Marta Sui Tubi

Marta Sui Tubi

Il rock a colori

intervista di Magda Di Genova, Marco Lo Giudice

Il rock a colori

di Marco Lo Giudice

Al telefono con Giovanni Gulino, la voce della band siciliana, che ci parla di "Carne con gli occhi", di attualità, di vinili e di colori


Loro sono uno dei gruppi più interessanti, originali e di qualità che offre la penisola. Una valanga di concerti, dalle grandi platee alle case private, da piazza San Giovanni ai secret concert. In mezzo, quattro dischi e un marchio di fabbrica che li allontana da qualsiasi - qui in Italia, pericolissismo - paragone.
I Marta sui Tubi sono in questi giorni in tour a presentare "Carne con gli occhi", l'ennesima conferma della band siciliana, armata di una ricetta artistica ormai ben rodata e consolidata. Al telefono la voce di Giovanni Gulino non sembra la stessa che sul palco urla, sussurra, rincorre le note dalle acute alle più gravi: è rilassata e pacata, quasi a nascondere una sicura eccitazione per l'album da poco pubblicato. “Ci abbiamo messo dentro tutto ciò che potevamo, senza porci né limiti né regole. Per noi la musica non può avere regole, non ci interessa e non ci è mai interessato scrivere canzoni per le radio. Il concetto è che essenzialmente vogliamo divertirci: se non riusciamo a godere quando creiamo qualcosa, la canzone non la finiamo neanche, la lasciamo lì”. E parte di questa libidine è dovuta certamente anche a una padronanza tecnica indiscussa, che tiene i Marta (assieme a pochi altri casi in Italia) a distanza dall'equivoco che la buona musica rock sia per forza di cose facilmente eseguibile. Un virtuosismo che però non è mai invadente, ma anzi sempre indirizzato al bello, all'emozione: “Quando ero bambino ricordo che ho sempre considerato la tecnica come la bandiera di quegli amici che ascoltavano i metallari: più tecnica che buone canzoni. Io ero tutto preso dai Cccp, che lanciavano messaggi educativi e per nulla tecnici! Per questo sono cresciuto con la paura che la tecnica danneggiasse il saper suonare insieme. E per questo oggi, con i Marta, facciamo del virtuosismo tecnico una peculiarità, certo, ma mai fine a se stessa”.

"Carne con gli occhi", come gli episodi precedenti, sa così giocare con l'emozione, la tecnica e anche l'ironia. I Marta infatti cercano anche il sorriso, non cadendo però mai nello scimmiottesco di certi gruppi demenziali: “Le nostre canzoni hanno questo aspetto ludico e ironico, ci piace comunicare l'ironia con i nostri strumenti. Penso sia un modo per ricordare che la vita è fatta anche di momenti belli, e che a un aspetto introspettivo deve corrispondere un aspetto giocoso, felice”.
Non c'è molto da ridere, però, in “Al guinzaglio”, che anzi racconta il dovere di reagire a questi nostri tempi bui. Uno dei tanti sprazzi d'attualità inseriti nell'album: “In questo momento siamo sottoposti a una pressione fortissima per quanto riguarda la politica, siamo sollecitati dall'informazione che diventa per noi un elemento di discussione quotidiano. Non sempre, ma qualche volta è ovvio che queste cose scivolino anche nei testi delle canzoni: è successo con 'Al guinzaglio', la più esplicita, con 'Camerieri', che esprime l'intolleranza diffusa nei confronti del prossimo e la conseguente impossibilità di comunicare, e anche con 'Carne con gli occhi' e 'Il traditore', che raccontano entrambe la voglia di tradire e disertare un contesto nel quale non ci riconosciamo più”. Dalla discussione alla canzone: i Marta sembrano aver mantenuto una fortissima dimensione di sala prove, nonostante l'esperienza e la maturità raggiunte. “Ci sono idee individuali che vengono sviluppate insieme, ma molto nasce anche da jam session vere e proprie durante le prove. E tra gli spunti dei nostri archivi personali, e le cose nate insieme, ci ritroviamo sempre con una valanga di outtake dalle quali scegliere le migliori su cui lavorare. Il risultato è che alla fine non c'è una canzone che sia scritta da una sola persona, dall'inizio alla fine”.
In "Carne con gli occhi" c'è poi la preziosa collaborazione, in fase di studio, del giovane e talentuoso Tommaso Colliva, già al lavoro con Muse, Afterhours, Calibro 35 e tanti altri. I Marta cercavano un uniformità che soltanto l'esperienza di Tommaso ha potuto dare loro: “Avevamo in mano tante canzoni disomogenee e il rischio era quello di una compilation. Conoscevamo bene Tommaso, era uno 'della famiglia', ed è stato quasi un passo automatico chiamarlo. Il suo aiuto è stato prezioso anche nell'ultima fase di scrittura, in sala prove: ha sfrondato tantissima roba, da bravo chef ha tolto le cose in più a quella ricetta che noi tendiamo sempre a gonfiare di troppi ingredienti”.

