L’ascesa della Material Girl
“I wanna be famous. I wanna be a star”. Aveva già messo tutto in chiaro, Miss Ciccone, con quel celebre incipit alla sua intera carriera contenuto nella sua prima raccolta di videoclip. Tutto così meticolosamente e tremendamente pianificato da apparire artificiale, se non fosse che la star di nome Madonna ha riempito quel diabolico piano di una personalità e di un’abilità artistica tali da far ricredere persino i più incrollabili detrattori della prim’ora. Un modello che ha dettato legge, quasi si trattasse della prova provata di come anche una cantante apparentemente normale, non troppo dotata di mezzi vocali e di talento interpretativo, potesse divenire rapidamente una stella del firmamento pop. Insomma, se esiste davvero un manuale della perfetta popstar, a scriverlo è stata proprio lei: Veronica Louise Ciccone, nata il 16 agosto 1958 a Bay City, Michigan, Stati Uniti. Una popstar mutante e cannibale, multiforme e postmoderna, capace di lanciare le mode ma anche cavalcarle con astuzia, farsi icona e feticcio e al contempo ridicolizzare gli istinti più dozzinali di un pubblico assetato di idoli da adorare e da sacrificare sull'altare dello stardom. Fingendosi oggetto sessuale e facile preda, ha di fatto sottomesso sempre tutti, dai discografici ai suoi fan. Una spregiudicata dominatrice, insomma, come la “Mistress Dita” del suo Erotica, ma in versione manager: guanto di velluto e pugno di ferro.
Ad aiutare nella sua scalata l'esuberante Miss Ciccone, in realtà, aveva provveduto già l'anagrafe, recandole in dote l'appellativo più proibito e impossibile di tutti: Madonna. E però di virgineo la sfrontata Veronica Louise mostrerà ben poco, divertendosi anzi a ironizzare su quel nome solenne accostato alla sua impenitente voracità sessuale. Nata a Bay City, Michigan (16 agosto 1958), e cresciuta a Pontiac, terza di sei fratelli, perde la madre Madonna Louise Fortin per un tumore al seno a soli cinque anni, restando sola con il padre Silvio Anthony, di origine abruzzese. Il dolore di quella perdita contribuirà a donare Madonna di una scorza indistruttibile, facendola maturare in fretta. La ragazzina che cresce a Detroit e studia danza moderna ha già pochi scrupoli e un chiodo fisso: diventare famosa e amata da tutti. La "missione popstar" parte a New York, alla fine degli anni Settanta, dove Veronica Louise si trasferisce per lavorare in una compagnia di danza. Miss Ciccone comincia la sua scalata sgomitando nelle discoteche "off" di Soho e iniziando a realizzare brani dance, alcuni dei quali vengono programmati al Danceteria di New York dal dj Mark Kamins. Sarà proprio lui il deus ex machina del suo vero e proprio esordio su vinile, producendo “Everybody”, primo singolo a nome Madonna. Da allora è una scalata inesorabile. Il trittico al tritolo “Holiday”-“Lucky Star”-“Borderline” impone il nome di Madonna nelle classifiche dance a stelle e strisce e prelude all’uscita del suo debutto omonimo su Lp del 1983, che mette in luce il suo insospettabile talento di autrice (sono sue quasi tutte le tracce), oltre che di performer, affidandosi alla grazia infetta di una pop-dance urbana frammista a sonorità synth-pop tipicamente eighties, per narrare l'amore tra i ragazzi bohemienne della New York più desolata.
La verginità del pop
Eroina dell'era post-disco, Madonna fa della promiscuità e degli eccessi sessuali la sua strada maestra, mescolando sacro e profano in modo animalesco e spregiudicato. Cantando con vocina stridula e mescolando pose provocanti da ninfetta a look sacro-blasfemi (crocefissi e lingerie, minigonne e calze a rete), la cantante americana forgia un bizzarro mix di rozza sensualità post-puberale e studiate pose da diva: l'ideale per catturare moltitudini di adolescenti a caccia di nuovi modelli con cui identificarsi.
