Approfondimenti

Potere di un'icona

Cosa significa Klaus Schulze?

di Valerio D'Onofrio

Klaus Schulze non c’è più. Dopo un lungo periodo di malattia, il pioniere della musica cosmica e del kraut-rock ha raggiunto e oltrepassato i luoghi che la sua fervida creatività aveva immaginato e ricreato con mondi sonori del tutto nuovi. L'astronave-mente di Schulze è ormai oltre l’orizzonte e - come con un fionda gravitazionale - si è allontanata definitivamente dalla Terra senza poter fare più ritorno.

Una vita da pioniere, da antesignano di un nuovo mondo sonoro, come un colonizzatore di universi inesplorati che le sue sinfonie elettroniche ci hanno permesso di vedere a occhi chiusi e sentire quasi sensorialmente. Una carriera nata come “il batterista più ganzo del mondo” (come lo definì Julian Cope) nel primo splendido album dei Tangerine Dream del 1970 ("Electronic Meditation”) e proseguita con l’esordio iper-lisergico degli Ash Ra Tempel. Due grandi album che sarebbero valsi già da soli un’intera carriera, ma che a Klaus - in qualche modo - stavano stretti. La sua visione lo stava portando oltre, oltre lo spazio terreno noto ai sensi comuni, per avventurarsi nello spazio profondo.

schulzeDa questa avveniristica ambizione nasce la separazione dai Tangerine Dream e l'inizio di una fervida e straordinaria carriera solista. Da "Electronic Meditation”, le vite di Schulze e Froese si separano per solcare due strade parallele. Da questa separazione nasce una sorta di sfida intellettuale continua, un continuo superarsi vicendevolmente per stabilire chi fosse capace di spingersi più in fondo negli orridi abissi spaziali.
Questo sano “conflitto” porta alla produzione di opere indimenticabili che, sul versante dei Tangerine Dream, vanno da “Alpha Centauri” (1971), “Zeit” (1972), “Atem” (1973), “Phaedra” (1974) e “Rubycon" (1975), a cui Schulze risponde colpo su colpo, andando persino oltre. Non solo oltre la discografia della band di Froese ma persino oltre il comune sentire con cui era stata intesa l'idea di musica cosmica. Se i primi Tangerine Dream e Ash Ra Tempel avevano guardato le stelle immaginando viaggi spaziali, Schulze riesce per la prima volta a dare una sensazione autenticamente sensoriale dello spazio profondo. Schulze è il primo a rompere davvero l'oblò dell'astronave in cui i primi corrieri cosmici erano rimasti saldamente intrappolati, gettandosi nudo e privo di tute spaziali nell'oscurità e nel freddo assoluti.

klausschulze_1_1353326735E’ il tempo dei suoi capolavori, da “Irrlicht” (1972) la sua opera più ambiziosa, di una potenza tanto visionaria da lasciare a tratti increduli, al disco gemello “Cyborg” (1973), sino a "Blackdance" (1974) e al wagnerianoTimewind” (1975).
Una delle intuizioni di Schulze è di separarsi radicalmente dal mondo del rock, e di far incontrare la musica classica con una parte del minimalismo americano, in particolare quello monolitico di La Monte Young, che con la sua eternal music dà il via a una generazione di musicisti che prenderanno parte delle sue idee. Schulze è uno di questi, tanto è vero che la sua musica crea un mondo da abitare, disegna un paesaggio che deve essere abitato, vissuto sino in fondo, come nelle aspirazioni di John Cage nelle sue opere che oggi sono considerate come proto-minimaliste (“In A Landscape”).

Schulze ci mancherà, ci mancherà la sua musica per la mente, le sue sinfonie quadrifoniche, la potenza wagneriana delle sue composizioni ("Satz Ebene", "Bayreuth Return") tale quasi da stordire l'ascoltatore, con una capacità descrittiva mai udita nella musica cosmica.
Ora Schulze è lì, nei luoghi che aveva immaginato e “visto”. In un certo senso, è tornato a casa.



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