Sound

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La fuga impossibile

di Claudio Fabretti

"I Can't Escape Myself" cantava Adrian Borland, indimenticato leader dei Sound. E nella loro sfortunata parabola ha sempre aleggiato un presagio di sconfitta. Eppure, malgrado l'assenza di un frontman accattivante, di una "immagine" all'altezza dei vari Siouxsie & The Banshees, Bauhuas e Joy Division, si sono dimostrati una delle band più talentuose della darkwave anni 80
La storia del rock è un susseguirsi di ingiustizie, ma quella perpetrata ai danni dei Sound brucia in modo particolare. Difficile, infatti, farsi una ragione del perché a loro non abbia arriso il successo di tante altre band della costellazione wave britannica degli anni 80. Forse, erano fin troppo poliedrici in un’epoca che richiedeva forti caratterizzazioni: non più punk ortodossi, non abbastanza gotici per il popolo dark, non sufficientemente acidi per potersi iscrivere al circolo psych-pop di Julian Cope ed Echo and the Bunnymen. Forse, più semplicemente, mancava loro un personaggio all'altezza delle dark-star del momento. Adrian Borland, infatti, non era né un frontman dal magnetismo nevrotico di Ian Curtis, né una maschera teatrale alla Peter Murphy, né un interprete dal fervore stregonesco di una Siouxsie. Era solo un (ottimo) cantante “normale”, in un'epoca in cui look ad effetto e trasformismo dettavano legge.
Eppure, musicalmente, Sound avevano tutto per sfondare: un talento melodico fuori dal comune, un piglio viscerale e nevrotico ereditato dalla nobile scuola di Velvet Underground e Stooges, un sottile tocco psichedelico d'ascendenza Doors, una sensibilità "oscura" degna di Cure e Joy Division. E, in più, un linguaggio moderno nei testi, sospesi tra le ansie di rivolta del punk e gli spettri della solitudine e dell’angoscia, prodotti di quell'alienazione dell'evo post-industriale che ossessionerà gran parte della new wave. Uno spleen più malinconico che nichilista, destinato ad attecchire negli anni sia nell'ala più romantica di quel movimento (primi U2, Mission, Chameleons, Comsat Angels) sia, in parte, nella successiva generazione shoegazer di band come Ride, Catherine Wheel e Pale Saints.
Poi, per un atroce scherzo del destino, proprio pochi anni dopo la scomparsa di Borland, arriverà la riscoperta dell'esperienza-Sound da parte dei nu-new waver degli anni 2000 (dagli Interpol ai Bloc Party, dai Film School agli I Love You But I've Chosen Darkness e alle Organ, per citarne solo una minima parte).
Così "In Passing - A Tribute To Adrian Borland", uscito nel 2001 con la partecipazione di vari artisti, tra cui Mark Burgess (Chameleons), Convent e Voodoo Vibe, porta idealmente le firme di tutti coloro che a quelle sonorità hanno, più o meno esplicitamente, attinto. Un fenomeno così clamoroso da far risultare oggi la loro musica persino più "moderna" di quella di tanti mostri sacri dell'era post-punk.

In fuga dal punk

Il londinese Adrian Borland debutta con gli Outsiders, la sua prima band, nel caldo '77 Uk, con l'album Calling On Youth, secondo alcuni, addirittura il primo album punk interamente autoprodotto.
Ma il suo percorso, simile per certi versi a quello contemporaneo di Howard Devoto (dai Buzzcocks ai Magazine), volge presto oltre le barriere del punk. Perché, come Devoto, anch'egli ricerca una maggior complessità musicale e lirica, che comprenda da un lato una strumentazione più ricca e sofisticata (tastiere in primis, ma anche nuove soluzioni "atmosferiche" legate a un approccio diverso al tridente classico del rock, basso-chitarra-batteria), dall'altro una più accentuata vena introspettiva e una visione disperatamente romantica delle vicende umane. Nasce così l'idea di questa peculiare new wave, condita da echi psichedelici, da una vena lugubre, e dalle interpretazioni desolate di Borland, accompagnato nell'avventura da Graham "Green" Bailey (basso), Mike Dudley (batteria), Bi Marshall (tastiere, sax), e Max Mayers (tastiere).
Una prima line-up dei futuri Sound, costituita dal trio Borland-Green-Dudley, dà alle stampe un Ep e diversi singoli su etichetta Torch nel 1979, destando le attenzioni della Korova (la label di Echo And The Bunnymen, Psychedelic FursTeardrop Explodes), che decide di ingaggiarli.