Ma manca ancora il colpo da ko. Per assestarlo, Madonna sceglie una vetrina ad hoc: il palco di Mtv. Il 18 settembre 1984, alla prima edizione degli Mtv Video Music Awards, esce da una torta nuziale in candidi abiti da sposa, dimenandosi oltraggiosa, con una vistosa cintura griffata dalla scritta "Boy Toy". Sul palco presenta in anteprima il suo nuovo singolo “Like A Virgin”, con una interpretazione sensuale e provocatoria. Ancor più di capriole e rotolamenti sul palco, a scandalizzare i benpensanti sarà quel breve istante in cui Madonna simulerà un atto di autoerotismo, muovendo avanti e indietro il bacino fasciato nella larga gonna di organza. Una specie di oltraggio supremo, al tempo di uno showbiz dominato dal maschilismo. La performance, subito considerata una delle più memorabili nella storia dei VMA, sarà un formidabile trampolino verso lo stardom.
Eppure la gestazione di quel brano non era stata semplice. Il testo porta la firma di Billy Steinberg, colui che, insieme a Tom Kelly, aveva messo a segno già svariati colpi da n.1 in classifica, tra cui "True Colors" per Cyndi Lauper, "Eternal Flames" per le Bangles e "So Emotional" per Whitney Houston. Reduce da una relazione finita male, Steinberg ha in mente la verginità come metafora di una rinascita emotiva: “Ricordo di aver scritto quel testo sul sentirsi lucido e nuovo, quasi come di nuovo vergine, almeno dal punto di vista emotivo – rivelerà - Avevo attraversato un momento molto difficile e alla fine ce l’avevo fatta”. L’amico Tom Kelly, però, fatica a tirarne fuori una ballata romantica: “Come si può fare, con una canzone chiamata “Come una vergine”? Sembra ridicolo!”, protesterà. Ma Steinberg non molla, crede molto in quel testo – come racconta Davide Pezzi in “Quello che le canzoni non dicono” – Così, dopo vari tentativi, Kelly prova a cantare la canzone in falsetto, in una tonalità molto alta un po’ come nei classici neri della Motown. “Ecco fatto - esclama Billy - questa è la canzone!”. La propongono a Michael Ostin del dipartimento A&R della Warner Bros. che è proprio in cerca di canzoni per il secondo album di Madonna. Il giorno dopo la fa sentire a Miss Ciccone che letteralmente impazzisce e capisce che si tratta della canzone perfetta per lei.
Ma c’è un ostacolo piuttosto ingombrante da superare, che risponde al nome di Nile Rodgers, il leggendario produttore chiamato in cabina di regia. Il leader degli Chic, reduce dalla produzione di bestseller come “Upside Down” di Diana Ross, “The Reflex” dei Duran Duran e l’intero album “Let’s Dance” di David Bowie, era rimasto colpito da una performance della Material Girl: “Sono andato in un club per vedere un’altra cantante, ma quando sono arrivato, sul palco c’era Madonna. Mi ha colpito la sua presenza scenica e ci siamo incontrati subito dopo. Volevo lavorare con lei e ‘Like a Virgin’ mi è sembrata un’opportunità perfetta”, racconterà. Seppur entusiasta di Rodgers (“ha una grande passione pop e ha fatto grandi cose dance con Chic, Sister Sledge e tutti gli altri”), la cantante americana ha le idee ben chiare in testa e non intende scendere a compromessi. Nasce così il seguente dialogo: “Nile, se non ti piacciono tutte le canzoni, non posso lavorare con te” (Madonna). “Beh, non mi piacciono tutte, ma quando avrò finito il mio lavoro, le adorerò!” (Rodgers). Il problema è che una di quelle che non incontra il suo gradimento è proprio la title track, che ritiene priva di un refrain abbastanza incisivo. Prima ancora dell’intransigenza di Madonna, sarà l’impatto del brano a farlo ricredere, riconoscendo di non riuscire più a levarselo dalla testa: “Pensavo che ‘Material Girl’ fosse molto meglio di ‘Like A Virgin’. In effetti pensavo che ogni canzone di quell’album fosse migliore del singolo, e alla fine ho dovuto chiedere scusa a Madonna e ammettere che mi sbagliavo”. Capita, anche ai migliori.
