Libri

Gabriele Merlini

No Music On Weekends

di Claudio Lancia
Autore: Gabriele Merlini
Titolo: No Music On Weekends - Storia di parte della new wave
Editore: effequ
Pagine: 288
Prezzo: 15 euro

No Music On WeekendBologna, 1977. Freak Antoni forma gli Skiantos, proprio nei giorni in cui un carabiniere di leva, Massimo Tramontani, uccide il militante di Lotta Continua Francesco Lorusso. La manifestazione “Bologna Rock” il 2 aprile 1979 lancia le nuove leve del nuovo rock italico, nel bel mezzo di giornate dense di scontri, proclami, utopie. Erano gli anni di piombo, e Gabriele Merlini, in un libro che mutua il titolo da una strofa dei Talking Heads, miscela musica e pallottole, incastonandole in un riuscito romanzo di formazione. In quell’era dominata dai cantautori impegnati, serviva materiale in grado di spodestare il potere della parola, cedendo il centro del palco alla gestualità, alla disconnessione. L’ubriacatura breve ma formativa del punk arrivava in Italia soltanto in quei giorni, con colpevole ritardo, quando non tutti riuscirono a comprendere esattamente di cosa si trattasse e il fenomeno era già stato soppiantato dai primi germi della new wave.

Bologna, dicevamo, il Traumfabrik, Filippo Scozzari, Andrea Pazienza, Frigidaire, fulminanti esempi della costante ricerca di mescolanza stilistica associata ad approcci provocatoriamente ironici. I Gaznevada li scovò Oderso Rubini in un posto chiamato Punkreas, club felsineo nato nel 1976 sulle ceneri di un circolo anarchico: La Talpa. Lo standard del gruppo era eseguire il repertorio dei Ramones suonando i pezzi a velocità aumentata. Già nel 1983 sbanderanno verso il Festivalbar e un precoce scioglimento. Intanto i neofascisti assaltavano le emittenti radiofoniche e Mino Vergnaghi si aggiudicava l’edizione 1979 del Festival di Sanremo.

Si apre in questo scenario “No Music On Weekends”, agile volume che inquadra uno spaccato dell’era della new wave, vivaci flash di parte di un movimento capace di reinventare estetiche e suoni, un’onda nuova e multiforme, ancora oggi in grado di sorprendere per stimoli, capacità creativa e inaspettate similitudini con il nostro presente.
La prima parte del libro è incentrata su quanto accadde nelle principali città italiane. Sfilano così la Bologna di Gaznevada, Confusional Quartet e Windopen, la Firenze di Diaframma, Litfiba e Neon, la Milano di Decibel, Kandeggina Gang e Krisma, la Pordenone del Great Complotto, la Roma di Take Four Doses ed Electroschock.
Passano in rassegna protagonisti più e meno noti, i club frequentati all’epoca, e resta il paralelo con i principali fatti di cronaca, quasi sempre rigorosamente nera, come gli omicidi di Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet e Walter Tobagi. Le notizie dall’estero sull’evoluzione dei nuovi generi musicali arrivano con il contagocce, e spesso i mass media non aiutano a ben codificarle. Fin quando Carlo Massarini inventa Mister Fantasy, il primo rotocalco televisivo interamente dedicato al rock, Renzo Arbore dentro L’Altra Domenica parla dei club londinesi e le riviste per giovani iniziano a presentare i primi approfondimenti sull’argomento.

Questo fino a pagina 127, poi l’obiettivo di Merlini si sposta verso altri luoghi del mondo, con particolari focus sulla New York del CBGB e della no wave, e sull’Inghilterra dell’era thatcheriana, della Factory e della Rough Trade. Merlini sul versante inglese realizza anche una personale top ten dei suoi album new wave inglesi preferiti, omettendo quelli unanimamente celebrati come capisaldi e già ultra analizzati da chiunque. In testa piazza “To Each…” degli A Certain Ratio, anno di grazia 1981. Le altre posizioni evito di svelarvele.
“No Music On Weekends” non è soltanto la cronistoria di un pezzettino di new wave, ma si rivela essere il riassunto di un frammento delle nostre vite di giovani provinciali, di tutti coloro che oggi hanno (almeno) 50 anni, e che facilmente potranno riconoscersi in quelle occupazioni dei licei, in quelle manifestazioni serpentesche, in quelle assemblee bolsceviche, in quei club dove improvvisamente tutti diventavamo felici, sognando di poter essere noi, un giorno, a poter guardare il pubblico da sopra un palco. E qualcuno, alla fine, c’è pure riuscito…

(Foto in alto: Talking Heads)
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