Bauhaus

Bauhaus

Il cabaret dell'orrore

di Mauro Roma, Claudio Fabretti

I Bauhaus sono uno dei più importanti gruppi del movimento gotico. Ma l'attitudine teatrale del loro leader, Peter Murphy, li ha anche consacrati degni eredi della stagione glam-rock di Bowie & C.

In pochi anni di carriera, i Bauhaus sono riusciti a imporsi come una delle band più importanti e rappresentative del movimento gothic. Ma sarebbe riduttivo confinarli solo in quell'ambito. Con loro, infatti, il rock si trasforma in un cabaret dell'orrore, con tanto di maschere e trucchi, nel solco tracciato dal glam e dal leggendario "Rocky Horror Picture Show". I toni macabri e dissonanti del dark-punk e l'atteggiamento teatrale del glam-rock diventano con i Bauhaus una cosa sola: lungi dalle depressioni esistenziali di certo rock gotico, il sound della band di Peter Murphy dipinge sì incubi lugubri e incalzanti danze orrorifiche, ma li carica di un'enfasi esagerata e grottesca.

L'anno fatale è ancora una volta il 1977, anno zero del punk britannico. A Northampton, si uniscono il chitarrista Daniel Ash, il bassista David Jay, il batterista Kevin Haskins e il cantante Peter Murphy, tutti reduci da altre esperienze in piccole formazioni più o meno punkeggianti del periodo. I quattro scelgono inizialmente il nome "Bauhaus 1919", quindi solo Bauhaus, in omaggio alla celebre avanguardia artistica fondata a Weimar, in Germania, agli inizi del Novecento (e per ribadire il legame con quel movimento, Jay registrerà anche un singolo con un anziano poeta e pittore reduce da quella stagione, Rene Halkett).

Il quartetto esordisce subito col botto, con un brano destinato a divenire uno dei grandi inni della musica "dark": "Bela Lugosi's Dead", omaggio al leggendario attore ungherese, interprete del Dracula cinematografico diretto da Tod Browning. La batteria inizia da sola, guidando un giro di basso cavernoso attraverso le sferragliate della chitarra di Ash. Poi la chitarra tace, lasciando spazio alla declamazione raggelante di Murphy di Murphy: "White on white, translucent black capes, back on the rack...". E il brano si snoda via via in modo più sinistro e sfibrante, con un'andatura selvaggia, quasi reggae, tra un giro di basso ossessivo ed echi lontani di chitarra. La piccola etichetta Small Wonder, che aveva già pubblicato "Killing An Arab" dei Cure, è entusiasta del demo, che viene edito come 45 giri.

Con il secondo singolo, "Dark Entries", altra ballata malata e decadente, Murphy e compagni entrano nella scuderia 4AD di Ivo Watts-Russell, raggiungendo il n.1 nelle classifiche indie.

Il terzo singolo, "Terror Couple Kill Colonel", dall'andatura sincopata dub, prende spunto dall'omonimo titolo di giornale che riportava la notizia dell'uccisione di un colonnello britannico da parte del gruppo terroristico di estrema sinistra Banda Baader-Meinhof.

Nel novembre del 1980 esce l'album d'esordio In The Flat Field, uno dei grandi manifesti del post-punk e della prima generazione new wave d'oltremanica. Nascono così i loro agghiaccianti psicodrammi, i loro apocalittici presagi di dannazione, che attingono a un medioevo avvolto nel mistero. E' un singolare connubio tra esoterismo e solennità biblica, con un pizzico di irriverenza glam. Una versione ancor più impressionante del dark "classico" di Siouxsie And The Banshees, The Cure e Joy Division. Ne è formidabile icona l'emaciato Murphy, con il suo baritono melodrammatico, e con il suo tipico look decadente, ispirato al "fantasma dell'Opera" e a "Dorian Gray". Ciò che forse sfugge ai detrattori del personaggio (considerato, a turno, una via di mezzo tra uno zombie e un mostro in costume) è che il suo stesso esibizionismo, il suo make-up da vampiro e la sua simbologia sfacciatamente necrofila volevano soprattutto indicare come essere un cantante di un gruppo "dark" non dovesse diventare necessariamente sinonimo di essere un depresso cronico. Insomma, forse a quei "critici" manca soprattutto l'ironia indispensabile per poter decifrare il personaggio, al di là dei facili stereotipi buoni per tutte le stagioni. Quelle di Murphy, tuttavia, sono visioni nerissime, danze demoniache cariche di una paura primordiale. E la sua predilezione per i sovratoni, la sua enfasi teatrale e barocca, non fanno che accrescere la dimensione orrorifica della musica dei Bauhaus.