In studio Madonna resta molto fedele al demo originale, con la considerevole aggiunta della batteria di Tony Thompson. Ne scaturisce un’altra delle sue pantomime sessuali al servizio di una novelty dance che suona quasi come una versione ancor più anfetaminica della “Billie Jean” di Michael Jackson, con quel basso a pulsare ossessivo, quelle linee scintillanti di synth e quei due hook, con la voce di Madonna che sale su un registro alto, cadenzata da un martellante arrangiamento di tamburi. Dopo l’esecuzione agli Mtv Awards, il singolo viene pubblicato il 6 novembre e conquista subito le classifiche mondiali, restando per sei settimane al primo posto della Billboard statunitense. A favorirne il successo è anche il celeberrimo videoclip diretto da Mary Lambert, girato tra New York e Venezia: Madonna, con lo stesso look da sposa sfoggiato ai VMA, parte da Brooklyn per approdare nella città lagunare, dove canta e balla tra le gondole e i saloni barocchi di Palazzo Zenobio. Immagini che oggi possono apparire ingenue, ma che all’epoca contribuirono a consacrarla come icona provocatoria del pop.
“Like A Virgin” sarà reinterpretata da svariati artisti, tra cui i Bow Wow Wow, Marilyn Manson con i Nine Inch Nails, nonché Britney Spears e Christina Aguilera. E troverà anche una citazione cinefila nella scena iniziale del film "Le iene" di Quentin Tarantino, in cui i personaggi discutono sul reale significato del testo, ipotizzando si tratti di “una metafora della fava grossa”. Per tutta risposta Madonna inoltrerà all’amico Quentin una copia del suo libro "Erotica" con la dedica: “È una canzone che parla d’amore, non di fave grosse. Madonna”.
Madonna c’est Chic
Consapevole di dover fare i conti con un caterpillar in vesti di pizzo, Nile Rodgers non rinuncia tuttavia ad apporre il suo marchio doc sulle nove canzoni di “Like A Virgin”. E non nasconde di non apprezzare alcune delle demo messe a punto dalla cantante con Stephen Bray: “C’erano troppe sequenze, poca musica suonata dal vivo – rivelerà - Le dissi: ‘Con questo materiale puoi ottenere solo canzoni pop carine. Ma se lavoriamo con grandi musicisti, possiamo portare il tutto a un livello superiore. Esibirti con una vera band ti farà apparire come un’artista completa”.
Il problema era il budget: Rodgers era Chic anche nei compensi e la Sire non disponeva di grandi risorse. Si arriva così a un accordo apparentemente rischioso: se il disco avesse superato i tre milioni di copie, la percentuale del produttore sulle vendite sarebbe aumentata drasticamente. L’etichetta, convinta che fosse un obiettivo irrealistico, accetta. Senza immaginare che l’album avrebbe superato di gran lunga quella soglia…
Madonna, comunque, si presenta in studio con le idee molto chiare e una tracklist già definita. Le sessioni si svolgono ai Power Station Studios di New York nella primavera del 1984: sei intense settimane in digitale, con la cantante sempre presente, attenta a ogni decisione, desiderosa di imparare ma anche pronta a imporre la propria visione. “Il primo giorno sono stato il primo ad arrivare in studio, ma non è mai più ricapitato – racconterà Rodgers - Madonna non mi avrebbe permesso di essere di nuovo il primo, mai. Non ho mai lavorato con una persona che rispettassi di più”.
Il produttore chiama a raccolta i suoi partner negli Chic: il bassista Bernard Edwards, il batterista Tony Thompson e il tastierista Rob Sabino, cui si aggiungerà il beatmaker Jimmy Bralower. Proprio quest’ultimo svelerà un curioso dettaglio sulle session, riportato nel libro di Giulio Mazzoleni “Madonna Songbook”: “Abbiamo intenzionalmente creato dei backbeat estremi. La batteria era molto acuta, la grancassa era possente: non era un normale insieme di suoni, stavamo spingendo i limiti quasi a livello cartoonesco”. A dar man forte ai corti, invece, vengono chiamati Curtis King (già al fianco di E Street Band, Michael Jackson e Meat Loaf) e i fratelli Frank e George Simms, reduci dal Serious Moonlight Tour di David Bowie. E la produzione naturalmente si fa più ricca e sofisticata, così come gli arrangiamenti, ben più articolati e complessi rispetto alla dimensione da discoteca di periferia dell'esordio. Ne scaturisce un suono pop compatto e scintillante, con batteria e basso tesi allo spasmo, ad assecondare la voce ancora acerba ma già inconfondibile della cantante americana.
