Conosci Verdi? È morto a Milano. L'ho letto questa mattina, in un libro sull'opera. Sapevi che il suo nome era un simbolo durante l'unificazione dell'Italia? Vittorio Emanuele Re D'Italia. Dovresti leggerlo. È piuttosto fico. E i temi, i temi musicali... Lotta per la libertà, difendi il tuo onore. Tutto prima della musica registrata, tutto prima della televisione, solo le tue melodie...
Incontro Josh T. Pearson in questa elegante galleria d'arte milanese, ogni tanto convertita a sala per concerti in caso di eventi speciali come questo. In piedi, si aggira con la sua chitarra, abbozzando parti di canzoni, sue e non (cosa che farà per tutta l'intervista), tra cupi dipinti astratti e un candido arredamento minimalista. Lo sguardo esausto, allucinato nei suoi occhi accresce drammaticamente il senso di alienazione di qualcuno che è stato sovraesposto al pubblico e alla stampa, ansiosi di scoprire un nuovo personaggio - nel suo caso, quasi un nuovo Messia. Questa è la quarta intervista che gli viene rivolta durante questo giorno a Milano. Tutti vogliono vederlo, vogliono ascoltare la sua musica e le sue parole, forse addirittura toccarlo, o bere un po' della sua anima. Parte del mito messianico che è stato creato intorno a lui - con tanto di merchandising sindonico - sembra insomma rivelarsi vero.
Lui pare essersi ritrovato sulle spalle parte del peso del mondo, una frazione di tutta la disperazione, di tutto il dolore. Ogni parola viene espulsa con fatica, le frasi perdono a poco a poco il loro abbrivio per spegnersi in un borbottio solo a lui comprensibile. Questo è quanto rimane di quel pomeriggio a Milano.
D'accordo, tu fai le domande, sei tu il capo.
Vorrei iniziare con una tua citazione.
Sono nei guai?
Forse...
Ti piace il disco?
Oh sì. Molto.
Si alza e apre la porta. La stanza è calda e soffocante.
Penso che sarà un bello show.
Si siede di nuovo, con fatica.
Sono stanco, amico. È stata una vita lunga. OK. Spara.
"Se fossi un'altra persona e l'ascoltassi ["Last Of The Country Gentlemen", ndr], penserei che il tipo sia stato un vero coglione a farlo, perché è semplicemente troppo grezzo e onesto". Posso capire perché hai usato queste parole riguardo al tuo disco. Mi chiedo però cosa voglia dire per te suonarlo dal vivo. Devi distaccarti dalle canzoni, o, al contrario, ti è necessario "entrarci dentro" di nuovo?
Un po' di entrambi. Non mi sento "distaccato", perché queste canzoni sono troppo personali. So che devo convogliare alcuni aspetti di me stesso. Dall'altra parte, mi sento come se potessero distruggermi.
Mi sorprende come tu possa semplicemente sederti, prendere in mano la chitarra e suonare questo tipo di pezzi [ne aveva appena registrato qualcuno per il Rolling Stone italiano mentre aspettavo, ndr].
Sorprende anche me, quel particolare "accendersi e spegnersi". Sai, ho fatto qualche tour coi Dirty Three e sono rimasto veramente impressionato da Warren [Ellis, ndr]. Poteva entrare nel pezzo così [schiocca le dita, ndr] con questa intensa, magnifica... Riusciva davvero a esprimere quelle cose, fare quel cambio. Per me è tutto un po' più personale di quello a cui sono abituato. Suono e canto... Ci vuole un po' per calmarsi, per entrare nei pezzi in uno spazio in cui c'è gente intorno. Direi che è come recitare ma non lo è veramente, è reale, quindi direi... Non so. A volte, prima del concerto, mi dico: "Non lo farò mai più" e, poi, quando vedo che è un buon lavoro, che le persone ne rimangono commosse, mi viene da ripensarci. Ero preoccupato dal fatto di doverlo fare tutte le sere.
Hai suonato alcune delle canzoni durante gli anni, prima di registrare il disco. Qual è stata la reazione del pubblico, in quelle occasioni?
Oh, buona. È stata positiva, piuttosto incoraggiante. Sono canzoni dolorose, per cui... La gente ne rimaneva toccata. L'obiettivo sembrava buono, dato che li rendevano felici, arricchivano la vita di qualcuno, li incoraggiavano ad avere, forse, una visione della vita leggermente più ampia. Penso che sia una buona cosa, penso sia salutare.
