non avrebbe affatto sfigurato nella scaletta di “Superfly”, la già citata "What Can I Say" e "Lido Shuffle", alle quali si aggiunge la dolcissima "We're All Alone", che Rita Coolidge, amica e già corista per Scaggs, portò in cima alle classifiche nel 1977. "Lowdown", inoltre, vinse anche un Grammy Award per la migliore canzone r&b, condiviso da Scaggs con il co-autore del brano David Paich. Ci sarebbe poi da citare anche John Travolta che decise di coreografare il suo famosissimo ballo de “La febbre del sabato sera” sulle note della stessa "Lowdown".
A rendere tuttavia “Silk Degrees” un album musicalmente epocale è l’alternanza pazzesca di momenti soft rock, come la monumentale ballata d’amore “Harbor Lights”, con il suo ritornello da passeggiata mano nella mano a Central Park o al tramonto su qualche spiaggia della West Coast, con altri da operetta broadwayana come la frizzante “Lido Shuffle” e altri ancora da soulman navigato come “What Do You Want The Girl To Do”, scritto da Scaggs con Allen Toussaint, fino all’irresistibile “Georgia”, ennesimo passaggio epico di un disco dalla classe infinita e senza tempo.
A “Silk Degrees” seguiranno potenziali epigoni come "Middle Man" nel 1980 e improvvise prove di stampo Aor, come l'improbabile "Other Roads" del 1988. Per trovare qualcosa di paragonabile occorre però tornare più indietro nel tempo, ossia al 1972, quando con “My Time” il cantautore americano, al netto di una maggiore vicinanza con il cosiddetto San Francisco Sound, mise a segno le prove generali per quello che quattro anni dopo sarebbe stato l’inarrivabile masterpiece.