Comsat Angels

Comsat Angels

Gli angeli oscuri di Sheffield

di Floriano Andreacola

Nati nella Sheffield industriale, fucina di tanti talenti degli anni 80, i Comsat Angels di Stephen Fellows hanno unito le suggestioni di J.G. Ballard a una sensibilità oscura e malinconica, di tipica marca darkwave. Una esperienza vissuta sottotraccia, ma ricca di intuizioni felici per le generazioni successive
Geografia

Nessuna città al pari di Sheffield ha saputo condensare, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, una quantità di suoni così variegata, capace di sconvolgere l’intero panorama musicale made in Uk. Una città immersa nel suo cupo grigiore, dove i rumori delle sue acciaierie si fondono con le algide sequenze ritmiche dei Kraftwerk, per dar luogo alla nascita di band come Cabaret Voltaire, Human League e Clock Dva. Nel tempo, però, i suoni "industriali", lasciano spazio anche alla melodia, pur senza smantellare la componente ritmica che li contraddistingue, finendo per flirtare con la dance dei neri d’America.

La nuova fucina di artisti risponde al nome di Abc (prima Vice Versa), ancora Human League e, da una loro costola, gli Heaven 17. Sono tra i massimi esponenti dell’allora nascente scena synth-pop, quella che riempie le piste dei dancefloor più trendy di mezza Europa. Ce n'è per tutti i gusti, in quel di Sheffield, band capaci di far guizzare i nervi ai fan del metallo come i Def Leppard, o rocker le cui song hanno il potere di "incatenare i cuori" più legati alla forma-canzone, come Joe Cocker; c’è anche uno spaesato Jarvis Coker, nipote di Joe, che inizia a dare forma alla sua creatura di nome Pulp. C’è comunque, in questo ginepraio di magiche essenze sheffieldiano, anche chi guarda lontano dal proprio perimentro cittadino: Artery, I'm So Hollow e Comsat Angels volgono il proprio sguardo alla Manchester dei Joy Division e alla Liverpool di Echo & Bunnymen e Teardrop Explodes.

Educazione artistica

Come i Joy Division, anche i Comsat Angels subiscono il fascino della narrativa d’avanguardia dello scrittore J.G. Ballard, e se i primi intitolano un loro pezzo col nome di un suo racconto, "Atrocity Exhibition", i nostri ne rubano addirittura il titolo per il nome della band: Comsat Angels è una short story dello scrittore sopracitato.

It’s history

La band nasce nel '78 per mano di Stephen Fellows (chitarra e voce) e vede Kevin Bacon (basso), Andy Peake (tastiere) e Mike Glaisher (batteria); prima della folgorazione ballardiana, incidono un primo singolo a nome Radio Earth, la lisergica "Red Planet", ma nel settembre dell’Ottanta esce finalmente la prima prova sulla lunga distanza, il meraviglioso Waiting For A Miracle.
L’urgenza e la freschezza che risiedono nei solchi di quest’opera ne faranno quello che a tutt’oggi viene considerato il loro capolavoro assoluto. Un disco in cui umori psichedelici, pop di reminiscenza sixties e rifrazioni darkwave si fondono in un unico vortice sonoro, che si rovescia sull’ascoltatore scuotendone i sensi in maniera indelebile.
L’apertura di "Missing In Action", con le sue sferzate chitarristiche, propone un groove incalzante, che cresce vorticosamente grazie ai colpi di un drumming potente e calibrato, mentre le tastiere ingaggiano un improbabile duello con i profondi vocalizzi di Fellows. La successiva "Baby" ha un incedere dub mediato da istanze gotiche, grazie alla chitarra che fende come una lama il ritmo circolare imposto dalla sezione ritmica. "Indipendence Day" è una meraviglia che ancora oggi conserva intatto tutto il suo fascino, strofa e ritornello sono di quelli memorabili, il tessuto strumentale suona dapprima piano, per poi divenire incalzante conferendo al pezzo un imperioso crescendo epico. Si prosegue con la title track, dove un basso ipercompresso disegna linee ipnotiche, sulle quali si adagiano le liriche di Fellows, contrastate dall’azione di disturbo delle tastiere di Peake.
Le cadenze marziali di "Total War" offrono un prezioso spunto a Fellows per liberare tutta la profondità del suo registro vocale; si passa poi per la rabbiosa "On The Beach", per arrivare a "Monkey Pilot", pezzo che sembra voler ammiccare agli accenti ska riportati in auge dai coevi Specials e Madness. "Real Story" è la perla di cui band come Interpol e Editors sono ancora alla vana ricerca; la successiva "Map Of The World", invece, accantona le venature gotiche, per virare bruscamente verso le atmosfere più isteriche care agli Xtc.
"Postcard", cartolina finale pregna di umori darkeggianti, sembra addentrarsi tanto nei territori dei Joy Division di "Unknown Pleasures", quanto in quelli dei Sound di "Jeopardy", ma la trance ipnotica delle tastiere, con il suo caratteristico incedere disturbante, riflette la connotazione di un sound tutto "made in Sheffield".