L'inizio del disco è dirompente. "Double Dare", introdotta da una pulsazione che rimanda alla barrettiana "Astronomy Domine", si stende poi in una cadenza tempestosa della batteria, in una distorsione roboante del basso e in un oceano di taglienti dissonanze di chitarra, dipingendo uno sfondo ideale per lo show di un Murphy ispiratissimo: ora profondo e baritonale, ora nevrotico e squillante, altrove urlato, contorto e minaccioso, il suo canto muta di continuo, una voce ricca, bellissima, potente come poche altre. La title track è un altro tipico standard del gruppo: lanciato su ritmi supersonici, marchiato a fuoco da Ash e dal suo sterminato repertorio di effetti chitarristici (pulsazioni subliminali, impennate improvvise, dissonanze colossali) con Murphy ancora una volta istrionico protagonista, a metà tra un sensuale e fumoso crooner d'altri tempi e uno sguaiato urlatore punk. "God In An Alcove" dà invece via libera al loro lato "glam", mentre "Dive" è un fulmineo e scatenatissimo punk-rock.
Per "Spy In The Cab", Murphy per la prima volta si cala nei panni del cantore "dark", quasi in lacrime mentre lo scarno sottofondo è limitato a un nuovo concerto d'avanguardia di Ash e a sparute pulsazioni elettroniche. Ancora più straniante è "Small Talk Stinks", che non può non rievocare i contemporanei esperimenti ritmici dei Pil: canzone languida e misteriosa, rappresenta quasi un corpo estraneo in un album che ha come programma una morbosità esplicita, eppure si amalgama alla perfezione per le sue molte sottili manipolazioni che turbano la calma apparente del suo andamento dub. "St.Vitus Dance" è una sfrenata danza satanica con i quattro che quasi eccedono nello spingere i loro strumenti agli effetti più estremi: la batteria è una pulsazione indefinita, basso e chitarra diventano quasi delle fastidiose interferenze, mentre Murphy si lascia andare a un logorroico esercizio prima di spoken-word, poi di crooning concitato, per terminare con urla animalesche. "Stigmata Martyr" è un altro standard di riferimento per tutto il rock gotico a venire, con Murphy stavolta nei panni del tetro sacerdote. Il tour de force di "Nerves" (7 minuti) è una passeggiata in un tunnel dell'orrore trafitta da un pianoforte scordato e da nerissimi riff di chitarra degni dei Black Sabbath. Murphy conduce nel modo più consono questo inno alla paura universale, fino a innalzarsi nel finale in un improvviso e frenetico crescendo.

In The Flat Field divide la critica, ma conquista folle di appassionati dark (e non solo), diventando in breve uno dei grandi classici del genere. Passati alla Beggars Banquet, i Bauhaus pubblicano subito un tris di singoli di altissimo livello: la cover di "Telegram Sam" di Marc Bolan & T Rex, l'art-funk di "Kick In The Eye" e (soprattutto) la ballata claustrofobica di "Passion Of Lovers", che spopola nelle discoteche dark grazie alla sua mistura esplosiva di battiti funky e cadenze gothic, esaltata dall'interpretazione torbida di un Murphy in splendida forma.

