Klaus Schulze

Timewind

1975 (Brain, Virgin) | elettronica

La cavalcata delle Valchirie diluita e rallentata in assenza di gravità, come una danza spettrale nello spazio-tempo infinito. Il crepuscolo degli Dei celebrato in un lungo viaggio siderale attorno agli anelli di Saturno. È una scommessa temeraria, quella che Klaus Schulze decide di affrontare nel 1975, dopo aver dato alla luce 4 Lp solisti in seguito al suo distacco dalle navicelle spaziali di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel. Ingobbito tra le sue tastiere-cyborg, in un groviglio inestricabile di cavi e led, il compositore berlinese partorisce un concept-album sul suo idolo Richard Wagner. Quasi a voler ribadire una volta di più come la musica elettronica tedesca avesse radici ben piantate nelle nobili tradizioni classiche di quel paese. È un'occasione irrinunciabile. E il più intrepido dei corrieri cosmici non se la lascerà sfuggire, piazzando il suo nuovo colpo vincente. Due sole suite di circa mezz’ora l’una, per consacrarsi padrino della kosmische musik e di tutte le sue evoluzioni nei secoli dei secoli.

Wagner nello spazio

Sono due le motivazioni che ci hanno spinto a inserire “Timewind” tra le pietre miliari di OndaRock. In primis, ovviamente, il valore eccelso dell’opera, non sfuggito già ai più acuti osservatori dell'epoca, come la giuria francese del Grand Prix du Disque International, che lo consacrò disco dell’anno. L’altra considerazione attiene al ruolo cruciale di questo lavoro nella discografia di Schulze e dell’intera storia della musica elettronica. Da strenui oppositori dell’integralismo ottuso che vuole “i veri Kraftwerk” terminare con “Autobahn” (che, al contrario, è stata la molla che li ha proiettati nell’orbita di una ancor più ardimentosa proto-techno), siamo anche convinti che la saga pionieristica del corriere cosmico di Berlino non si esaurisca con i suoi primi due monoliti, “Irrlicht” e “Cyborg”, ma prosegua altrettanto fertile in molti dei suoi successivi lavori, capaci di gettare un ponte tra le astratte suite siderali degli esordi e gli sviluppi più suggestivi dell’elettronica a venire, da Jean-Michel Jarre fino agli Air e alla new age. In questo percorso, “Timewind” si inserisce esattamente a metà strada (proprio come il succitato “Autobahn”), in una di quelle magiche “terre di mezzo” che spesso, nella storia della musica, sono foriere di capolavori, fungendo così da chiave di volta per decifrare la personalità bifronte dello sfuggente compositore tedesco.

In realtà, nelle fluttuazioni che contraddistinguono la prima parte della sua carriera, Schulze oscilla costantemente tra la fedeltà ai canoni rigorosi e orchestrali delle sue sinfonie planetarie e la propensione verso un sound più melodico e accessibile, iniziato a sviluppare già nei suoi due Lp precedenti, "Blackdance" e "Picture Music". A complicare le cose, in “Timewind”, c'è la dedica ingombrante: Wagner, infatti, esige maestosità, cromatismo, afflato tragico. La navicella di Schulze, così, si trova in qualche modo costretta a sterzare ancora, riavvicinandosi alle partiture più austere e glaciali dei suoi primi due album, ma con un bagaglio di strumenti (chitarre, percussioni, sequencer) e soluzioni melodiche ormai accumulato in stiva. Proprio da questa alchimia tra kosmische musik delle origini e pulsazioni elettroniche del futuro nasce l'irripetibile magia di “Timewind”. Una magia ancor più stupefacente se si considera la limitatezza di mezzi a disposizione.

L’incubatrice di “Timewind” è infatti un negozio di barbiere dismesso a Berlino, che Schulze prende in affitto, insonorizzandolo con strati di lana di vetro arancione. Era la sua casa-studio dell’epoca – come racconta nelle note di copertina – equipaggiata con un Revox a due tracce per produrre eco e delay, e con un Telefunken a 4 piste per registrare e mixare i suoni dei synth in presa diretta, a mo’ di “live in studio”. Decisivo si rivelerà poi il ricorso al sequencer, che forgia un suono incredibilmente arioso, avvolgente e futurista, in netto anticipo sui tempi, tanto che riecheggerà non poco in successivi capisaldi dell’elettronica come “Oxygene” di Jean-Michel Jarre e “Blade Runner” di Vangelis.

