Organ

Organ

Un colpo a bruciapelo

di Claudio Fabretti, Mimma Schirosi

Riesumiamo una delle meteore più luminose e ingiustamente dimenticate del revival wave degli anni Zero. Cinque giovani ragazze da Vancouver, Canada. Con piglio androgino e anima dark. Una parabola riassunta, di fatto, in un solo, grande album: "Grab That Gun"
Una parabola breve e fulminante. Tutto in un anno. O quasi. Nel 2006 sono state la quintessenza dell'hype. Fortunato e letale, al tempo stesso. Perché se tutti, nel bene e nel male, hanno parlato di loro, la memoria, in buona parte, le ha relegate a quello: l'ennesimo, effimero fenomeno passeggero dell'indie-rock. O forse peggio: l'ennesimo revival new new wave da archiviare sotto la voce "fuori tempo massimo". Questo, in tanti, hanno detto di loro. Eppure - a nostro sommesso avviso - sbagliavano, e di grosso. Perché la meteora Organ, in realtà, meritava ben altra considerazione. Passato il tempo e lasciate sedimentare le ultime tracce di quella nuvola di hype passeggero, non resta che raccontare la loro storia e le loro canzoni. Per scoprire che, forse, sono proprio uno dei frutti più preziosi che la riscoperta darkwave abbia prodotto in un decennio di per sé inquieto e nevrotico come gli anni Zero.

Cuori a picco


Il canone dell'eterno femminino riveduto e corretto dall'artificio del millennio. L'eterno pulsare di ritrovate inquietudini. L'onta di un sottile piccolo male di vivere si cristallizza nei freddi netti del Canada. A Vancouver. Avere vent'anni e notare l'ombra che lascia ogni cosa, anche la più luminosa. Chissà chi sarebbe stato Ian Curtis oggi, se scampato alla tentazione del mitologico congedarsi prematuramente. Forse loro sono giunte per alleviare le pene di un cuore vulnerabile e sensibile alla tensione interiore, e, senza tante aspettative, con disarmante candore, ci riescono.
Dopo una lunga e stimolante paideia musicale dedicata agli anni 80, le poco più che adolescenti Organ, affrancate dal timor reverenziale verso i maestri, ma loro grate di ogni input ricevuto, si catapultano nella scena indie-rock con un Ep, Sinking Hearts. È il 2002 e la riscoperta della new wave è solo all'inizio. Sì, è appena uscito "Turn On The Bright Lights" degli Interpol, ma ancora non si riesce a immaginare la portata di un fenomeno che diventerà invece uno dei più rilevanti dell'intera decade.

La polistrumentista Katie Sketch (all'anagrafe Katie Richie) suona il violino dall'età di tre anni e sta cercando finalmente di dare una forma alle sue sonorità preferite. Che non sono quelle che impazzano nel Canada di inizio decennio, infervorato di nuove suggestioni post-rock. Katie, infatti, è una nostalgica, patita di suoni darkwave che ha potuto ascoltare solo da bambina, ma che un amico del patrigno, il produttore Ron Obviuous, le ha permesso di riassaporare attraverso mix-tape di vecchie glorie come Ultravox, Roxy Music, Siouxsie & The Banshees, Kate Bush e Nina Hagen.
Il massimo che può fare, al momento, è dare una mano a Obviuous nel gestire i collegamenti audio in uno studio in costruzione per Bryan Adams. Nel frattempo, però, entra in contatto con Tara Nelson, l'assistente tecnico che successivamente avrebbe registrato gli Ep delle Organ.
Il primo embrione del gruppo è un terzetto strumentale, le Full Sketch, in cui Katie - attiva anche alle percussioni - coinvolge due amiche: Sarah Efron (bassista e tastierista) e Barb "Sketch" Choit (organista, chitarrista e bassista). Con un approccio musicale molto vicino a quello delle future Organ, in cui resterà Efron, mentre l'organista Jenny Smyth (Genoa Smith) rimpiazzerà la Choit alle tastiere.
Dopo una lunga trafila, fatta di provini e audizioni, la band prende finalmente forma. Con un'immagine forte ed esplicita, a cominciare dagli orientamenti lesbo della Sketch e di altre componenti della band. Un tour a supporto dei New Pornographers è l'occasione giusta per presentarsi.