Realtà felice della musica italiana, i Marta - come molti altri - non hanno ancora la visibilità che meritano e che forse qualche anno fa avrebbero avuto, quando anche la buona musica trovava spazio e vendeva qualche disco in più. “La qualità c'è oggi; lo dico perché mi occupo di organizzare alcuni secret concert, e di roba buona ne ho vista: Alessandro Fiori, Dimartino, e poi i grandi Benvegnù, Teatro degli Orrori, i sempreverdi Afterhours. Manca tragicamente la quantità, non come numero di band ma come possibilità di diffusione. C'è un atteggiamento di paura: i media hanno perso l'aspetto educativo, e non c'è alcuna intenzione di favorire qualcosa che faccia crescere opinioni, intelligenza, pensiero. Allora che si fa? Si prende la pappa pronta dall'estero. Ma se si sentissero davvero certi testi inglesi che girano sulle radio nazionali, e se si traducessero in italiano, io credo che la gente sputerebbe addosso a chi scrive cose così. E allora è la gente che deve svegliarsi, deve usare le orecchie e gli occhi con testa e consapevolezza. Oggi le riviste più vendute sono quelle di gossip!”.
Un problema fondamentalmente culturale, che abbraccia musica e arte in genere. E che si ripercuote anche nella vendita dei dischi, stando alle parole di Giovanni: “Questo ritmo frenetico della vita quotidiana, che vuole togliere tutti gli orpelli che abbiamo intorno, non può declinarsi alla musica. Io sono cresciuto con i dischi fisici, mio padre mi dava la paghetta settimanale e io mi andavo a comprare i 45 giri. E credo che il supporto fisico sia ancora fondamentale: il potersi gustare le immagini, i testi, il disco stesso... E' unico! Bisogna stimolare l'idea di comunità, incoraggiando i ragazzi a pagare la musica che ascoltano. Oggi tra l'altro il concetto di download illegale è tutto relativo, oggi si ascolta la musica in streaming alla stessa qualità del disco. Invece la sfida è continuare a sentirsi collezionisti di dischi, e anche gli artisti devono avere il coraggio di ristampare in vinile, e in genere di curare al massimo il prodotto fisico”.

Prima di chiudere la telefonata, Giovanni scioglie la curiosità sulla genesi di uno dei pezzi più belli e intensi del disco, “Cromatica”: “Ci era stato chiesto dal nostro manager di scrivere una canzone sui colori, e ho pensato a questa storiella dei colori che si uniscono. L'ho fatto con una tavolozza virtuale, quelle da pc, cominciando a combinare i vari colori. Il testo è nato così, giocando, e usa la metafora dei colori per parlare dell'amore, che è luce; ed è grazie a questa luce che i colori possono esistere”.
Un'intuizione poetica che poi abbraccia la musica: signore e signori, i Marta sui Tubi.

***

Gli equilibristi dell'indie italiano

di Magda Di Genova

Sinceramente non capisco cosa succeda a Milano quando piove: per quattro gocce che cadono dal cielo, il traffico impazzisce. Così, se viaggio perennemente con un "leggero ritardo" nel Dna, per l'intervista con i Marta Sui Tubi il ritardo diventa "mostruoso". Già che ci sono litigo con una vecchietta sul tram che riesce, la vecchietta, a rompermi l'ombrello. Eppure nulla può guastarmi il pomeriggio perché io sto andando a intervistare i Marta Sui Tubi...

Dovevano esserci tutti e tre, Carmelo, Giovanni e Ivan, ma, causa maltempo, Carmelo è rimasto bloccato a Bologna e di Ivan non si hanno notizie.
Però c'è Giovanni. Ah, Giovanni! È la prima volta che mi capita di intervistare qualcuno che conosco e sono contenta che succeda con i Marta.