La formazione, attiva ormai a tempo pieno a Londra, si assesta attorno a un quartetto: Borland (chitarra e voce), Green (basso), Dudley (batteria), Marshall (tastiere).

The SoundCon il nome di The Sound - che nella sua semplicità dice tutto - la band debutta nel 1980.
Registrato a basso costo, con suoni scarni ed essenziali, Jeopardy trasuda adrenalina punk nei suoi pungenti riff chitarristici ma la sposa a uno spleen struggente e desolato, forgiando quel tipico suono darkwave che dominerà la scena britannica anni 80. I testi narrano la desolazione quotidiana e il disagio esistenziale giovanile con una sincerità quasi disturbante.
Una cupa sezione ritmica e sparute vibrazioni di synth à-la Neu introducono la litania di "I Can't Escape Myself"; poi l’esplosione improvvisa, con le chitarre distorte che decollano all’unisono con la batteria. Ma è solo una fiammata, perché proprio quando sembra deflagrare, il brano si tronca subito, come se davvero non ci fosse una via d’uscita. "Heartland" è una forsennata corsa punk tra fasci abbaglianti di synth, con un assolo centrale di chitarra in odor di Verlaine, mentre il ritornello apparentemente radioso della title track cozza con un’ambientazione malata.
Si susseguono scatti nevrastenici e stadi di raggelante desolazione. A reggere il gioco, un basso ossessivo, sordido, capace di agitare il fantasma curtisiano di "Hour Of Need" tra ragnatele di chitarre e muraglie di synth, di lanciare al galoppo sfibranti rock’n’roll ("Heyday", "Resistance") o di squassare dal profondo quella particolarissima love-song di nome "Words Fail Me", dove compare un inedito sax ad abbozzare un brandello di melodia.
Altrove si penetra nelle stanze oscure del dark: "Night Versus Day" è una liturgia ipnotica da tempio dell’amore dei Sisters Of Mercy, "Unwritten Law" si snoda su un minaccioso mid-tempo, con riff laceranti di chitarra a fendere dense coltri di synth, mentre la conclusiva "Desire" è una morbosa declamazione alla Bauhaus, spogliata però da ogni eccesso teatrale e lasciata alla deriva in un lento crescendo. L'idealismo puro di Borland vibra nell’inno antimilitarista di "Missiles", commovente nel suo disperato crescendo, con voli radenti di chitarre in feedback e spaventose tastiere a mimare quasi i sibili degli aerei da guerra.

Jeopardy resterà uno dei lavori più interessanti (e sottovalutati) della new wave britannica. Ai consensi dalla stampa specializzata del tempo, infatti, non farà riscontro un successo commerciale, al punto che i Sound cominceranno a subire le pressioni dei discografici volte a rendere la loro musica più accessibile. 

Borland, nel frattempo, si dedica con l'amico Green al progetto parallelo dei Second Layer e produce una miriade di band, incluso il primo gruppo di Luke Haines, The Servants.