Cominciano estenuanti tour per promuovere l’album: chi ha avuto la fortuna di assistere alle esibizioni dei Comsats "on stage", difficilmente dimenticherà l’impatto emotivo e la forza dirompente prodotta dai loro live. Tra coloro che hanno condiviso i palchi durante i loro concerti, ricordiamo: U2, Siouxsie, Sound, Captain Beefheart, Yellow Magic Orchestra, Gang Of Four, Wall Of Voodoo, Depeche Mode e Pere Ubu.
La critica li incensa, ma il disco non sfonda. Vengono prodotti nel periodo una serie di singoli incredibilmente belli, che rimarranno criminalmente ignorati: la cavalcata epica "Eye Of The Lens", la commovente "It’s History" e la psichedelica "Empty House", tracce che troveranno poi spazio nella raccolta Enz.

Sleep No More dell’81 ci riconsegna una band che ha deciso di virare completamente verso territori darkwave. Le liriche di Fellows, col suo caratteristico accento dello Yorkshire, si fanno più minacciose, in luogo dell’urgenza espressiva dell’esordio, c’è ora un suono più avvolgente e corposo, magari meno immediato, ma sempre capace di regalare emozioni. La traccia d’apertura "The Eye Dance" ci mostra subito come la lezione dei Joy Division sia stata ampiamente metabolizzata, la title track, invece, ci regala un’atmosfera sospesa, con i colpi del basso, intenti a scandire l’angoscia generata da quegli anni di tensione: anni di Guerra fredda, disoccupazione e crisi economica. "Be Brave" possiede un groove deciso ed energico grazie alla potenza della sezione ritmica, sulla quale irrompe la chitarra, epica e tagliente, di un Fellows sempre più padrone delle trame melodiche; anche la successiva "Gone" si nutre avidamente dei sinistri intrecci della sei corde, il pezzo verrà coverizzato dal Depeche Mode Martin Gore nel suo Ep del 1989 "Counterfeit".
"Dark Parade è una litania assassina che si inabissa in un incubo psicologico, costituito da demoni lirici, drumming tribale e spirali guitar-noise, mentre "Restless", dove l’echo della chitarra raggiunge frequenze dissonanti, fluttua verso lontane galassie, pregne di umori psichedelici.
Non mancano episodi più tirati, come la lisergica "Goat Of The West", ma è soprattutto la trance ipnotica e la pesantezza dei pezzi rallentati di chiusura, "Light Years" e "Our Secret", a caratterizzare un album volutamente cupo e sofferto, di quella matrice dark che solo la magia di quei fatidici anni ci ha saputo regalare.
Pur non privo di qualche eccesso strumentale, come l’eco del rullante della batteria o la compressione spropositata del suono del basso, Sleep No More costituisce un’altra ottima prova. Oltre alle lusinghe della critica, persino le vendite risulteranno meno modeste dell’album d’esordio, ma ovviamente parliamo ancora di un gruppo che non riesce a emergere dallo status di cult-band.

Il mood introspettivo e pacato di "After The Rain", opening track del successivo Fiction, ci pone davanti a una band intenta a esplorare sonorità dal taglio romantico e malinconico, ma ciò che sbalordisce, nonostante sia andata smarrita parte della vena oscura, è la presenza di pezzi ancora una volta straordinari. Dicevamo appunto di "After The Rain", accattivante ballata incentrata sul tema dell’amore, imperniata sulle liriche di Fellows, che si adagiano dolcemente su un tessuto strumentale fatto di chitarre che, anziché graffiare, regalano ora soffici carezze. "Now I Know" ridisegna orizzonti romantico-decadenti, che ci gettano direttamente tra le braccia di Sad Lovers And Giants e Modern English, il suo connubio tra cadenze crepuscolari e istanze melodiche si rivela convincente.
"Ju Ju Money", tuttavia, si riveste di magnifici accenti tribali, che ci proiettano nel clima angoscioso evocato da "Sleep No More". E’ ancora la delicata melodia della chitarra di Fellows, a regnare sovrana in "Pictures", sublime ballata gemella di "After The Rain". Non mancano episodi più rabbiosi, come "Birdman", "Zinger" e "Not A World", tracce vicine alle rock-song targate U2; sarà proprio la band di Bono a partire in tour con i Comsats dopo l’uscita di Sleep No More: ovviamente nell’81 entrambe le formazioni si destreggiano nel sottobosco underground, pertanto si esibiranno come co-headliner. Menzione a parte per la conclusiva "What Else?", dove il synth impazzito e l’arpeggio della chitarra ci fanno dono di una stupenda trama melodica, sulla quale si dipana la voce solenne e profonda di Fellows.