Parte dell'intensità del disco è data dalla struttura inusuale delle canzoni. Come scrivi la tua musica, in genere?
Beh... Anni di pratica. Di solito comincia con la musica per prima, raggruppo le cose in categorie - una particolare linea vocale, canzoni con una certa tonalità, raggruppo queste insieme - e poi è un bilanciamento tra parole e musica. Devo scegliere la melodia migliore e... Lasciare che la linea vocale o la musica obbediscano alla canzone è la prima e ultima regola. Ascolta sempre cosa ha da dirti, ascolta dove sta andando la canzone. Se è destinata a essere breve, lasciala essere breve, se sarà lunga, lunga sia, obbedisci e basta. Se dice: "Ripeti la stessa forma"... Lo spazio è un... Spazio, spazio, spazio. Lo spazio è la chiave per lasciarla respirare. Penso che sia la regola più vecchia per fare una canzone.
Hai anche registrato "Last Of The Country Gentlemen" dopo una lunga gestazione. Le canzoni sono state composte in un periodo di tempo limitato, però?
Sì, tre o quattro mesi, se metti insieme il lavoro effettivo. Anche se ci ho messo anni, sono tre o quattro mesi di lavoro effettivo.
Questa lunga attesa è dovuta a difficoltà materiali, o perché non ti sentivi pronto a entrare in studio di registrazione?
Oh, non pensavo che avrei registrato queste canzoni. Ho trascorso un decennio a scrivere pezzo dopo pezzo, mettendoli in categorie. Non sapevo se le avrei condivise con gli altri. Le trattavo come "performance art" e le suonavo dal vivo. Queste canzoni, sulle quali mi capitò di lavorare a quel tempo, mi fecero ripensare la mia estetica, la mia estetica artistica. Feci un paio di concerti... Poi pensai: "Proveremo a registrarle per vedere se riusciamo a catturare questa cosa".
Quindi hai trovato la registrazione più difficile dell'esecuzione dal vivo?
[Ridacchia, ndr] Sì, sì. Ma è anche perché stavo attraversando tutto ciò in quel periodo, le canzoni... Erano così fresche. Non avevo avuto del tempo per guarire. Fu quasi doloroso quanto fu...
E non hai mai cambiato idea riguardo al suonare i pezzi con un arrangiamento così scarno?
Potrei. Ho armeggiato con un po' di chitarra elettrica, suonano benissimo. È una cosa completamente diversa, un'interpretazione completamente diversa. Suonano... Suonano bene. Danno sensazioni molto più vivide, un colore diverso. Non ho ancora provato con la batteria.
Hai iniziato con uno stile completamente diverso, eri il frontman dei Lift To Experience, una band ispirata allo shoegaze. Come è successo che ripartisti dalla chitarra acustica, quando la band si sciolse?
Beh, in origine suonavo quella acustica quando imparai per la prima volta. Poi mi spostai sulla chitarra elettrica e accordature alternative e, dopo sei o sette anni con queste cose, dopo i Lift To Experience... Me ne andai in campagna e misi giù la mia chitarra elettrica e intenzionalmente ritornai ad accordature regolari e alla chitarra acustica, come sfida con me stesso. Non mi appassionavo più alla musica post-rock contemporanea, per niente, semplicemente tornai al country, canzoni popolari, accordature standard [improvvisa un giro d'accordi convenzionale con la sua chitarra, ndr], quel genere di accordi. La sfida era cercare di creare qualcosa di interessante dalla tradizione country di base, dopo sei, sette anni.E in qualche modo mi mossi intorno a un motivo convenzionale, voglio dire, stavo cercando di, a un certo punto, di creare quel genere di paesaggio rock con solo una chitarra e il riverbero.
Puoi darci un breve riassunto del tuo periodo coi Lift To Experience?