Sul fronte del dancefloor, oltre alla title track, spiccano i beat ossessivi e martellanti di “Angel” e “Over And Over”, ma soprattutto la deliziosa "Dress You Up", nata da un demo di due autrici esordienti, che infila una melodia sensuale tra il battito incalzante dei synth e un solo di chitarra, sfidando, con i suoi 6 minuti e 20 secondi di durata, i sacri dogmi dell’airplay radiofonico. Al lotto si aggiungerà poi una preziosa bonus track (presente però solo nell'edizione europea) come “Into The Groove”, un altro spettacolare singolone riempipista che saltella ubriacante su possenti linee di basso e pattern sempre più secchi, centrando l’ennesimo refrain vincente (più un memorabile video, tratto dal film “Cercasi Susan disperatamente” con la stessa Madonna, al quale faceva anche da colonna sonora).
Ma certo anche l'immagine reclama la sua parte. Abbandonato il look da riot girl stradaiola dell'esordio, Madonna si cala sempre più nella parte della diva, immedesimandosi persino nell’icona più sexy della storia di Hollywood. “Material Girl” è infatti un palese omaggio a Marilyn Monroe, una sorta di riedizione della sua “Diamonds Are A Girl's Best Friend” (1953), parodia a sua volta parodizzata nel videoclip del brano, in cui Madonna, inguainata in vesti di seta rosa, fa il verso alla più celebre bionda della storia del cinema, portando avanti un parallelo tutt'altro che casuale. Il motivo in sé è banalotto, ma si rivela cruciale nel processo di formazione dell'icona, fungendo da manifesto dell'etica cinica e spregiudicata di Madonna e forse anche dello spirito più fatuo e rapace degli 80’s ("The boy with the cold hard cash is always Mr. Right/ 'Cause we're living in a material world/ And I am a material girl").
Non mancano però due lenti atmosferici come “Love Don't Live Here Anymore” e “Crazy For You”, in cui Madonna inizia ad affinare le sue doti di vocalist. Splendido in particolare il primo, che rilegge un brano di Rose Royce del 1978 aggiunge un tocco soul ed evidenziando un’ambizione interpretativa in grado di andare oltre il pop da classifica. Rodgers rivelerà come la registrazione del brano rappresentò un momento di sincera emozione per un’artista solitamente ritratta come glaciale: "Madonna non aveva mai cantato dal vivo con un'orchestra e lei stessa in un primo momento era titubante, ma inaspettatamente i risultati si sono rivelati positivi. Si è lasciata prendere dall'emozione e si è messa a piangere, ma io ho lasciato che la registrazione continuasse". Tutto sommato efficace anche l’altra ballad "Crazy For You", perfetto tema per teen-movie, come per l'appunto fu "Vision Quest", nella cui soundtrack confluì.
È invece un omaggio alla gloriosa era Motown e al doo-wop di girl group degli anni 60 come The Shirelles o The Crystals, l’ironico divertissement di “Shoo-Bee-Doo”, scritto dalla stessa Madonna: un numero pop retrò ad alto tasso di saccarina, incluso il ruffianissimo assolo di sax. Chiudono il cerchio due episodi più anonimi, come “Pretender”, che inizia con il ritornello per poi muoversi lungo le strofe raccontando una storia di seduzione incontrollata, e “Stay”, che chiude l’album incorporando un rumore che ricorda vagamente il suono dei colpi dati al microfono e una sequenza parlata che sfuma fino all’epilogo.