Scaricati dalla Polydor a causa delle vendite non esaltanti, i Comsats si accasano alla Jive, label presso la quale conosceranno il momento più basso del loro percorso artistico, finendo addirittura per perdere parte del cult-following fino ad allora conseguito. Il successo dei concittadini Human League e Abc, con le loro proposte consacrate agli altari del consumo, farà vacillare l’identità dei Comsat Angels, illudendoli di poter diventare presto delle popstar.
Land, primo album per la Jive, registra - come lecito attendersi dopo la suddetta premessa - un sound infarcito di tastiere, a corredo delle nuove trame pop-oriented che fruttano almeno la radio hit "Will You Stay Tonight". L’album comunque non sfonda: "Nature Trails" e "Island Heart" sono pezzi con un discreto appeal melodico, ma inadatti alla vecchia audience, che durante una data londinese non esita nel gridare "venduti" a Fellows e compagni. Il nuovo disco registra persino una nuova edizione di "Independence Day", a tutt’oggi il loro pezzo più famoso, tratto dal loro primo album capolavoro.

Seven Day Weekend dell’85 si rivelerà un nuovo fiasco, vanamente alla ricerca di canzoni dalla facile presa melodica, in grado di garantire la scalata alle chart. Dall'album vengono estratti quattro singoli, ma nessuno dei quali entrerà nell’olimpo delle hit del periodo. "I'm Falling, "High Tide" e "Day One" sono tracce leggere e godibili, che devono però misurarsi con i singoli dalla forte presa commerciale, prodotti da una nuova fucina di giovani artisti new pop.
La Jive è delusa per il mancato aggancio alle classifiche, ma lo è ancor più il gruppo, che perde anche la stima dei propri fan. Il sodalizio con l’etichetta che li voleva trasformare in nuove star del new pop viene quindi interrotto bruscamente.

Il ritorno al passato, quale via d’uscita dalla frustrazione che ha accompagnato le ultime prove, è l’idea che i Comsats si impongono per il nuovo Chasing Shadows dell’86, trovando nell’icona Robert Palmer un nuovo e prezioso alleato. L’ironia della sorte vuole che sia proprio la popstar di Batley a convincerli di tornare a sfoggiare il suono darkwave che aveva preceduto la sfortunata deriva commerciale.
Prodotto da Palmer, che offre anche il suo apporto vocale alla bellissima "You’ll Never Know", il disco registra il ritorno ad arrangiamenti spartani, con, in alcune tracce, la presenza del piano in luogo delle tastiere. In "The Cutting Edge", c’è il sapore della bellezza che risiede nella semplicità di un pugno di accordi, dove si fa largo il suono potente e rotondo delle linee di basso di Bacon. "Pray For The Rain", per solo piano, basso e voce, emana profumi elegiaci ma anche umori colmi di tensione drammatica.
Tutto il disco, comunque, ha un suono decisamente più consistente rispetto alle sbiadite prove per la Jive e verrà quindi considerato dai fan un vero Comsat-album, che va a riallacciarsi direttamente ai primi dischi targati Polydor.

Una lunga pausa di quattro anni precederà l'incisione di un nuovo disco, nel frattempo però Fellows si riscoprirà nell’inconsueta veste di produttore. Ricevuti alcuni demo dei Lowlife, che finiranno sull’album "Godhead", ne rimane favorevolmente impressionato e si mette subito al lavoro con la band, offrendole tutta l’esperienza di cui ormai dispone.

L’imbarazzante parentesi a nome Dream Command produce lo squallido Fire On The Moon. Con questo disco era intenzione della band avvicinarsi al mercato americano, propendendo per un suono a metà tra Aor e hard-rock di maniera. La necessità di un nuovo moniker era sopraggiunta a causa di problematiche legali con la Communication Satellite, che lamentava la similitudine della propria ragione sociale col nome della band.

