Bauhaus

Go Away White

2008 (Cooking Vinyl) | gothic-rock

Nel 1978, in piena furia punk, gli Emerson Lake & Palmer licenziarono "Love Beach", un album che suscitò l'ilarità degli adolescenti abbagliati dai primi fulgori della new wave e il sincero smarrimento dei vecchi fan. Un disco che racchiudeva il peggio che si potesse immaginare per una band dal passato glorioso (piaccia o meno), ma che tradiva, a mo' d'attenuante, l'incapacità di cogliere gli accadimenti di quel momento, unita alla presunzione d'avere ancora qualcosa da dire. Scorrendo le news del sito ufficiale dei Bauhaus, ci s'imbatte in una presentazione di "Go Away White" che si fa carico di riassumere gli incontrovertibili meriti della band. Così, a scanso d'equivoci, dobbiamo anche noi ricordare di trovarci dinnanzi a un marchio che si annovera fra gli iniziatori del gothic-rock, di un gruppo che come pochi altri ha contribuito in modo decisivo a creare un'estetica, e un genere musicale, che a trent'anni di distanza tiene botta grazie al succedersi di nuove leve capaci, talvolta, di aggiornare il verbo originale.

Quattro album che vanno dal capolavoro ("In The Flat Field") all'ottimo (gli altri), e una serie d'esperienze sviluppate con alterne fortune da Peter Murphy, ma anche dall'influente progetto Love And Rockets, che stanno lì a raccontarci di come si possano felicemente sviluppare carriere alternative senza soggiogarsi al pesante fardello di un passato importante. Troppo bello perché sia vero. Passino la reunion del 1999 e il vernissage del 2006, che videro i Bauhaus ribadire sui palchi di mezzo mondo le virtù di un repertorio inattaccabile ripresentato con inalterato vigore, ma non possiamo nascondere il disagio dinnanzi al primo disco di inediti dopo venticinque anni.

Per quanto ci si sforzi, è impossibile persino individuare le attenuanti che si assegnarono, col senno di poi, ai cosiddetti "monsters of rock" (ELP e affini), nondimeno occorre costatarne l'analogo decadimento. In anni in cui la convivenza sulla scena musicale di nuove leve e vecchie glorie non fa più notizia, i quattro dark-waver riescono a stupirci in negativo e senza appello con un lavoro di rara bruttezza. Le note dolenti sono tante, a cominciare dalla performance vocale di Murphy, per proseguire col frettoloso lavoro di produzione che non può nemmeno pensare di soccorrere una scrittura davvero scadente.

Nelle stanche corde di Peter non c'è traccia della disperata alienazione di "In The Flat Field", né delle ombrose suadenze di "Dali's Car", e neppure del crooning bowiano di "Cuts You Up". Al loro posto, un lamento atonale che sembra appartenere a un discepolo dell'ultim'ora, e per giunta alle prime armi. Dio ce ne scampi.
Il lavoro in studio assume i contorni del "buona la prima", che potrebbe funzionare al cospetto di un'intenzione che però è del tutto assente, e su cui prende il sopravvento la svogliatezza che neppure il consumato (consunto?) mestiere riesce a dissimulare. Il tutto al servizio di canzoni raffazzonate, messe assieme in quattro e quattr'otto, che non si limitano a dar fondo ai luoghi comuni del dark, ma che pescano pretenziosamente anche da contesti convenzionali e per questo ancora più abusati.

Si passa così dall'hard-rock con obsoleto riff a corredo di "Too Much 21st Century", che temerario riappare sotto mentite spoglie in "Undone", agli imbarazzanti ammiccamenti chitarristici a Eric Clapton di "International Bulletproof Talent", in parte mitigati da un manieristico approccio wave, per approdare a litanie che fanno il verso (è proprio il caso di dirlo) a vecchie esternazioni solistiche di Murphy, che già a suo tempo non si rivelarono particolarmente felici ("Saved", "Mirror Remains"). Insomma, siamo alla noia pura: ma era davvero necessario tutto questo?

(15/02/2008)



  • Tracklist
  1. Too Much 21st Century
  2. Adrenalin
  3. Undone
  4. International Bullet Proof Talent
  5. Endless Summer Of The Damned
  6. Saved
  7. Mirror Remains
  8. Black Stone Heart
  9. Dog's A Vapour
  10. Zikir


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