Era davvero una cosa per amore della musica, per noi. Solo tre ragazzi, che davvero facevano la musica che volevano fare, senza preoccupazioni o paure di nient'altro. E questo sembrò sporcarsi, sei anni dopo, più tardi, perché volevo che rimanesse puro. Era una sinfonia a Dio, era musica sacra praticamente. Era una sorta di... Lettera d'amore. E arrivammo veramente vicini a innamorarci ma... Le cose si fecero un po' complicate, c'erano molte questioni personali, come individui... Avevo bisogno di andarmene e esplorare il mondo. Avevo pensato di far sì che quanto di buono c'è in esso ci rimanesse... Suona rude, lo so. Era roba seria. Eravamo veramente cristiani nel cuore. Eravamo una grande band. Le grandi band si sciolgono. Avevamo la nostra integrità. È pazzesco come ogni grande arte si sgretoli... Volevamo seguire un cammino, non è che ci fosse questa enorme, enorme pressione. E, non lo so, mi serviva solo più tempo.
È una storia molto nota che sei figlio di un predicatore, che hai iniziato a suonare in chiesa, addirittura che hai pensato di diventare un predicatore tu stesso. Cosa è rimasto di questa necessità, questa attitudine, o visione, nella tua vita di artista o di normale essere umano in generale?
Beh, credo di esserlo diventato! Voglio dire... Diffondere la buona Notizia! Lo spero! Opere buone. Nella tradizione del mio Dio, diffondo le cose buone, fare del bene. È meglio fare del bene, credere. Spero di condividere qualcosa di questo... Se è buono o è buon lavoro, stai predicando la speranza e la vita. Ci sono posti in cui le persone hanno bisogno di incoraggiamento, sai.
Come è stato coinvolto Warren Ellis?
Oh beh, si è offerto. Si è offerto di... Suonare.
Ho letto che c'era una scommessa di mezzo...
Sì... Perse una scommessa.
OK, non mi vuoi dire quale... Stai suonando parecchio in Europa, ora. Ti senti più a tuo agio qui, piuttosto che nella tua nazione di origine?
Mi rispettano di più, qui. La gente ti rispetta sempre di più se vieni da un altro posto... È la natura umana. Ti prendono più sul serio se non sei di quelle parti. Così non ho suonato negli Stati Uniti negli ultimi tempi. Marzo scorso è stata la prima volta in cui ho suonato da solista dopo anni...
Frequento tutti gli anni l'End Of The Road Festival...
Ah sì. Bello. Bella gente.
Cosa ci puoi dire di quella esperienza?
Oh, è più o meno la dimensione perfetta, cinquemila, settemila persone. È quel genere di festival piccolo con grande musica, gli artisti in giro a divertirsi. La gente riesce a incontrare i suoi... Eroi. Che è bene. Per un artista, è umanizzante. Ti mette al corrente del fatto che è possibile rimanere umani. Ci sono un sacco di... Pavoni. È fico.
Farai un concerto segreto nel bosco?
L'ho fatto, un anno, non annunciato. Non so quando suono... Domenica pomeriggio? Quella ragazza suona... Quella che suona l'arpa?
Joanna Newsom.
Sì, Joanna. Lei suona.
Allora, l'ultima domanda. Sono molto curioso se hai dei piani per il prossimo disco...
Non so. Non ci ho pensato.
Forse con una band?
Cazzo, potessi permettermelo! Non so quanti dischi debba vendere per pagare una band...
Che direzione prenderai, dopo un album così particolare, doloroso? Forse qualcosa di più "convenzionale"...
Davvero non ne ho idea. Ci ho messo anni a mettere insieme queste canzoni. Sì, penso che mi piacerebbe fare uscire altri dischi. Lo spero. Dovrò pensarci e sentire cosa ha da dire il buon Signore. Sai, questo qua [il disco, ndr] sembra che abbia fatto del bene al mondo...
Sei impressionato dal tuo successo?
Sono scioccato... Non sapevo ci fosse tutta questa tristezza, nel mondo. Ci sono cinque canzoni che durano... Mi sorprende essere qui, che mi facciano delle domande. Sono sotto shock. È un lavoro sfidante. Ed è un disco "dall'inizio alla fine", per come l'ho scritto. È un pezzo unico.
Non sarà - qualche ora più tardi - la più grande performance di Pearson. Il pubblico lo accoglie freddamente, in qualche modo, come se fossero delusi dal trovarsi davanti semplicemente un essere umano, al quale, ogni tanto, scappa una risata isterica per puro esaurimento. Probabilmente non sarà mai il genere di artista che può fare un concerto a sera con la stessa intensità, come Warren Ellis; ma questa rimarrà sempre la sua forza, la capacità di mostrarsi com'è, di mettere a nudo tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni, anche quelli che non dovrebbe.