E' il preludio al secondo full-length. Più curato del precedente, anche in fase di produzione, Mask (1981) perde qualcosa in irruenza, ma presenta un repertorio più ampio ed eterogeneo, che spazia dal glam al punk, dall'heavy metal al funky, dall'hard-rock all'elettronica di marca tedesca. I Bauhaus, in particolare, accentuano la loro vena melodica, a cominciare dalla splendida litania gotica al ralenti di "Hollow Hills", cadenzata da una batteria minimale, con atmosfere sepolcrali e ipnotiche che lambiscono la psichedelia e lo spettro di Murphy che pare quasi affiorare dalla nebbia. Ancor più suggestiva è la title track, con sonorità thriller, dominate stavolta dai gelidi rintocchi elettronici delle tastiere, a far da sfondo al crooning grottesco di Murphy, prima del colpo di scena finale: uno straniante arpeggio semi-acustico che acuisce ulteriormente la tensione.
A emergere, ancora una volta, è anche la componente "tribale" del loro sound, testimoniata da cavalcate di grande impatto, come l'angoscioso uptempo per voce e synth di "In Fear Of Fear", con chitarre distorte e super-effettate, assecondate dalle pulsazioni circolari di basso e batteria, e come le due danze macabre di "Hair Of The Dog" (con un basso pulsante e un maelstrom di chitarre) e "Dancing", quasi uno psycho-billy forsennato alla Cramps. A metà tra incubo e farsa, "The Man With The X-Ray Eyes" scodella invece un battito disco-punk, ad accompagnare un'altra scarica di adrenalina purissima, mentre il boogie di "Of Lillies And Remains" occhieggia persino allo ska, con Murphy che si cimenta in un parlato ad alto tasso di morbosità.
Nel complesso, si avverte il tentativo della band di andare oltre gli steccati del genere, ampliando la propria gamma espressiva. Il nuovo corso riesce nell'impresa di non deludere i fan e di fruttare un buon successo commerciale: Mask, infatti, raggiunge il n.30 delle classifiche britanniche.

Nel febbraio del 1982 uno dei loro "padri spirituali", David Bowie, dopo aver assistito a un loro concerto all'Old Vic, li invita a incidere una speciale versione di "Bela Lugosi's Dead" per la colonna sonora del film "The Hunger" ("Miriam si sveglia a mezzanotte"), vamp-story con lo stesso Duca Bianco e Catherine Deneuve nei panni di due figli di Nosferatu.

Prima dell'estate esce "Spirit", un altro grande 45 giri - evidentemente, specialità della casa della band - che raggiunge il N. 42 nella Uk Singles Chart, con atmosfere tetre che risucchiano in un vortice oscuro e un incipit che è tutto un programma: “Tonight I could be with you/ Or waiting in the Wings”… (stanotte potrei essere con te/ oppure aspettare dietro le quinte), seguito dall'interessante (ma fedelissimo) remake di "Ziggy Stardust".

Il terzo atto sulla lunga distanza è The Sky's Gone Out che, nell'edizione originaria, esce con un disco registrato in studio e l'allegato live Press The Eject And Give Me The Tape, che contiene una serie di classici registrati dal vivo in giro per la Gran Bretagna e sarà poi riedito successivamente da solo.
Meno continuo e più frammentario dei precedenti, The Sky's Gone Out sfoggia comunque altre piccole perle, a cominciare dalla traccia d'apertura, "Third Uncle", una riuscita cover dell'omonimo brano di Brian Eno - da "Taking Tiger Mountain (By Strategy)", 1974 - e dalla sinistra "Silent Hedges", che, dopo una partenza romantica, muta pelle, aggrovigliandosi presto in un labirinto di suoni ed effetti horror. Non meno spaventoso è l'altro incubo di "Swing The Heartache", affollato di suoni plumbei e spiriti maligni, mentre la trilogia di "The Three Shadows" asseconda la vena più sperimentale e magniloquente del gruppo, che arriva quasi a lambire i trip lisergici dei Pink Floyd con la narcotica "Exquisite Corpse".
E se la sarabanda quasi da pogo di "In The Night" mantiene i legami con il (post)punk degli esordi, la sconsolata ""All We Ever Wanted Was Everything", giocata sull'elegante fraseggio acustico di Ash, accontenta le frange più crepuscolari del popolo dark, scivolando in un abisso di rimpianti e nostalgia: "All we ever wanted was everything/ all we ever got was cold/ get up, eat jelly, sandwich bars and barbed wire/ squash every week into a day".