Nel 1981, con Calvin Max Mayers al posto di Bi Marshall alle tastiere, esce il secondo album dei Sound, From The Lion's Mouth, prodotto da Hugh Jones. Assai meno spartano nei suoni e nell'incisione, il disco aggiorna le intuizioni del precedente, esasperando leggermente i toni, nel solco di una melodrammaticità degna dei migliori U2. Lo spirito romantico della band di Borland si sublima in un melodismo e in una vena atmosferica ancora più accentuati, tenuti in riga, però, dalle chitarre, sempre dissonanti e taglienti. In più, c'è il solito basso implacabile a menare le danze: “All’epoca usavo i guanti perché suonavo talmente veloce che a volte mi sanguinavano le dita”, racconterà Graham "Green" Bailey.
L'iniziale "Winning" è un inno travolgente, con gli arpeggi insistiti di Borland su un bel vortice di synth circolari: diverrà uno dei loro cavalli di battaglia, ancor più memorabile nella versione dal vivo inclusa su In The Hothouse. Il testo sembra voler dar voce a un desiderio di riscossa, dimostrando che la band è viva e pronta finalmente a uscire dal buio: "I was going to drown/ Then I started swimming/ I was going down/ then I started winning". Ma nei pensieri del gruppo c'è anche l'angoscia per la fine tragica di Ian Curtis, morto suicida nel 1980, a soli 23 anni: "Silent Air" è una struggente ballata dedicata proprio al leader dei Joy Division.
La parentela con il movimento dark si fa sentire in brani come "Contact The Fact", con un incedere tenebroso che riecheggia la "A Forest" dei Cure, o "Fatal Flaw", ripiegata in una malinconia umbratile, appena rischiarata dal crepitare delle chitarre, o ancora "Possession", col solito giro di basso assassino di Green ad assecondare un canto che, per un attimo, sembra davvero riportare alla mente lo spirito desolato di Ian Curtis.
“Skeletons” e “The Fire” sono gli episodi più ritmati, quelli in cui il basso sale di giri e gli assoli di Borland alla chitarra contrappuntano magistralmente le sue intense interpretazioni. I synth trascinanti di "Sense of Purpose", il riff enfatico à-la U2 di "The Fire" e la conclusiva "New Dark Age", dal piglio quasi noise-rock, riescono sempre a tenere alta la suspence.
Nel complesso, From The Lion's Mouth èun album meno diretto e folgorante di Jeopardy, ma probabilmente più maturo sul piano della ricerca del suono e dell'affiatamento raggiunto dall'ensemble. Risultati cui però, ancora una volta, non si accompagna un'adeguata attenzione da parte del pubblico.

In rotta di collisione

Nonostante tutto, i Sound restano cavalli di razza, da cui l'industria discografica si attende da un momento all'altro l'hit spacca-classifiche. Il loro talento melodico non può passare inosservato, e così per All Fall Down si fa avanti addirittura la Wea (il gruppo che distribuisce la Korova), che però non rinuncia ad essere major fino in fondo, spingendo la band alla creazione di canzoni dal maggiore appeal commerciale, nel solco di uno psych-pop più morbido ed edulcorato. Ci riuscirà in minima parte, e arriverà a far pagare alla band la mancata "obbedienza". Ma la creatività compositiva dei Sound ne risente: il loro suono si de-volve (per dirla alla Devo), si chiude in se stesso, diventando nebuloso, indeciso tra pulsioni synth-pop e istanze più tipicamente post-punk. Sul primo versante, i vertici sono indubbiamente la title track, dove le tastiere minacciose allestiscono un clima soffocante, reso ancor più angoscioso dal coro e dal canto tetro di Borland, e la stralunata "Calling The New Tune", dall'incedere sincopato e singhiozzante.
Tra gli episodi più energici si segnalano, invece, la cavalcata, con coda dissonante, di "Party Of The Mind" e l'incalzante "Red Paint", che riportano all'epicità degli esordi. La ballata più lenta e atmosferica è stavolta "Monument", che si dipana, circolare e malinconica, attorno a grumi di synth e a sparuti arpeggi di chitarra.
diktat della casa discografica non spaventano i Sound, che non rinunciano alla loro vena sperimentale, tangibile soprattutto nella claustrofobia elettronica di "Glass And Smoke" (quasi sette minuti di pura ipnosi, scanditi da una batteria robotica e dalle mitragliate dei feedback) e nella conclusiva gemma psichedelica di "We Could Go Far", con cassa in quattro quarti, basso catatonico e la declamazione commossa di Borland, che annuncia un sinistro commiato: "Noi potremmo cadere... potremmo andare lontano...".

