Lowlife

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Il sonno permanente

di Floriano Andreacola

Primi anni 80: sulle ceneri psychobilly dei Dead Neighbours, nasce una nuova band dark-oriented. Alla ricerca del "permanent sleep" tra spettri gotici ed estasi dream-pop. E' la parabola sotterranea dei Lowlife, band scozzese capitanata da Craig Lorentson

C’era davvero bisogno dell’ennesima band dark-wave oriented nel 1985, quando l’ondata gotica sembrava aver esaurito la propria spinta creativa? Forse no, eppure riportare alla luce la sfortunata esperienza dei Lowlife significa rendere giustizia a una band che nei due lustri di attività ha saputo condensare tutto il proprio malessere, attraverso una manciata di dischi, taluni di commovente bellezza.

La Scozia dei primi 80, prolifera di band importanti dell’area new wave: Simple Minds, Cocteau Twins e Associates, ma anche Josef K, Aztec Camera e Orange Juice, queste ultime legate al fenomeno dell’etichetta Postcard; c’è anche uno strano combo denominato Dead Neighbours dalle cui ceneri, come andremo a scoprire, nasceranno i Lowlife.
I Dead Neighbours sono un gruppo di Grangemouth dedito a sonorità psychobilly, che il magazine Sounds non esita nel ribattezzare come la risposta europea ai Cramps. La formazione vede Craig Lorentson alla voce, David Steel al basso, Ronnie Buchanan alla chitarra e Grant McDowall alla batteria.
Nell’82 registrano l’ingenuo Harmony In Hell che comunque permette alla band di penetrare nelle indie-chart, con conseguente supporto ai tour di icone del calibro di Damned e Johnny Thunders.

Durante le session del secondo album, il gruppo rimane orfano del bassista, poiché Steel, fresco di matrimonio, viene messo alle strette dalla moglie che lo induce a lasciare. A tenere in piedi la band sarà la determinazione del loro manager Brian Guthrie, fratello di Robin dei Cocteau Twins; questi placa da subito i malumori dopo la dipartita del bassista originario, favorendo l’ingresso di Will Heggie, che aveva appena lasciato i Cocteau Twins nel bel mezzo del tour europeo del 1983 come spalla agli Omd.

Con l’ottimo Heggie al basso, vengono completate le session di Strangedays Strangeways, disco che denota spunti interessanti, senza però allontanarsi troppo dalle tematiche psychobilly del suo predecessore, col fantasma dei Cramps che aleggia ancora nello studio.
Heggie, forte dell’esperienza coi Cocteau Twins, ha intenzione di dirottare il suono verso atmosfere gothic-oriented, ma Buchanan, fanatico psychobilly, a tali condizioni non intende proseguire: al suo posto entra così Stuart Everest, talentuoso chitarrista amico di Heggie.

Dopo il cambio di rotta, i Dead Neighbours non hanno più ragione di esistere, ma sono pronti a rigenerarsi mediante una creatura tutta nuova denominata Lowlife: sarà l’omonimo pezzo dei Pil a influenzare la scelta del nuovo nome, che, come avremo modo di constatare, calzerà alla perfezione sulle relative vicende dei membri della band, storie di alcolismo, depressioni, risse.

Nell’85 esce Rain per la Nightshift Records: solo sei pezzi, che pur non brillando per originalità delle trame sonore, mettono in luce l’ottimo Lorentson, particolarmente ispirato nella fase compositiva, stritolato com’è dalla cappa d’angoscia che pervade il suo animo. Queste le sue parole a riguardo: "I only write when I’m drunk or stoned, ninety per cent of my life is shit".
"Sometime: Something", la traccia d’apertura, cattura al meglio il grido di disperazione di Lorentson, il drumming è scarno, essenziale, la chitarra distorta e malata. "Reflection Of I" evidenzia le magiche linee di basso di Heggie, decise e prolungate, i toni drammatici dei vocalizzi sembrano voler essere ripetuti all’infinito. E’ ancora l’imperioso basso di Heggie a dettare le coordinate di "Gallery Of Shame", dove la cupa profondità della voce trasmette un senso di fatalità, che incombe per tutta la durata del pezzo. "Sense Of Fondness" e "Hail Ye" si segnalano invece per il drumming potente e per le tastiere, che conferiscono un ulteriore senso di dramma a un’opera tanto ingenua quanto affascinante.

