I fratelli Brewis sanno come impiegare il loro tempo. I quattro anni passati dall'
ultimo capitolo a nome
Field Music li ha visti impegnati su vari fronti: David ha ribaltato la prospettiva creativa entrando nelle maglie del folk e del
blues con una sensibilità affine a
Van Morrison ("
The Soft Struggle"), mentre Peter si è cimentato con un progetto elettronico forse troppo giocoso per lasciare un segno più deciso ("Bowldry Colosssus").
Certo è che le due esperienze parallele, unitamente all'album commissionato dal Durham Brass Festival e pubblicato per il Record Store Day di quest'anno, "Binding Time", hanno smosso le acque, ribaltando per l'ennesima volta le linee guida della band, iniettando dosi più decise di funk e
yacht-rock (non temete, state calmi) con sintetizzatori Yamaha DX7 e
groove a base di percussioni a farla da padrone.
A questa fiera di suoni synth-pop non corrisponde una svolta
mainstream. "Limits Of The Language" entra nelle maglie dell'alchimia art-pop con l'intelligente mix di
Beatles e
psichedelia codificata con successo dai
Tears For Fears ("Six Weeks, Nine Wells"), fa tesoro della
lectio magistralis di
Peter Gabriel sulle possibili interazioni tra
prog e funk ("Absolutely Negative"), senza ignorare le prime contaminazioni synth-rock della casa madre
Genesis ("Curfew In The Square").
Il nono lavoro dei Field Music è una sfida che rimanda all'album degli
Electric Light Orchestra "Face The Music" (espressione inglese che si può tradurre come "affronta la chimera, il rischio"), le intenzioni sono in parte affini, ovvero rimodulare composizioni ricche di agganci pop con soluzioni d'arrangiamento colti eppur briosi e vibranti.
Nel percorrere questa strada ricca di insidie, i Field Music mettono a segno gioiellini d'architettura pop-rock degni dei
Prefab Sprout ("Sounds About Right") o dei
Crowded House ("On The Other Side"), restando fedeli a una musicalità art-pop che è ormai un vero e proprio marchio di fabbrica.
Impossibile non pensare agli
Xtc come rimando immediato alla versatilità dei Field Music, soprattutto per quell'abilità citazionista che non altera mai lo stile dei fratelli Brewis. Ben vengano, dunque, le forti influenze funky alla
Prince intercalate da strali jazz-rock dell'ottima "The Guardian Of Sleep", l'urgenza fisica dei synth che bussa alle porte di "The Limits Of Language" (l'articolo aggiunto ne impedisce la catalogazione di
title track) o la precisione quasi millimetrica alla
Steely Dan di "Turns The Hours Away".
Anche "Limits Of Language" (come i precedenti progetti del gruppo) alfine è un
concept-album, solo che questa volta sono le sonorità il legame tematico, un nesso sottolineato da un'inedita qualità della produzione che rende l'ascolto un'esperienza unica. Sono rigogliose le strategie ritmiche e percussive dell'alieno funk-rock di "The Waitress Of St Louis" (brano dedicato al bar che compariva in copertina dell'album "Tones Of Town") ed è incantevole il contrasto tra complessità armonica ed elettronica
naif di "I Might Have Been Wrong", ma la fiera dell'immaginazione e della creatività dei Field Music è ancor più evidente negli ultimi secondi dell'ultima traccia, "Between The Bridge": pochi accordi di pianoforte che fanno eco all'esuberante suono dei synth, un breve ma intenso attimo di pura poesia che conferma i fratelli Brewis come raffinati artigiani pop-rock.