A questo punto, la domanda sorge spontanea: faranno mai, i
Dälek, un disco “brutto”? Ascoltando e riascoltando questo quinto album della loro carriera, la risposta propende, ancora una volta, per il no.
Diviso tra le torbide eccitazioni post-industriali di “
Absence” (che contende a “Negro Necro Nekros” la palma di loro miglior disco) e la cupa, paranoica atmosfera di “
Abandoned Language” (ma con uno sbilanciamento più marcato verso il primo), “Gutter Tactics” è un’opera abrasiva, tagliente, politicamente scorretta. E lo chiarisce fin da subito, con “Blessed Are They Who Bash Your Children’s Heads Against A Rock”, puro
old-skool beat che incede sornione, sottomesso dalle parole del reverendo Jeremiah Wright: "Abbiamo bombardato Hiroshima, abbiamo bombardato Nagasaki, ne abbiamo ammazzati molti di più delle migliaia di persone morte tra New York e il Pentagono, eppure non abbiamo mai battuto ciglio". Tanto per gradire.
La “maledizione” lanciata contro un’America “terrorista” è più di una presa di posizione: è un feroce atto di guerriglia “culturale”, soprattutto in un momento in cui sul “trono” più alto del mondo siede, per la prima volta, un uomo di colore…
“Non abbiamo mai battutto ciglio”: le parole scivolano via, risucchiate dal
flow imperioso, dentro un tunnel di dissonanze pulviscolari. La forza delle parole
on the run, la pulsione meccanica che è scansione/battito inesausto, le irradiazioni aeriformi che fanno respirare questa musica inebriante come un gas tossico… (“No Question”). E’ un incubo del dopo-apocalisse, psicosi fiammeggiante di turbini ascensionali che compromettono cuore e cervello (“Armed With Krylon”).
“Gutter Tactics” ci costringe a guardare senza esitazioni il volto di un mondo sempre più sull’orlo del precipizio. I diversi “segni” che tentano di mediarne la verità si trasformano in una congerie spaventosa e insostenibile. Per cui, questo suono, ricalcandone la pesantezza “espressiva”, avanza mastodontico e frastornante, come in “Who Medgar Evers Was…”, le cui smerigliature
acid-noise mettono davvero i brividi, quasi come se i Nostri avessero passato un bel po' di tempo a studiare le terrificanti fughe lisergiche di Chris Haskett su “
Hot Animal Machine” di
Henry Rollins...
Altro universo, certo. Ma Dälek ha anche detto che questo disco paga tributo a un tempo lontano, “quando i fan dei Gang Starr indossavano le
t-shirt dei
Bad Brains”… Così come, d'altra parte, è stato sottolineato il “debito” nei confronti di
Lynch: la sfavillante ed enigmatica claustrofobia del cineasta americano permea, da cima a fondo, un disco perennemente in bilico tra rivelazione e ambiguità.
Ma è un suono che non collassa, che da questa “doppiezza” trae ispirazione. E se “'Gutter Tactics' continua a fare
hip-hop, e all’attitudine dei
Melvins e dei
Black Sabbath verso cui guarda. (…) Afrika Bambaataa campionava i
Kraftwerk, mentre noi guardiamo all’essenza dei
Faust o dei
My Bloody Valentine”. E, ancora: “Non faccio dischi per traumatizzare i valori… Questo è semplicemente un catalogo di tutto ciò che sono in questo determinato momento e di tutto ciò che vedo intorno a me; perciò, è un disco 'oscuro', pieno di rabbia e forse di paura… ma anche di speranza…”.
Per l’appunto: abrasivi (Melvins e Black Sabbath), sperimentali (Faust, ma io aggiungerei almeno i
Techno Animal) e con quel
mood ultraterreno, “sospeso” (My Bloody Valentine), come la luce della speranza che pur accompagna ogni dichiarazione d’intenti, ogni atto d’accusa.
Ma “We Lost Sight”, “A Collection Of Miserable Thoughts Laced With Wit” e lo stentoreo albeggiare di “Atypical Stereotype”, oltre a sofisticare il bisogno della speranza con le armi del rumore e del
beat, sono soprattutto testimonianza di un’apertura “melodica” che di quella tensione desiderante diventa sonica allegoria.
I montanti
hard e le fughe sinusoidali della
title track, il clima rovente di “Los Macheteros/Spear Of A Nation” (con riferimento ai rivoluzionari armati di machete che lottano per l’indipendenza di Porto Rico dal colonialismo statunitense) e i bordoni in andirivieni circolare di “2012 (The Pillage)” non fanno altro che confermare la statura musicale di uno dei nomi più importanti degli ultimi anni. Di qualunque genere e ambito.