Il clima di Permanent Sleep, prima prova su lunga distanza dell’anno successivo, si fa ancora più angoscioso e opprimente, la ritmica più rallentata, quasi marziale, il baritono di Lorentson, sprofonda in una dimensione isolazionista priva di speranze. I testi e la voce ricordano Ian Curtis, ma sarà l’intera opera, coi suoi forti richiami gotici, a esser paragonata a "Closer" dei Joy Division. I magazine inglesi, ormai conquistati dal suono della band, si sbilanciano sempre più in recensioni colme d’entusiasmo.
"Cowards Way" catapulta l’ascoltatore in un viaggio permeato da un’opprimente desolazione, "As It Happens" ci rivela Heggie col suo basso sempre più padrone della melodia, ove le chitarre, lente e distorte, si alternano alle strofe sanguinanti di Lorentson. Non c’è spazio per ritornelli, ma solo strofe intense e doloranti, ripetute durante tutte le tracce, come a voler ipnotizzare chi ascolta, per poi trasportarlo in un vortice d’angoscia senza ritorno.
"Wild Swan" è un gioiello di rara bellezza: la chitarra abbandona i suoni distorti per effetti più melodiosi e puliti, regalandoci il primo pezzo dream-pop della loro produzione. Siamo vicini alle atmosfere dei Chameleons, quelli melodici ed epici dell’esordio. La title track evoca suggestioni malinconiche di amori spezzati, dove non c’è lieto fine nemmeno per i sogni, con un Lorentson sempre più alle prese coi suoi problemi di alcolismo. "A Year Past July" procede dimessa e rassegnata, così come lo strumentale "Betting And Gamming Act" 1964 col quel suo incedere marziale, "Do We Party", invece, ancor più decelerata e incerta, viene impreziosita dal gelido tocco del synth.
Pur privo di particolare originalità, Permanent Sleep, si fa apprezzare per l’ottima vena compositiva e il lato spartano degli arrangiamenti, che si integrano alla perfezione col baritono disperato di Lorentson.

Corre il 1987 quando esce Diminuendo, album che si divide tra le consuete sonorità darkeggianti e fragili riverberi dream-pop: i cugini Cocteau Twins, in quel momento all’apice della creatività, costituiranno in tale ambito un’immensa fonte d’ispirazione per il nuovo corso della band.
Con "A Sullen Sky" è subito magia: la purezza dei suoni delle chitarre si intreccia col basso mirabolante di Heggie come mai era stato in precedenza, le liriche di "Big Uncle Ugliness" sono ariose ma sempre ricche di pathos, tastiere e chitarre acustiche arricchiscono un tessuto strumentale, dove c’è ora una palpabile vena malinconica in luogo della visione pessimistica di Permanent Sleep. "Ragged Rise To Tombledown" ripercorre gli stilemi gotici dell’esordio, il suono però è curatissimo, il muro di chitarre abrasive, pur non completamente smantellato, viene alternato a effetti quali chorus e flanger, rendendo così le dinamiche strumentali epiche e sognanti.
"From Side To Side" è una gemma nascosta in un abisso imperscrutabile, che fonde con mirabile semplicità melodie romantiche e dramma esistenziale, senza mai raggiungere punti di attrito o rottura strumentale. La melodia pigra di "Off Pale Yellow", coi suoi violoncelli romantici, viene posta a fondamento di un rinnovato stile preciso e curato, arricchito negli arrangiamenti ma discreto, elegante, senza risultare ampolloso e ridondante. Le soffici carezze di "Tongue Tied And Twisted" perfezionano la suggestiva alchimia, innalzando la melodia verso territori dream-pop, il finale di "Given To Dreaming", dolcissima ballata dal taglio malinconico, sembra evocare con la sua chitarra lacrime che sgorgano per un amore perduto.

Godhead dell’89 registra la fuoriuscita del chitarrista Everest, in luogo del quale viene chiamato Hamish Mackintosh, attivo col suo progetto sotto il moniker Fuel, mentre per ciò che concerne la produzione viene scomodato Stephen Fellow dei Comsat Angels, band di cui i Lowlife sono da sempre grandi fan.
L’ottimo lavoro di Fellows conferisce al suono una notevole cura per gli arrangiamenti, che porterà la band definitivamente in territori dream-pop e in taluni frangenti a flirtare addirittura col synth-pop. "In Thankful Hands", traccia d’apertura, ha un drumming marziale sul quale si stagliano le chitarre effettate e il baritono di Lorentson, mentre "When I Lay, I’ll Lie" spicca per le suadenti chitarre dreamy del nuovo Mackintosh.
Il nuovo corso registra il rischiararsi di certo pessimismo, ma la struggente malinconia di "Marjory’s Dream" non offre ancora la spensieratezza di cui Lorentson, ormai alcolista cronico, avrebbe forse bisogno. Emblematici a tale riguardo i versi di "I Don’t Talk To Me". "Drowning Leaves" denota una strana forma di crossover tra dream-pop e accenti folkeggianti, ma il vertice dell'intera opera è "Bittersweet": una ballata malinconica dove il basso ondeggiante di Heggie finisce per slabbrarsi mentre scende nelle tonalità più basse, la nitida dolcezza della chitarra, invece, offre un pregevole ricamo alle linee vocali riflessive e sommesse. "I The Cheated", splendida ballata per solo voce e sintetizzatore, rievoca visioni romantiche di vecchi cult-movie, mentre "Missing The Kick" e "Forever Filthy" si segnalano per un drumming potente e per rabbiose chitarre rockeggianti.

Mackintosh lascia per tornare a incidere col suo progetto Fuel, mentre il batterista Grant perde un dito durante un incontro di calcio. In luogo dei due defezionari, vengono reclutati Hugh Duggie alla chitarra e Martin Fleming alla batteria, entrambi provenienti dai Mutiny Strings.