La formazione che sforna l'Ep Sinking Hearts annovera Katie Sketch (voce), Jenny Smyth (organo), Sarah Efron al basso (che presto però abbandonerà per dedicarsi alla carriera da giornalista, sostituita da Ashley Webber), Shelby Stocks (percussioni) e Deborah Cohen (chitarra). È la Mint Records a dare alle stampe le prime cinque tracce firmate Organ, all'insegna di melodie notturne e arrangiamenti spartani, in cui l'asse pulsante basso-organo puntella i ricami fitti delle chitarre. Solo due di queste saranno escluse dalla tracklist dell'album d'esordio ("We've Got To Meet" e "It's Time To Go"), ma la gestazione di Grab That Gun si rivelerà più complicata del previsto, tra cambi di line-up e problemi di mixaggio.
Grab That Gun
è concepito a Vancouver nel 2004 e prodotto da Kurt Dahle dei New Pornographers per l'etichetta Mint, con una distribuzione limitata solo al Canada. Ma la situazione non doveva calzare a pennello alle ragazze se, di lì a due anni, il disco viene ri-registrato con Paul Forgues e Todd Simko, forse alla ricerca di uno smarrito spleen originale.

Melodie assassine


OrganGrab That Gun (2006) è una inaspettata sorpresa che si erge sulla medietà del deja vu di inizio anno. In Canada, dove le Organ si sono formate ormai un sotterraneo culto, piomba dritto al n.1 nelle indie chart, ma l'exploit si riverbera anche negli Stati Uniti e in Europa, complice anche un fortunato tour.
E allora sbizzarritevi pure a rimembrare i tre ragazzi immaginati dalle mente contorta di Robert Smith, i sentimentalismi psichedelici dell'accoppiata Smiths/The Room, e qualche altro nome che è inutile citare. O forse no, vista qualche bella frase d'organo che richiama alla mente i Sound del compianto Adrian Borland, sempre troppo poco celebrati rispetto all'effettiva grandezza.
Nel rispetto del codice wave, l'obiettivo è il sistema emozionale ed è tutto più facile, se l'attacco parte da lì. "Brother" è il colpo a bruciapelo di una rivoltella pronta a scattare, se ferita nell'animo, ma le parole, piuttosto che sbraitate, vengono alleggerite dalla grazia magra e nervosa di Katie, figura di mirabile, cerbiatta androgina, lontana anni luce dal bagliore artificiale di certe nuove icone, perfettamente a suo agio sul basso d'apertura in saliscendi circolari alla Joy Division il cui spettro evanescente Ian Curtis attraversa, in un soffio lieve, anche la gravità di "There Is Nothing I Can Do", più composta e rallentata. Una nuova meraviglia, meraviglia di organo drammatico a segnare il cantato palpitante chiaroscuri malinconici è "Steven Smith" (omaggio a Steven Patrick Morrissey-Smiths?), trepidante un malessere affratellato allo smarrimento dell'animo Interpol.
L'oscurità si infittisce con "Love, Love, Love", melodia assassina che brilla nel buio della decadenza, e "Basement Band Song", sinuosa sincope alla Cure dalla chitarra che, con asciutto dinamismo di vento autunnale, solleva foglie secche dal selciato, spazzando via tutto nell'accelerazione finale di "Memorize The City". Lo spettro della sempiterna Siouxsie si aggira tra le brume della splendida "A Sudden Death" (quale terribile auto-profezia, vista la sorte della band!), griffata da uno struggente riff di chitarra e da un'altra sontuosa interpretazione di Katie, agilissima nel destreggiarsi tra tonalità sognanti e cupezze catacombali, con la sua voce profonda, tutta "di gola". Morrissey, invece, potrebbe star comodamente seduto a sondare il terreno per poi dare il benestare alla delicata, fragile malinconia di "I Am Not Surprised" e alla dolcezza new romantic di "No One Has Ever Locked So Dead", impreziosito dalle fugaci ma intense occhiate della chitarra all'organo. Il finale, alla stregua di uno sguardo muto, fisso sulle cose, dopo la tempesta emozionale, chiude con lento e solenne tocco d'organo, in una ghost track completamente strumentale.
I testi, infine, ritraggono adolescenze inquiete, rinchiuse al freddo di una metropoli opprimente e inospitale. Storie di sentimenti lesi e amori solo vagheggiati, di frustrazioni e illusioni, all'ombra di una claustrofobica quotidianità.
Ipnotico e struggente, Grab That Gun è un disco che potrebbe trovare posto tranquillamente nel pantheon della darkwave 80, ancor più stupefacente perché composto da acerbe musiciste poco più che ventenni.