Dopo sei lunghi anni, i Comsats, irrompono sul mercato col nome originario, dando alla luce l'ottimo My Mind Eye e spiazzando critica e pubblico che li davano per finiti. In Gran Bretagna esplode la moda shoegaze e alcune formazioni di quell'area, come Catherine Wheel, Curve e Swervedriver, citano i nostri quale band di riferimento: quale migliore occasione allora per Fellows e compagni, se non quella di gettarsi nella mischia del trend imperante, del quale si è stati inconsapevolmente il paradigma? Il magma incandescente prodotto da "Driving", traccia d’apertura con il suo muro abrasivo di chitarre distorte, possiede tutta la potenza che risiede nel suono dei Ride, l’incendiaria "Beatiful Monster" vibra di scosse adrenaliniche che ci danno ancora una volta la misura della versatilità e della classe dello sfortunato talento di Fellows.
Ci sono tracce dal mood riflessivo e pacato, come "Shiva Descending", ballata che si snoda su un drumming sincopato, con la voce che si appoggia sui delicati fraseggi della chitarra. "My Mind Eye" propone un suono ancor più saturo e roboante, sostenuto dalla batteria potente e incalzante: la voce effettata conferisce al pezzo una vena ossessiva e lisergica, che si abbatte sull’ascoltatore con incontrollata violenza. Si prosegue con l’apocalittica "Route 666", l’ipnotica e floydiana "Mistery Plane", fino alla romantica e conclusiva "And All The Stars", ballata dagli accenti vocali crooneristico-walkeriani.

Coerente solo in parte con l’appeal shoegaze dell’album che lo ha preceduto, The Glamour è il colpo di coda di chi non è ancora disposto a deporre le armi. La macchina roboante del grunge è penetrata negli studi della band, ma è incredibile come, nonostante la pesantezza degli arrangiamenti, (istanze shoegaze e infiltrazioni grunge), i pezzi non sembrino risentirne eccessivamente; l’intensità della voce di Fellows si eleva al di sopra di ogni miscela sonica.
La tiratissima "Goddess" convince per la stupenda melodia vocale, che si staglia su un suono prodotto sulle medesime sequenze ritmiche; all’unisono viene creato un "wall of sound" di una potenza inaudita. Si espande magia quando vibrano le note di "Pacific Oceans blues" , ballata immersa in oceani di iridata armonia. "Anjelica" possiede un respiro lirico di commovente bellezza, che accarezza i cuori più romantici, nonostante il suono delle chitarre continui a elargire il consueto muro di feedback e distorsioni. "Valley Of The Nile" è invece un distillato di essenze elettroacustiche, che evoca lontani echi etnici dal sapore orientaleggiante.
"Audrey In Denim" fa eco a "Black Hole Sun" dei Soundgarden, ma il mood delle liriche di Fellows vive di luce propria, anche laddove la pesantezza dei suoni finisce per palesare in maniera inequivocabile il debito verso le tendenze grunge d’oltreoceano. "Demon Lover" e "The Glamour" sono tracce gemelle, che emanano adrenaliniche pulsazioni guitar-noise; il sound è molto vicino ai Catherine Wheel di "Happy Days", altro disco del periodo, che tentava di miscelare le istanze shoegaze Uk con sonorità grunge.

Seppure non seminali come Joy Division e Cure, i Comsats sono stati tra i protagonisti della stagione d’oro della new wave britannica; le continue citazioni da parte di gruppi che oggi ne recuperano le sonorità, e le recenti ristampe dei loro album da parte della Renascent, ci confermano come l’interesse per la band sia ancora vivo nei cuori di chi li ha saputi amare.

Comsat Angels

Gli angeli oscuri di Sheffield

di Floriano Andreacola

Nati nella Sheffield industriale, fucina di tanti talenti degli anni 80, i Comsat Angels di Stephen Fellows hanno unito le suggestioni di J.G. Ballard a una sensibilità oscura e malinconica, di tipica marca darkwave. Una esperienza vissuta sottotraccia, ma ricca di intuizioni felici per le generazioni successive
Comsat Angels
Discografia
 COMSAT ANGELS

 

  

 

Waiting For A Miracle (Polydor, 1980 - Rpm, 1995 - Renascent, 2006)

8

Sleep No More (Polydor, 1981 - Rpm, 1995 - Renascent, 2006)

7

Fiction (Polydor, 1982 - Rpm, 1995 - Renascent, 2006)

7

 Enz (antologia, 1982, Polydor) 
 Land (Jive, 1983, Jive)

5,5

 7 Day Weekend (Jive, 1985)

4

 Chasing Shadows (Island, 1986)

6,5

My Mind's Eye (Rpm, 1992 - Renascent, 2007)

7

 Time Considered As A Helix Of Semi-Precious Stones (Bbc Sessions, Rpm, 1992 - Renascent, 2006)  
 The Glamour (Rpm, 1995 - Renascent, 2007)

 

 From Beyond 2 (Cherry Red, 2000) 
 To Before (Renascent, 2007)

 

   
 DREAM COMMAND  
   
 Fire On The Moon (Island, 1990)

3

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