Dopo l'uscita di un paio di altri fortunati singoli (la sarabanda epilettica di "Lagartija Nick" e il boogie infervorato di "Sanity Assassin"), la parabola dei Bauhaus si chiude con Burning From The Inside (1983) album con un Murphy in secondo piano, impossibilitato a partecipare a gran parte delle registrazioni a causa di una polmonite.
Non mancano, però, almeno tre brani da ricordare: la struggente e pomposa "She's In Parties", che resterà uno dei loro brani più amati in assoluto, e le liturgie sinistre di "King Volcano" e "Slice Of Life", che però smussano ulteriormente gli spigoli e sembrano quasi preannunciare il successivo corso più "soft" della carriera di David Jay.

Giunge però come un fulmine a ciel sereno, nell'estate del 1983, la notizia dello scioglimento dei Bauhaus. Niente liti o palesi incomprensioni, forse solo il desiderio da parte di tutti (Murphy in primis) di cimentarsi su altri percorsi.

Ash, Haskins e Jay fondano i Love And Rockets, che, destreggiandosi tra pop, dark e psichedelia, riescono a conquistare ancora qualche scampolo di gloria con gli album Express, Earth Sun Moon e (soprattutto) Love And Rockets.

Murphy forma invece i Dali's Car con il bassista dei Japan, Mick Karn, e intraprende una carriera solista che, salvo qualche rara eccezione (ad esempio, la struggente ballata romantica di "A Strange Kind of Love"), non sarà all'altezza. Il successo di culto dei Bauhaus, però, si protrarrà nel tempo, con un susseguirsi di uscite discografiche (rarità, B-sides, antologie celebrative) e continui richiami alla loro opera sparsi nei dischi di innumerevoli discepoli del loro rock orrorifico, primi fra tutti i californiani Christian Death.

Poi, quando i quattro darkmen britannici sembrano ormai consegnati al museo delle icone dark degli anni 80 e l'eco della voce di Murphy può tutt'al più emergere dalle nebbie di qualche dark-party nostalgico, i Bauhaus tornano a sorpresa, con un album doppio, Gotham (disponibile anche in versione video), registrato durante il folgorante "Resurrection Tour" del 1999, in cui Murphy e soci celebrano, per l'appunto, la loro "resurrezione". Per approfittare della reunion, la Beggars non perde tempo a pubblicare anche l'antologia Crackle (peraltro ottima).

Gotham fotografa il concerto tenuto all'Hammerstein Ballroom di New York, con gran parte dei pezzi che hanno reso leggendaria la band, da "She's In Parties" a "Bela Lugosi's Dead", da "The Passion Of Lovers" a "In The Flat Field", passando per il remake di "Ziggy Stardust". Diciotto brani degli anni d'oro, più la cover di "Severance" degli australiani Dead Can Dance. Un patrimonio storico per i cultori del rock più oscuro, e un'eredità preziosa per band di successo degli anni Novanta, dagli Smashing Pumpkins ai Nine Inch Nails, che non hanno mai nascosto di aver attinto dall'armamentario dei Bauhaus.

Peter Murphy, intanto, è tornato in Turchia, dove si è trasferito da tempo, mentre gli altri tre componenti della band vivono negli Stati Uniti, dividendosi tra l'attività di musicisti e quella di produttori.