Sai, Giovanni, per questa intervista ci sono due cose che mi hanno messa un po' in imbarazzo.
Una che non sai farlo funzionare? (indica il mio registratore)

Assolutamente no: quella è una certezza e le certezze non mi imbarazzano mai!
No, è che se voglio giocare a "Doppia il telefilm", prendo il telefono e ti chiamo, se voglio passare una devastante serata alcolica, prendo il telefono e chiamo Carmelo, se voglio intervistarvi devo passare attraverso la casa discografica. Per carità, mi fa molto piacere per voi, però mi è così strano!

Io direi: "Era ora!"

L'altra è che ho avuto poco tempo per preparare le domande, quindi ti farò domande banali. Tanto è tutto il giorno che fai interviste, quindi me ne suggerirai qualcuna, vero?
Va bene, ci provo, vediamo quello che viene fuori. Non ti assicuro niente.
Comunque le domande banali sono le mie preferite.

Ho ascoltato il vostro nuovo disco, " C'è gente che deve dormire " e, per quanto sia vicino a "Muscoli e Dei", sento molto tutti i cambiamenti che ci sono stati.
Quali sono stati?

Beh, il trasferimento da Bologna a Milano, innanzitutto...
Tu dici?

No?
Non penso che abbia influito più di tanto, a dir la verità. Non credo… Se c'è, è sicuramente inconsapevole. Perché? Dici che ci sono atmosfere più cupe?

Più che atmosfere cupe, ci sono temi meni sbarazzini o comunque affrontati in maniera più seriosa.
Boh… Sono venute fuori queste canzoni che erano un po' più profonde, un po' più stratificate e hanno richiesto loro un'attenzione da parte nostra diversa rispetto ai pezzi di "Muscoli e Dei". Sono venute fuori in maniera molto istintiva, non siamo stati molto a ragionare sugli arrangiamenti, sugli ipertecnicismi di chitarra di Carmelo o i miei scioglilingua iperveloci. Abbiamo dato più spazio alla melodia, alle armonie e questo ha dilatato un po' il tutto. Poi abbiamo fatto una bella iniezione di psichedelia ed è venuto fuori un album diverso da "Muscoli e Dei" anche se, secondo me, con tanti punti di collegamento.
Diciamo che sviluppa "Muscoli e Dei" dalla parte di canzoni come "Vecchi Difetti", "Stento", "Post", queste canzoni un po' più tradizionali, se vuoi, con meno isteria. Volevamo fare un disco diverso da "Muscoli e Dei". Con questo disco, può piacere o non piacere, sicuramente non ci ripetiamo: cerchiamo di esplorare nuovi territori, in qualche modo.

Trovi che sia un disco difficile?
Secondo me sì: non è un disco immediato. È un disco che ha bisogno di parecchi ascolti. Sicuramente, se lo ascolti una prima volta, ti possono rimanere in testa una o due canzoni, se lo ascolti più volte, invece, lo segui nei testi e ti può piacere di più.

Alcune canzoni erano anche già state testate dal vivo. Questo ha aiutato?
Diciamo che abbiamo suonato diversi pezzi dal vivo ancor prima di andare a registrarli perché a) avevamo bisogno di altre canzoni (sorride)

Per voi stessi o per il pubblico?
Beh, per tutti e due: quando fai un concerto non puoi suonare mezz'ora e il nostro primo disco dura mezz'ora: hai bisogno necessariamente di fare altri pezzi. Sono venute fuori altre canzoni e non abbiamo aspettato di andarle a registrare per poi proporle. Quattro o cinque pezzi di questo album li suonavamo dal vivo da un bel po' di tempo. Le altre canzoni, invece, sono venute fuori pian piano, durante il tour, tra un concerto e l'altro, in studio di registrazione, in saletta, lavorandoci pian pianino.
Aiuta a suonarli dal vivo perché capisci se il pubblico le apprezza o no, quello sicuramente. Però, sai, una cosa è l'emotività che può esprimere una canzone dal vivo e un'altra cosa, invece, è registrarla nel suo profilo definitivo. Lì è completamente diverso anche se conosci una canzone che hai sentito tante volte dal vivo, poi, sentirla sul disco, sentita in un altro modo, con altri arrangiamenti... Il pezzo cambia inevitabilmente anche perché le canzoni che suonavamo dal vivo sono diverse sul disco, hanno un arrangiamento completamente diverso.