Anche quando sembrano meno ispirati, insomma, i Sound lasciano sempre filtrare bagliori illuminanti del loro talento.
All Fall Down suggella comunque la fine della prima parte della carriera della band, che rompe definitivamente con l'industria discografica. "Volevano farci diventare i nuovi Genesis, e sentivamo di avere troppe pressioni attorno. Diventare un gruppo commerciale? Mai!”, spiegherà Michael Dudley.
La Wea replicherà, da par suo, facendo mancare la promozione al disco e condannandolo, di fatto, all'insuccesso.

The Sound - Adrian BorlandConvinta della necessità di preservare la propria autonomia artistica, la band rifiuta le lusinghe di altre major (salvo un accordo con la A&M per la pubblicazione di materiale negli Usa, che però non darà frutti) e opta definitivamente per il mercato indie.
L'Ep Shock Of Daylight (1984) viene così pubblicato per la nuova etichetta, la piccola Statik, con la produzione di Pat Collier. Un mini-album con sei brani, in cui riaffiora, a tratti, lo spirito inquieto delle origini. Il rock'n'roll serrato di "Golden Soldiers", le tonalità new romantic di "Longest Days", il ritornello esplosivo di "Dreams Then Plans", il rigore gelido di "Winter" e le suggestioni wave di "A New Day Of Life", tra folate di tastiere e una martellante sezione ritmica, testimoniano l'intatta verve di una band dotata di una creatività che non finisce mai di stupire, in una fase in cui molti dei protagonisti originari della new wave stanno perdendo smalto e tante meteore commerciali si affacciano all'orizzonte.

Ma è soprattutto nel successivo Heads And Hearts (1985), con la produzione cristallina di Wally Brill, che Borland e soci perfezionano il loro nuovo corso, improntato a un pop ombroso, decadente e raffinato. E' il classico "disco della maturità", trascinato da quel commovente anthem che è "Total Recall" (forse il loro brano migliore in assoluto): quasi sei minuti al cardiopalmo, dominati dal giro di basso e dalle tastiere avvolgenti, con la voce di Borland che esplode nel melodioso ritornello ("I can see a distant victory/ A time when you will be with me") quasi invocando una via d'uscita dal suo mal di vivere.
Filtra, in effetti, qualche spiraglio di luce, nel fosco immaginario della band. Ma "Under You" e "Love Is A Not Ghost" sono nuove incursioni nei dirupi della paranoia, seppur mitigate da suoni più levigati (compare anche un inedito sassofono). "Restless Time" sfodera un altro dei loro hook d'acciaio, mentre la pacata "Mining For Heart", la ballad "Temperature Drop" e la sinuosa "Wildest Dreams" testimoniano la ricerca di atmosfere più soffuse, ma non meno malinconiche.

Heads And Hearts è anche il loro capolinea. Provati dagli insuccessi e dal disagio personale del loro leader, i Sound si avviano verso la fase finale della loro sfortunata parabola.

L'oblio interrotto

A celebrare la loro carriera provvede il doppio live In The Hothouse, registrato al Marquee Club di Londra nell'agosto del 1985, in due torrenziali serate. Una tracklist formidabile, fin dalla quaterna iniziale ("Winning", "Under You", "Total Recall" e "Skeletons") e che prosegue passando in rassegna tutta la carriera dei Sound, da "Heartland" a "Sense Of Purpose", da "Silent Air" a "Missiles".
Le ellissi chitarristiche, imbastite su distorsioni e dissonanze, il manto cupo delle tastiere, spesso anche solo abbozzate, ad accennare la melodia, forgiano il loro classico suono teso e notturno, mentre Borland interpreta ogni canzone come se fosse l'ultima della sua vita, con il suo tipico timbro baritonale, così colmo di rappresa disperazione.
Una sorta di testamento della band, che, dopo poco, cadrà letteralmente nell'oblio.