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A star is born
Madonna si affida al fotografo Steven Meisel e alla stylist Maripol per creare una copertina tanto esplicita quanto dirompente. L’accostamento del suo nome al titolo “Like A Virgin” è già di per sé un corto circuito tra sacro e profano, innocenza e provocazione. A rafforzare il messaggio contribuisce l’immagine scelta, che la vede distesa su un letto di velluto, in abito nuziale ma in lingerie sexy, con bouquet in mano e la celebre cintura “Boy Toy”. Una messa in scena destinata – inevitabilmente – a urtare la sensibilità dell’America conservatrice degli anni 80, scatenando polemiche e fascinazione in egual misura. È l’ultimo tassello di un mosaico perfetto. “Like A Virgin” centra con precisione chirurgica l’obiettivo prefissato: trasformare l’acerba starlette da discoteca di “Lucky Star” in una diva globale del pop. Lo strumento è un luccicante caleidoscopio dance che aggiorna i canoni della disco-music, di cui Rodgers è stato pioniere, al tempo del pop levigato e delle superproduzioni degli 80's. Un sound più ampio e universale, concepito per superare la dimensione asfittica dei club e imporsi nelle radio Fm e su Mtv. “Un disco intelligente, divertente, sexy e irresistibile”, lo definirà la sua autrice, che anche sul piano vocale mostrerà diversi passi in avanti, osando con le note alte e mettendo in risalto una timbrica che qualcuno giudicò “cartoonish”, ma che in realtà rivelava chiaramente le sue fonti d’ispirazione – Diana Ross e Michael Jackson in primis – filtrate attraverso una sensibilità del tutto personale.
Pubblicato l’11 novembre 1984 dopo vari rinvii, l’album è un successo travolgente. Conquista rapidamente la prima posizione della Billboard 200 negli Stati Uniti, dove rimase in vetta per tre settimane. Diviene il primo disco di una donna a vendere più di cinque milioni di copie negli Usa in un solo anno, e ad oggi ha venduto oltre 21 milioni di copie nel mondo, diventando uno dei dischi più venduti di sempre. Nel Regno Unito debutta al numero uno della Uk Albums Chart, restando in classifica per mesi. Anche in Italia – oltre che in Australia e Canada – sale al primo posto, mentre in molti altri paesi, come Giappone, Francia e Germania, si stabilizza nelle prime dieci posizioni. È il preludio a un trionfale tour partito dai teatri della West Coast e finito in scala ben più ampia al Madison Square Garden.
Naturalmente, il successo le attira invidie diffuse, miste a strali bigotti e misogini. In sua difesa, accorrerà lo stesso Rodgers, confermando, ancora una volta, la sua preveggente lucidità, anche rispetto alla critica musicale del periodo. Particolarmente significativo un intervento del produttore riportato da Mazzoleni: “Qualcuno come Iggy Pop può andare in scena ed essere super-sessuale e selvaggio e questo è fantastico – diceva Nile Rodgers nel 1985 - ma Madonna è una donna, quindi dicono che sia squallida. Madonna è sfacciatamente sessuale e sensuale, ma non squallida, nemmeno un po’. È un’eccellente cantante e musicista, un’artista seria. Sarebbe bello se alcune persone apparentemente intelligenti che conoscono la musica andassero oltre l’immagine e si appassionassero alle sue canzoni. La maggior parte delle cose brutte su di lei le dicono gli uomini”. E continueranno a farlo ancora a lungo.
Con “Like A Virgin”, insomma, Madonna diventa una star rovesciando gli stereotipi e usando il sesso, semmai, come strumento di espressione della propria forza. Inspiegabilmente snobbata sei mesi prima per le registrazioni di “We Are the World”, viene invitata a esibirsi allo storico concerto Live Aid. Due giorni dopo, “Into The Groove” esce come singolo in Europa, mentre il film “Cercasi Susan disperatamente” la proietta nei cinema di tutto il mondo. Ma l’implacabile Veronica Louise non può cullarsi sugli allori. Comprende, con un intuito manageriale alla Bowie, come il suo riflesso nello specchio possa diventare persino più importante di lei stessa. E comincia a sviluppare la sua sofisticata strategia che le consentirà di restare in sella per oltre quattro decadi, grazie anche alla sua straordinaria capacità di manipolazione dei media e di intelligente lettura dei mutamenti sociali in corso. Il suo sarà un American dream intriso di cinismo e lucidità. Eppure incarnerà la parabola di divismo femminile più riuscita a cui abbiamo assistito negli ultimi 45 anni.