Gaznevada

Sick Soundtrack

1980 (Italian Records) | new wave

E' opinione comune che il '77 italiano sia stato il più vasto movimento giovanile d'Europa: una così fitta compenetrazione arte-politica con un così ampio spettro di rivendicazioni, a quanto è dato sapere, non ha trovato riscontro altrove. Non poteva essere altrimenti, dato il clima rovente che si respirava nel paese con il più importante Partito Comunista, la più longeva formazione extraparlamentare e il più alto numero di attentati di Stato dell'Occidente: un paese in cui era in atto, né più né meno, una guerra civile, le cui conseguenze sono davanti ai nostri occhi.

Teniamola sempre a mente quella parola, quando parliamo della città in cui l'ala creativa del Movimento trovò maggior sfogo, ovvero Bologna. Teniamola a mente, perché non lo fa nessuno: dalle cronache postume, il capoluogo emiliano ne esce tutt'al più come un pantano di fuorisedismo artistoide in technicolor. Una base di Dams, un impasto di Radio Alice aromatizzato con Bifo, una spolverata di Pazienza, un pizzico di Freak Antoni e la lasagna delle banalità è servita. E' il motivo per cui questo articolo non intende aprirsi con l'ennesima tirata su "quanto ci si divertiva a Bologna", non solo perché sono discorsi scotti come una tagliatella all'americana, ma soprattutto perché tendono a fuorviare dal contesto: sotto le due torri, nel 1977, c’erano dei ben poco simpatici carri armati, schierati dal prode Zangheri per contenere l'escalation di proteste seguite alla vile uccisione poliziesca di Francesco Lorusso. Uno strappo da cui il paesone felsineo, "l'isola felice" patria del buon governo o, se preferite, "la città più libera del mondo", non si è mai ripreso.

Certo, c'era eccome un'aria frizzantemente arty. C'era in quella Factory rivisitata che era la "Traumfabrik" di via Clavature 20, pittoresco crocevia di fumettisti, rockettari e tossicomani. C'era nella visione discografica di Oderso Rubini, che con la Harpo's Bazaar prima e la Italian Records poi teorizzò un'innovativa idea di musica indipendente curata con criteri da distribuzione ufficiale. C'era in un'idea diffusa di San Francisco tricolore, metropoli di provincia capace di captare i più avanzati stimoli dalle piazze internazionali mantenendosi a misura d'uomo. Il punto è che c'era anche altro: angoscia, pere e i manganelli sguinzagliati dallo sceriffo "Katalanotti", per esempio.
E se c'è un disco che racchiude questa doppia faccia meglio di un saggio sociologico, quello è senza dubbio "Sick Soundtrack" (nomen omen!) dei Gaznevada. Doppia faccia non solo di Bologna, ma della new wave nazionale tutta, di cui non è tanto la più valida, quanto la più rappresentativa emanazione. In quei solchi troviamo tutto quanto ha contribuito a sedimentare lo spirito dell'epoca: esperimenti e contaminazioni, ma anche malesseri e paure. Un atelier sì, ma allestito su un crudo marciapiede.

Occhio: non è affatto scontato attribuire meriti simili a un album del genere. La nostra new wave non gode del prestigio riservato ad altre scene nazionali come il prog o l'hardcore, rinomate in quanto portatrici di un'originalità tutta italica: l'accusa, il più delle volte fondata, è di essersi limitata a importare i modelli anglofoni senza poggiarci penna. Non si smentisce questo disco che, almeno in parte, cade senz'altro nel tranello derivativo: testi per lo più in inglese, riferimenti trasparenti (Talking Heads, Devo, Suicide, Pop Group, la No wave newyorkese), grafiche ben piantate nell'estetica post-punk. Come si spiega, allora, che queste tracce suonino ancora così fresche e travolgenti dopo più di quarant'anni? Si spiega con quel di più che pulsa dentro "Sick Soundtrack" dalla prima all'ultima nota, facendolo brillare di luce propria e proiettandoci in quei giorni frenetici senza mai sembrare datato. E il merito è anche dell'aria di cui è impregnato, composta da pari molecole di brillantina e polvere da sparo.

Prima di inciderlo, quei ragazzi dagli improbabili soprannomi (Andrew Nevada, Robert Squibb, Billy Blade, Bat Matic, Nico Gamma, Johnny Tramonta) sono già qualcuno, quantomeno in città: c'era già stato l'happening "Gaznevada sing Ramones", la partecipazione al seminale "Bologna Rock - Dalle cantine all'asfalto" (a fianco di Skiantos, Confusional Quartet, Luti Chroma e altri pezzi da novanta dell'avanguardia cittadina) e soprattutto quel micidiale inno giovanilista che era "Mamma dammi la benza", quando ancora si chiamavano Centro d'Urlo Metropolitano. C'era stato pure un primo lavoro omonimo all'insegna di un dinamitardo punk demenziale, con sugli scudi almeno un altro anthem del calibro di "Criminale". C'erano stati però anche i primi abbandoni, in una formazione che rimarrà instabile fino alla fine: il più significativo, quello di Gianpiero Huber, che di lì a poco darà vita agli altrettanto fondamentali Stupid Set. Nulla, tuttavia, che possa scoraggiare i superstiti dal mettersi al lavoro sulla loro opera più ambiziosa.