Prima della fine, c'è ancora spazio per un disco oscuro e dalla, ennesima, travagliata gestazione. La Statik, infatti, viene messa in liquidazione. Così Thunder Up (1987) esce per una nuova etichetta, la belga Play It Again Sam. Nessuno lo noterà, salvo i fan di strettissima osservanza, eppure, alcuni membri della band lo definiranno il loro album migliore, per qualità dei suoni e intensità dei testi.
In realtà, al di là del coraggio nelle scelte, il songwriting dei Sound appare piuttosto contorto e fuori fuoco, oscillando tra l'adrenalina rock di Jeopardy e From The Lion's Mouth, e le criptiche sperimentazioni elettro-pop di All Fall Down. La sintesi più riuscita è probabilmente "Barria Alta" (definita addirittura da Dudley la canzone migliore dell'intero repertorio Sound) che avvolge in sinuose volute di synth, supportate da un drumming marziale, il canto profondo di Borland. I cambi di ritmo dell'iniziale "'Acceleration Group", le cadenze serrate di "Kinetic", le tonalità soft-pop di "Hand Of Love" e "Web Of Wicked Ways” (quest'ultima vicina al Bryan Ferry di "Boys And Girls") e il ginepraio di distorsioni di "I Give You Pain" offrono gli altri momenti salienti di un disco in cui però scarseggiano gli hook-killer dei tempi d'oro e troppo spesso si ha l'impressione che la band giri a vuoto.
Emozionano sempre, tuttavia, i testi di un Borland ormai ostaggio di un malessere esploso in tutta la sua gravità: nel 1986 gli viene diagnosticata una sindrome schizoide, che si manifesta con sintomi allarmanti, come la temporanea perdita di contatto con la realtà e la sensazione di udire "voci" nella testa. Al pessimismo per la sua vicenda personale ("Don't say there's a time and place/ for everyone who waits/ It's a load of lies", l'amara constatazione di "Iron Years") si affianca l'orgogliosa rivendicazione di una storia collettiva a nome Sound: "The flames will flicker and the writing will waver/ But there's something in this somewhere that's going to go on forever" ("Acceleration Group"). Consapevole di essere ormai condannato dalla sua malattia ("I’ve lost some sensitivity/ Maybe you can see the scars"), Borland riesce ancora a intravedere un barlume di speranza, sognando una liberazione dalle forze negative ("Barria Alta"). Ma è nella metallica, sconnessa "Shot-Up And Shutdown" che la malattia affiora brutalmente: dietro l'attacco all'era Thatcher ("Most of England is sleeping in the sun but not everyone"), si cela la feroce descrizione di un'agonia personale ("I feel like a piece of wood/ My arms don't do what I want them to/ And my legs don't do what they should/ I feel like summer thunder/ Shot-up and shutdown").

Non particolarmente significativo sul piano musicale, Thunder Up acquista pregio proprio per la commovente intensità dei testi, che raccontano la disperata lotta di un uomo per dare un senso alla sua esistenza e per salvare la band che ama.
Ma per i Sound ormai è finita: lo scioglimento viene ufficializzato all'inizio del 1988, nell'indifferenza generale. Un commiato davvero mesto, per una band di questo rango.

Alla discografia va aggiunto anche Propaganda, registrato a casa di Borland nel 1979 da un gruppo che non si chiamava ancora The Sound e che aveva smesso di chiamarsi The Outsiders. Tre brani di questo album sono finiti in Jeopardy. Anche questo disco, insieme a Jeopardy, From The Lion's Mouth e In The Hothouse verrà ristampato all'inizio del Duemila dalla preveggente indie-label Renascent, che farà riemergere anche le Bbc Recordings (2004). 

I Sound divengono nel frattempo la classica band di culto, seguita da un drappello di fedelissimi adepti sparsi in tutta Europa (principalmente in Germania e Olanda, ma anche in Italia), e pressoché ignota al resto del mondo.
I quattro si perdono di vista. Graham "Green" Bailey lavora in America per una tv via cavo. Mike Dudley scrive per una rivista in Inghilterra. Calvin Mayers, il magico synth di tanti brani del gruppo, muore di Aids il giorno di Santo Stefano del 1993.