Dopo il vernissage del 2006, che ha visto i Bauhaus ribadire sui palchi di mezzo mondo le virtù di un repertorio inattaccabile ripresentato con inalterato vigore, non si può nascondere il disagio dinnanzi al primo disco di inediti dopo 25 anni.
Le note dolenti di Go Away White (2008) sono tante, a cominciare dalla performance vocale di Murphy, per proseguire col frettoloso lavoro di produzione che non può nemmeno pensare di soccorrere una scrittura scadente. Nelle stanche corde di Murphy non c’e’ traccia della disperata alienazione di “In The Flat Field”, né delle ombrose suadenze di “Dali’s Car”, e neppure del crooning bowiano di “Cuts You Up”. Al loro posto, un lamento atonale che sembra appartenere a un discepolo dell’ultim’ora. Ne scaturiscono dieci canzoni raffazzonate, che non si limitano a dar fondo ai luoghi comuni del dark, ma che pescano anche da contesti convenzionali e ancora più abusati. Si passa così dall’hard-rock con obsoleto riff a corredo di “Too Much 21st Century”, che temerario riappare sotto mentite spoglie in “Undone”, agli imbarazzanti ammiccamenti chitarristici a Eric Clapton di “International Bulletproof Talent”, in parte mitigati da un manieristico approccio wave, per approdare a litanie che fanno il verso a vecchie esternazioni solistiche di Murphy, che già a suo tempo non si rivelarono felici (“Saved”, “Mirror Remains”).
Un ritorno deludente, insomma, che autorizza l'interrogativo: ce n'era davvero bisogno?

E' un ritorno più convincente, invece, quello di Peter Murphy, che si ripresenta nel 2011 con Ninth.

Contributi di Marco Bercella ("Go Away White")

Bauhaus

Il cabaret dell'orrore

di Mauro Roma, Claudio Fabretti

I Bauhaus sono uno dei più importanti gruppi del movimento gotico. Ma l'attitudine teatrale del loro leader, Peter Murphy, li ha anche consacrati degni eredi della stagione glam-rock di Bowie & C.
Bauhaus
Discografia
 BAUHAUS

 

  

 

In The Flat Field (4Ad/Beggars, 1980)

9

Mask (Beggars, 1981)

7,5

 The Sky's Gone Out (A&M, 1990)

6,5

 Press The Eject And Give Me The Tape (Atlantic, 1982)

7

 Burning From The Inside (Beggars, 1983)

7

 4 AD (4Ad, 1983)

 

 The Singles 1979-1983 Volume One (antologia, Beggars, 1983)

 

 The Singles 1979-1983 Volume Two (antologia, Beggars, 1985)

 

 Swing the heartache - The BBC sessions (Beggars, 1989)

 

 Rest in peace - The Final Concert (live, 1992)

6

Crackle (antologia, Beggars, 1998)

 

 Gotham (live, Beggars, 1999) 
 Go Away White (Cooking Vinyl, 2008)

4

 

 

 LOVE AND ROCKETS

 

  

 

 Seventh Dream Of Teenage Heaven (Beggars, 1985)

 

 Express (Beggars, 1986)

 

 Earth.Sun.Moon (Beggars, 1986)

 

Love And Rockets (1989)

7

 Hot Trip to Heaven (Beggars, 1996)

 

 Sweet F.A. (Beggars, 1996)

 

 Lift (Beggars, 1998) 
 

 

 DALI'S CAR

 

  

 

 The Waking Hour (Beggars, 1984)

 

 InGladAloneness (Ep, MK ZWO Records, 2012) 
 

 

 PETER MURPHY

 

  

 

 Should The World Fail To Fall Apart (Beggars, 1985)

 

 Love Hysteria (Beggars, 1988)

 

 Deep (Beggars, 1990)

 

 Holy Smoke (Beggars, 1992)

 

 Cascade (Beggars, 1995)

 

 Rollcall-Recall (Beggars, 1998)

 

 Alive Just for Love (Beggars, 2001)

 

 Dust (Metropolis, 2002) 
 Unshattered (Vlastar, 2004) 
Ninth (Nettwerk, 2011) 
 Lion (Nettwerk, 2014) 
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Go Away White

(2008 - Cooking Vinyl)
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