Sempre lontano dal mainstream e dalle mode imperanti, esce a nome Lowlife nel '91 l’album San Antorium, disco ancora più curato e iperprodotto del precedente. Heggie e Lorentson ne sono entusiasti: "E’ il suono che abbiamo inseguito per anni!". In effetti, da un punto di vista squisitamente formale, l’opera, complice il lavoro del produttore McLean, appare impeccabile, le atmosfere tuttavia sembrano eccessivamente dilatate, i pezzi perdono in compattezza, l’immediatezza e la ripetitività ossessiva e ipnotica di Diminuendo sono andate perdute.
"Bathe", tuttavia, è un pezzo synth-pop davvero riuscito, l’uso massiccio di synth devia bruscamente verso territori che appartengono ai New Order, "Inside In" è la solita ballata proposta puntualmente con la solita enfasi, sono gli arrangiamenti quindi a renderla ancor più magniloquente che in passato. Il dream-pop di "My Mother’s Fatherly" propone intrecci chitarristici davvero efficaci, mentre la successiva "Big Fat Funky Whale", con i suoi pattern percussivi programmati, richiama i Modern English di "Machines".
Sono ancora i sintetizzatori a dominare in "Give Up Givin Up", ma per la prima volta viene campionato persino il basso, mentre "Good As It Gets", "June Wilson" e "As Old As New" nulla aggiungono alla classica Lowlife-ballad, se non l’uso più massiccio della componente elettronica.

Il capitolo finale, il controverso Gush, vedrà la sua pubblicazione solo nel 1995. L'album, pur offrendo spunti melodici pregevoli, alterna però pezzi imbarazzanti che macchiano la prova in maniera inequivocabile.
Bellissima l’apertura di "Bleach", ballata elettroacustica intrisa di malinconia nonché permeata da un alone misticheggiante, con continui riferimenti al Cristo, molto efficace è anche il controcanto angelico di Jennifer Bachen che ben si contrappone al baritono di Lorentson.
La successiva "Kiss Me Kick", purtroppo, si discosta dalle ottime premesse della traccia d’esordio, adagiandosi su un synth-pop senza nerbo, che palesa un evidente calo creativo, nonostante la lunga pausa concessasi dal gruppo nei quattro anni di inattività.
"Former Compadre" riporta i nostri su buoni standard creativi, pur tradendo palesemente il debito con i Depeche Mode: persino gli accenti vocali sembrano ammiccare alle tonalità care a Dave Gahan. L’apertura di "Wicked Papa Tantalus" è affidata all’organo, l’atmosfera è quella mistico-intimista cui facevamo riferimento nell’analisi della traccia d’esordio, con Jennifer Bachen puntualissima al controcanto.
I Lowlife, però, non graffiano più, i nuovi brani sono carezze vellutate con le quali accomiatarsi prima di sprofondare nell’oblio, o ancora esercizi di stile alla vana ricerca della ballata perfetta dai toni dimessi e cadenziati ("Truth In Needles" e "Tocopherol"). La conclusiva "Swell" si imbatte in chitarrismi effettati, che richiamano i Sad Lovers And Giants di "Feeding The Flame", ma senza possederne l'appeal melodico, finendo per abbandonarsi a un anonimo drumming, costituito da pattern percussivi programmati.

Band dallo scarso potenziale commerciale, i Lowlife non hanno mai perseguito (tranne che in una occasione) la via del singolo per lanciare i cinque album ufficiali, i pochi concerti, inoltre, (solo in Gran Bretagna), non hanno mai permesso loro di andare oltre il discreto cult-following ottenuto mediante i lavori pubblicati.
Nel 2010 la loro storia volge in dramma, con la morte di Lorentson, a soli 44 anni, dopo una serie di problemi al fegato e ai reni.

Lowlife

Il sonno permanente

di Floriano Andreacola

Primi anni 80: sulle ceneri psychobilly dei Dead Neighbours, nasce una nuova band dark-oriented. Alla ricerca del "permanent sleep" tra spettri gotici ed estasi dream-pop. E' la parabola sotterranea dei Lowlife, band scozzese capitanata da Craig Lorentson
Lowlife
Discografia
 DEAD NEIGHBOURS

 

  

 

 Harmony In Hell (1982)

 

 Strangedays Strangeways (1983)

 

   
 LOWLIFE  
   
 Rain (Ep, Nightshift, 1985)

5,5

Permanent Sleep (Nightshift, 1986)

7

 Van Delights (Ep, Nightshift, 1986)

 

Diminuendo (Nightshift, 1987)

8

 Swirl It Swings (Ep, Nightshift, 1987) 
 Black Sessions (Commercially Unreleased Demos, Nightshift, 1988)

 

 Godhead (Nightshift, 1989)

7

 From A Scream To A Whisper Nightshift (antologia, Nightshift, 1990) 
 San Antorium (Nightshift, 1991)

6,5

 Gush (Noise Annoys records, 1995)

5,5

Eternity Road Nightshift (reflections of Lowlife 85-95) (antologia, Nightshift, 2006)

 

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