Questa era una domanda che volevo porre a Carmelo: nel disco è contenuto "Lilly", un brano dedicato alla gatta di Marco Tagliola, che ha registrato il vostro disco. Quanto avere un felino che vi passeggia addosso tutta la notte ha influenzato la registrazione?
Guarda, un felino non lo so: fosse stato un puma, un ghepardo o un leone, sicuramente sarebbe stato diverso. Però lei, quella gatta, è stata molto importante perché, ci dava uno sfogo. Il fatto di affondare le mani in così tanto pelo morbido e ricettivo… non lo so, ci distendeva dal punto di vista psicologico. Poi, molto spesso, quando dormivamo e ci svegliavamo con il naso di questa gatta a due centimetri dalla faccia… sai, avevi questi risvegli tremendi, a livelli di amore-odio. Quando te la vedi appiccicata alla faccia, la prendi e la scaraventi al muro perché proprio non la puoi sopportare. Ma i gatti sono così: sono belli e sono strafottenti, non gliene frega niente.

Diverse collaborazioni in questo disco. Posso immaginare come sono nate quelle con Paolo Benvegnù e Moltheni, ma raccontami di Bobby Solo!
(si stiracchia)

Aspetta, domanda uno: ha voluto tanti soldi?
Non ha voluto niente. Stai scherzando? Lui è un signore! È un vero appassionato di musica, un cultore di musica di qualità, quale noi ovviamente facciamo (prendendosi in giro).

A parte tutto, come avete pensato a lui? Bobby Solo non è un nome che, oggi come oggi, ti viene in mente così, con uno schioccare di dita.
È vero, nel disco ci sono tanti ospiti, ma non volevamo fare una compilation di amici che venivano a suonare. Bobby Solo è venuto fuori perché quel pezzo ("Via Dante") era cantato in maniera diversa dal mio solito, con una voce impostata e io stesso ho detto: "Sto cantando come un rocker anni 60" sai, un po' alla Elvis, con delle pose "e ci vorrebbe qualcuno che lo facesse bene, meglio di come lo possa fare io". Da qui, per gioco, abbiamo pensato a Bobby Solo, poi Stefano (Clessi, della Eclectic Circus, ndr) ha tirato fuori il numero di Bobby Solo dal cilindro, io l'ho chiamato e lui era disponibilissimo. Subito, immediatamente.

Avete dovuto spiegargli chi siete.
Non ci conosceva. Gli abbiamo detto che siamo un gruppo indipendente, che avevamo bisogno della sua collaborazione e lui ha proposto subito di incontrarci. Ci siamo incontrati, gli abbiamo fatto sentire il pezzo direttamente con la chitarra in un albergo a Verona. Ne è rimasto subito entusiasta, abbiamo cominciato a parlare, c'è stata subito simpatia, ci siamo ubriacati insieme, ha sputtanato mezzo music business italiano, ma (ridendo e parlando direttamente nel registratore) non saprete mai cosa ha detto.
Alla fine è venuto in studio e ha registrato questo bel cameo e noi siamo stati molto soddisfatti.
All'inizio volevamo lui suonasse sul pezzo, ma quando lui era disponibile a registrare, il pezzo era già finito, quindi ha fatto una specie di cover del nostro pezzo che noi abbiamo usato come coda del pezzo stesso.
È stata una figata perché lui è un grande, è bravissimo. In Italia nessuno canta così: lui ha una tecnica, un gusto molto particolare.