L'antipasto è uno dei grandi 45 giri del periodo: pale d'elicottero a tagliuzzare un cielo plumbeo, il sinistro pulsare di un radar militare, poi uno sghembo motorik dispari sferzato dal sax e intralciato dal sintetizzatore, con una voce così filtrata da perdere qualsiasi connotato umano. "Nevadagaz" parla di tante cose: dell'omonimo racconto di Chandler da cui la band ha mutuato il nome, dell'appena uscito "Apocalypse Now" (nel finale viene anche campionato il celebre monologo di Marlon Brando), ma soprattutto della desolante condizione di un giovane dei primi 80, conteso tra distopia fantapolitica e agghiacciante cronaca ("Svastiche al neon sui muri della città/ Si sono congelati i grattacieli di New York/ Si stanno suicidando gli operai della Ford"). E per chi ha ancora fiato c'è pure il lato B, "Blue Tv Set", a controbilanciare quelle pose concettuali con una sfuriata punkeggiante degna degli esordi, ribadendo il concetto con un pizzico di volume in più ("I don't wanna see no reality"). L'altro lato del pianeta Gaznevada: difficile solo stabilire quale delle due sia la faccia illuminata, inteso che le stelle del loro universo non siano già tutte spente. Fosse uscito in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, avrebbe fatto sfracelli.

Quasi a vantarsi della propria bravura, i Gaz decidono di non includere quella folgorante doppietta nelle prime stampe dell'album, in modo da ottenere un lavoro più coeso e, soprattutto, interamente inedito. Basterebbe quel frontespizio (un'immagine tratta da un articolo di "Scientific America" sul funzionamento dei colori sovrastata da una scritta ispirata alla grafica di Gundam) per fare di "Sick Soundtrack" un'icona, ma dentro c’è molto altro, a partire da una "Going Underground" che non è quella dei Jam e occhieggia semmai a dei Roxy Music scarnificati da Alan Vega, esalando dall'oltretomba un verso che vale più di mille proclami: "Baby, I feel so lonely". Vive simili inquietudini anche "Japanese Girl", nei dintorni dei Cure di "Three Imaginary Boys", mentre l'ipercinetica "Shock Antistatico" è un tripudio di spigoli da far impallidire i Gang Of Four, con un instancabile rasoiare chitarristico.
La sei corde, pur impigrita da uno slide, rimane protagonista nella smorta "Pordenone UFO Attack", per poi cedere il testimone all'organo speziato di "Tij U Wan", le cui premesse psichedeliche vengono subito tradite da un'isteria scomposta alla Mark Mothersbaugh. Quanto al groove immoto di "Oil Tubes", non avrebbe affatto sfigurato su "Remain In Light", almeno quanto "Nightmare Telegraph" sembra uscita da "Meet The Residents" e "Walkytalkin'" da "The Modern Dance".
Riportano tutto a casa i cyber-Cramps di "I Want To Kill You", con un sardonico scroscio di applausi a siglare impeccabilmente la sceneggiata. Colpisce, dall'inizio alla fine, la forza delle composizioni, poste sempre davanti e mai dietro le sperimentazioni: pur ammantato da slanci intellettuali e manipolazioni di studio, a tenere le fila del discorso è sempre un rock'n'roll sorprendentemente sapido e incisivo, con un autoironico slapback delay sulla voce a palesare il legame con le radici che nessuna iconoclastia potrà mai sconfessare. Non è in fondo questo lo spirito più autentico della new wave?

Chi ha avuto la fortuna di vederli sul palco al momento giusto riferisce di un gruppo assai più cacofonico e oltranzista (a un sol passo dai Contortions, è pronto a giurare qualcuno), ma ciò non intacca la rispettabilità di un disco a prova di ruga, tuttora in forma smagliante. Nelle prime 1.000 copie compariva il singolo "I See My Baby Standing On A Plane" accreditato al side project pseudo-rockabilly Billy Blade & the Electric Razors. La ristampa in cd del 2003 butta dentro anche "Nevagadaz/ Blue TV Set" e il successivo, strepitoso Ep "Dressed To Kill" (contenente, tra le altre cose, una memorabile cover di "When The Music's Overalienata come da tradizione post-punk), chiudendo in bellezza con l'imprescindibile "Mamma dammi la benza".

Anche il percorso dei Gaznevada, col senno di poi, è sintomatico delle sorti del rock dell'epoca, con un progressivo smussamento della carta vetrata culminato nell'approdo italo-disco degli ultimi lavori (non disprezzabili, checché se ne dica) e le comparsate nei format televisivi nazionalpopolari, non prima di sfilare insieme a Brian Eno, Bauhaus, Chrome, DNA e tanti altri nel "festival per i fantasmi del futuro" ELECTRA1, anno domini 1981: un epitaffio in grande stile per la Bologna avanti, simbolicamente sepolta due anni dopo insieme al cadavere martoriato di Francesca Alinovi. La loro parabola si è così confermata, nel bene e nel male, la più programmatica per capire l'evoluzione della nostra musica e della nostra società.

Bombe, eroina e riflusso sono riusciti a estinguere i sogni di una generazione che ebbe il coraggio e l'ingenuità di guardare oltre l’orizzonte, ma per fortuna la loro "colonna sonora malata" possiamo ancora ascoltarla, per intossicarci fino al collasso e guarirci da questo presente così banale, addomesticato e codardo.

Questo articolo è stato in gran parte scritto prima della notizia della scomparsa di Nico Gamma, alla cui memoria non possiamo che dedicarlo.

(30/06/2019)



  • Tracklist
  1. Going Underground
  2. Japanese Girl
  3. Shock Antistatico
  4. Pordenone Ufo Attack
  5. Tij-u-wan
  6. Oil Tubes
  7. Nightmare Telegraph
  8. Walkytalkin'
  9. Now I Want To Kill You


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