Come accade nelle migliori favole indie, la fama delle ragazze canadesi si diffonde a macchia d'olio, allargando a dismisura i confini del sottobosco canadese: le Organ diventano uno dei casi musicali dell'anno, invadendo le pagine di tutti i magazine specializzati su entrambe le sponde dell'Oceano. L'hype deborda - alimentato dalla curiosità per una band tutta al femminile e per il recupero di sonorità tornate improvvisamente cool -rischiando però di relegare in secondo piano il reale talento della band, che, dal canto suo, cerca di auto-promuoversi anche attraverso i videoclip di "Brother", diretto da Robert Morfitt, e di "Memorize The City", un tour attraverso una città fatta di suoni, luci e colori (nonostante un testo cupissimo fin dall'incipit: "Oh, darkness filled the sky as pools of water filled your eyes").
Durante la parte europea del tour di Grab That Gun, Ashley Webber, appena rientrata nella band, la abbandona nuovamente ed è rimpiazzata dalla sorella di Katie Sketch, Shmoo, che entra definitivamente nella line-up. Mentre Too Pure Records, con la quale la band ha appena firmato un contratto, ristampa Grab That Gun, il 23 agosto 2006 le Organ pubblicano un comunicato sul loro myspace annunciando che avrebbero annullato tutta la parte rimanente del loro tour in Gran Bretagna, a causa di problemi di salute di una delle componenti del gruppo, rassicurando i fan che non si sarebbero separate.
Ma un senso di fine incombente alleggia sulle Vancouver girls. Il 7 dicembre 2006, sul myspace e sul sito ufficiale della band, appare un breve comunicato: "Ci spiace annunciare che ci stiamo separando. Vogliamo ringraziare i nostri amici, fan e famiglie per tutto l'aiuto che ci hanno dato. Grazie. Shelby, Jenny, Katie, Debora e Shmoo". In una intervista alla Cbc il giorno successivo, Jenny rifiuterà di rendere pubbliche le ragioni della rottura sostenendo che avevano comunque poco o nulla a che fare con la geografia o con la carriera di Katie. "Ci sono state così tante ragioni che non saprei nemmeno da dove partire", chioserà.

Prima della fine


OrganPrima che calassero i titoli di coda, però, il destino ha voluto che le ragazze mettessero insieme, a sorpresa, un altro Ep, con alcuni brani ripescati dal cassetto e altri composti durante la lavorazione di un secondo album mai arrivato a compimento. Niente di trascendentale, Thieves (2008), ma le sei tracce, registrate in occasione di un'estemporanea reunion in studio, confermano l'impressione di una formula che, pur nella sua epigonicità, avrebbe potuto avere ancora vita lunga.
"Even In The Night" rispolvera quelle strambe linee di organo, a incorniciare l'interpretazione sofferta della Sketch, con coda finale trasognata à-la Cure di "Just Like Heaven". Più tesa, la breve "Oh What A Feeling" impasta riff nevrotici, cori solenni e un organo liturgico, preparando il terreno a quella "Let The Bells Ring" che torna in territorio Banshees con un cupo intrico di chitarre, sostenuto da un basso pulsante, su cui si staglia la declamazione stentorea di Katie. Non meno roboante è il drumming che sospinge la brevissima "Fire In The Ocean" (neanche due minuti), con la tensione che sale di giri fino a stemperarsi in una coda d'organo. Organo che si fa largo anche tra la selva di riff di "Can You Tell Me One Thing", altro saggio del canto struggente e disperato della leader, qui ancora sulle tracce di Morrissey. Parzialmente eccentrica rispetto al loro tracciato, la conclusiva "Don't Be Angry" congeda (forse) per sempre le Organ con una ballata malinconica, punteggiata da delicati arpeggi di chitarra, confermando, una volta di più, le potenzialità melodiche della band. Un epitaffio oscuro, però, con un testo che non concede scampo: "All that I want was here now it's gone/ Don't be angry/ I will die lonely".

I nomi delle ragazze canadesi tornano a circolare in nuovi progetti - Die Cowboy Die, Lovers Love Haters, Mermaids, quest'ultimo con la Sketch in pianta stabile e un brano ("Say You're Alive") già all'attivo. Mentre Katie si ritaglia anche una carriera parallela da modella, con tanto di incursione sulle pagine di Vogue, restano molti rimpianti e poche certezze. Difficile sapere se per le Organ sia davvero finita. Quel che è fuor di dubbio è che sarebbe un delitto se la loro parabola finisse confinata per sempre nell'affollatissimo limbo delle next big thing effimere.

Contributi di Antonio Ciarletta

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Un colpo a bruciapelo

di Claudio Fabretti, Mimma Schirosi

Riesumiamo una delle meteore più luminose e ingiustamente dimenticate del revival wave degli anni Zero. Cinque giovani ragazze da Vancouver, Canada. Con piglio androgino e anima dark. Una parabola riassunta, di fatto, in un solo, grande album: "Grab That Gun"
Organ
Discografia
 Sinking Hearts (Ep, Mint Records, 2002)

6,5

Grab That Gun (Too Pure, 2006)

8

 Thieves (Ep, Too Pure, 2008)

6

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Recensioni

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Grab That Gun

(2006 - Too Pure)

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