Borland, rimasto solo, tenta dapprima la carta degli Adrian Borland and The Citizens (i mediocri Alexandria e Brittle Heaven, che indulgono in un cantautorato melodico senza aggiungere granché al suo repertorio). Poi intraprende una carriera solista che scorre nell'anonimato attraverso cinque dischi stanchi, testardamente ancorati a un suono ormai fuori tempo massimo. Nel frattempo, si dedica al progetto parallelo dei Second Layer e alla produzione di alcuni gruppi indie (Celibate Rifles, Dole, Steve Lake, Red Harvest e gli ottimi Felt). Una delle sue ultime esperienze lo vede nei White Rose Transmission insieme ai cantanti Carlo van Putten (Convent) e Claudia Uman, al tastierista e chitarrista Florian Brattman e al violinista David Maria Gramse, in un progetto che riscuote un certo interesse da parte della critica.
Ma, attorno a lui, tutto si fa buio. Dopo essersi trasferito per un periodo in Olanda (sorta di "seconda patria" dei Sound), torna a Londra, nella casa della madre. In una delle sue ultime lettere, sul suo sito ufficiale, scrive di sentirsi bene e di essere molto eccitato per l'inizio delle registrazioni del suo sesto album, "Harmony and Destruction". Il messaggio termina con queste parole: "To those that still care, thanks, you'll be hearing from me ! Adrian Borland P.S. Sane, as we speak".

Sprofondato in una depressione ormai insostenibile e in preda a disturbi mentali sempre più seri, Adrian Borland si suicida il 26 aprile 1999 gettandosi sotto un treno alla Wimbledon Station di Londra. Un gesto tragico che lo accomuna, in morte, al suo alter ego di successo: quel Ian Curtis le cui fortune musicali, in vita, non era mai riuscito a eguagliare.

Sound

La fuga impossibile

di Claudio Fabretti

"I Can't Escape Myself" cantava Adrian Borland, indimenticato leader dei Sound. E nella loro sfortunata parabola ha sempre aleggiato un presagio di sconfitta. Eppure, malgrado l'assenza di un frontman accattivante, di una "immagine" all'altezza dei vari Siouxsie & The Banshees, Bauhuas e Joy Division, si sono dimostrati una delle band più talentuose della darkwave anni 80 ..
Sound
Discografia
 THE SOUND  
   
Jeopardy (Korova, 1980)

8

 Live Instinct (Ep, Korova, 1981)

 

From The Lion's Mouth (Korova, 1981)

7,5

 All Fall Down (Wea, 1982)

6,5

 Shock Of Daylight (Ep, Statik, 1984)

7

 Heads And Hearts (Statik, 1985)

7

In The Hothouse (live, Statik, 1985)

8

 Thunder Up (Play It Again Sam, 1987)

5,5

 Propaganda (Renascent, 2001) 
 The Bbc Recordings (Renascent, 2004) 
   
 ADRIAN BORLAND AND THE CITIZENS  
   
 Alexandria (Play It Again Sam, 1989)

5

 Brittle Heaven (Play It Again Sam, 1992)

5

   
 ADRIAN BORLAND 
   
 Beautiful Ammonition (Resolve Records, 1994) 
 Cinematic (Resolve Records, 1995) 
 5:00 AM (Earth Records, 1997) 
 The Last Days Of the Rainmachine (Red Sun, 2000) 
 Harmony and Destruction (Red Sun, 2002) 
   
 OUTSIDERS  
   
 Calling on Youth (Raw Edge, 1977) 
 One to Infinity (Ep, Raw Edge 1977) 
 

Close Up (Raw Edge, 1978)

 
 Vital Years (Gift of Life, 1993) 
   
 SECOND LAYER  
   
 World of Rubber (Cherry Red, 1981) 
 Second Layer (Ep, Play It Again Sam, 1987) 
   
 WHITE ROSE TRANSMISSION  
   
 White Rose Transmission (Indigo, 1995) 
 700 Miles of Desert (Hol. Red Sun, 1999) 
 Presence (live, autoprodotto, 1999) 
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

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Jeopardy

(1980 - Korova)
Il manifesto della band di Borland, tra nevrosi (post)punk e stadi di raggelante desolazione

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