Ritorno a Bayreuth

Apice dell’opera è la colossale suite d’apertura “Bayreuth Return”, che cita proprio la città bavarese dove il compositore di Lipsia scelse di vivere. Un vento cosmico spettrale spazza il brano sin dall’inizio, insinuandosi come polvere sottile tra le sonorità liquide dei synth. Poi, attorno al terzo minuto, parte uno dei classici colpi di scena di Schulze (avete presente il crescendo di “Ebene”?). I sequencer iniziano a pennellare frasi melodiche celestiali, che si sovrappongono nelle varie tonalità, irradiandosi nel vuoto cosmico, in una spirale sempre più ipnotica e avvolgente, in cui l’ascoltatore finisce letteralmente inghiottito, come un’astronave risucchiata in un buco nero. In questo magma nebuloso di sibili e archi sintetizzati, di modulazioni e pulsazioni sintetiche, dove un ritmo guadagna slancio e l’altro si affievolisce sugli sciabordii delle tastiere, si fa strada la meravigliosa melodia principale, come in un’ascesa progressiva verso una galassia remota, forse irraggiungibile. Questo terrore panico dello spazio, questo senso di perdita di ogni controllo sensoriale – come in un raga indiano proiettato nel cosmo – permea il brano, donandogli un senso di drammaticità realmente wagneriano. E i pattern ritmici dei sequencer, cambiando velocità e rincorrendosi all'infinito, come una sorta di frequenza cosmica, donano un effetto trance di straordinaria modernità per l’epoca.
Il furore visionario di “Irrlicht” non si è attenuato, ma si è fatto meno alieno e astratto, più musicale e armonioso, guadagnando un senso di grandeur romantica ma restando sempre inserito in una drammatica dimensione psicologica. Un vero e proprio nirvana elettronico.

L’illusione della pace

Il secondo movimento, "Wahnfried 1883", prende invece il nome dalla residenza di Wagner a Bayreuth, unendo le parole wahn (illusione) e fried (pace), mentre il 1883 è l'anno della morte del compositore di Lipsia. Più lento e meditativo, senza più pulsazioni e riverberi, in rotta decisa verso l’ambient-music, il brano è tutto giocato sui droni d'organo che fluttuano nell’immane solitudine del buio cosmico, trafitti dalle scariche elettriche dei synth e attorniati da melodie tanto statiche quanto contrite e solenni, come in una sorta di requiem stellare per un corpo celeste. Un altro wall of sound elettronico per un'altra suite monumentale, sulla quale ci sarà chi – come ad esempio gli Orb – costruirà quasi un’intera carriera.

Per molto tempo unico album di Schulze pubblicato negli Stati Uniti, “Timewind” è in effetti il perfetto punto di partenza per avvicinarsi alla sterminata discografia del maestro berlinese, nonché una delle sue opere più cinematiche (quasi un’ideale colonna sonora di un film di Andrej Tarkovsky). Nel 2016 è stato magistralmente rimasterizzato, in una ricca edizione, corredata da un imperdibile booklet – con foto, note autografe e testimonianze d’epoca, inclusa quella dello stesso autore – con l’aggiunta di un secondo cd contenente tre bonus track. Le prime due sono outtake dalle sessioni originali del 1975: “Echoes Of Time” è di fatto una versione alternativa ed estesa (39 minuti) di “Bayreuth Return”, ripresa anche dalla più breve “Solar Wind”, che ne recupera gli accordi depurandoli delle scansioni ritmiche del sequencer. La conclusiva “Windy Times” è invece una sorta di auto-omaggio di Schulze all’intero album: una rara traccia composta nel 2000, con pulsazioni del sequencer in linea con quelle della suite di Bayreuth ma aggiornate ai suoni contemporanei e con un battito midtempo di stampo techno, quasi a voler rimarcare la primogenitura su quella stagione musicale.

Se “Irrlicht” è "la vetta più alta da cui la musica abbia mai guardato le stelle", “Timewind” non è che un’altra, irrinunciabile, tappa del viaggio. Un’odissea nello spazio, quella di Klaus Schulze, che sarebbe proseguita fino ad oggi, con esiti non sempre così brillanti, ma con lo sguardo rivolto sempre instancabilmente al futuro.

(29/09/2019)



  • Tracklist
  1. Bayreuth Return
  2. Wahnfried 1883


Bonus track incluse nel secondo cd della ristampa del 2016

  1. Echoes Of Time
  2. Solar Wind
  3. Windy Times
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