Parliamo del video.
Abbiamo girato il video. È il video di "Perché non pesi niente". Un video che a me piace molto, penso che sia il più bello che abbiamo girato.
I video stanno cominciando a diventare una parte integrante del nostro percorso artistico. Ci piace molto cimentarci in questa forma d'arte, penso sia quella più completa. In un disco senti soltanto la musica, come un libro ha bisogno di essere corredato dalla tua fantasia. Invece un video è già una forma d'arte completa: ha un sapore, un gusto che è già completo, come la pizza.
Ci piace molto girare video e fare dei video un po' particolari. Questo video è una nostra performance nella piazza di un paesino in Sicilia (Poggio Reale) abbandonato nel '69, dopo il terremoto terrificante che ha praticamente investito tutta la nostra zona (i Marta Sui Tubi sono di Marsala, ndr); pensa che Poggio Reale è a 30 km da casa mia! È un paese abbandonato, con case diroccate, con ancora le scritte fasciste sui muri: è rimasto tutto come allora. Ci sono dei bellissimi giochi di montaggio e traspare un'atmosfera un po' sinistra: si sentono quasi i fantasmi che aleggiano. È stato veramente emozionante stare in questo paesino con le case completamente svuotate, i tavoli e le sedie lasciate lì da quarant'anni, abbandonati in fretta. Adesso è tutto praticamente chiuso, è tutto recintato. Abbiamo avuto l'appoggio del Comune di Poggio Reale Nuovo, che ha gradito parecchio questa nostra attenzione verso questo posto e in qualche modo, questo video, completa il significato della canzone.
C'è qualcosa di magico, di veramente bello. È stato emozionante e toccante stare in quel posto. Se tu pensi che da quarant'anni quel posto non è più visitato, frequentato da nessuno…

Immagino abbiate provato soggezione a stare lì.
Esatto. Siamo stati praticamente i primi ad aver portato una forma di musica, una forma di vita dopo quarant'anni.
Infatti avevamo un'amplificazione di 1500 watt! (ridiamo) Non penso che ci sia mai stata una cosa del genere in quel paesino dopo, magari, l'ultima banda del Comune quarant'anni fa.

Sempre per la regia di Fabio Luongo? (che ha già diretto i loro precedenti video "Stitichezza Cronica" e il premiato "Vecchi Difetti")
Sempre per la regia di Fabio Luongo, questo sodalizio continua. Siamo pienamente soddisfatti, siamo una squadra ormai: c'è la squadra Marta Sui Tubi Audio e la squadra Marta Sui Tubi Video e comprende appieno anche lui.

Mi è piaciuto molto quello che dicevi prima, perché ho sempre dato molta importanza al titolo e, soprattutto, alla copertina dei dischi.
So già come avete scelto il titolo, ma ti chiederò di ripeterti e poi vorrei chiederti anche della copertina: la trovo molto correlata al titolo.

Visto che lo sai, potresti dirlo anche tu.

Non ti lascerò interrogarmi su quello che so!
Come faccio a raccontarti una cosa che già sai e fingere di raccontarla con entusiasmo come se tu non la sapessi!
(stiamo ridendo a crepapelle...)

Va beh, ma è roba tua! Devo spiegarla io?!
Dilla tu.


Dai, io ti dico se è giusto o sbagliato.

Dunque, quando vi siete trasferiti a Milano… aspetta… non è bello intervistare me. Hey, sono io che faccio le domande!
Dai, vai avanti, non ti preoccupare. È bello scambiarsi i ruoli.

Quando vi siete trasferiti a Milano da Bologna, non potevate più dare tutte le feste che eravate abituati a organizzare a Bologna perché la gente vi urlava: "C'è gente che deve dormire!".
La gente che bussa sul muro alle due di notte urlando: "C'è gente che deve dormire!".

Giovanni, la gente qui deve dormire! Guarda che la mattina bisogna andare a lavorare! Non puoi fare tutto quel casino!
Non posso fare casino. Ma lo so, ma come fai a divertirti senza un minimo di casino! Un minimo, non dico tanto!

Va be' (cerco di riprendere fiato dal troppo ridere), però questo titolo mi sembra anche un po' polemico, nel senso che sembra un invito per certa gente a rilassarsi.
Come tutte le nostre cose, c'è più di un significato.
Quando ti capita, quando sei a casa tua, quando vai nelle camere d'albergo dopo un concerto, succede sempre la stessa cosa: puntualmente qualcuno arriva a bussare: "Insomma, la vogliamo smettere? Qui c'è gente che deve dormire. Domani dobbiamo andare a lavorare!" Gente che si lamenta perché noi gli rubiamo il loro giusto, meritato riposo. Succede una volta, due volte, ma quando succede decine di volte capisci che c'è qualcosa che non va e che probabilmente sei tu che vivi la tua vita in maniera un po' troppo al di sopra delle righe, o, comunque, in ogni caso, dovresti essere un po' più rispettoso nei confronti degli altri, anche se non sempre è possibile perché facciamo una vita che, ogni tanto, ci porta a…

Beh, nonostante tutto, se torni da un concerto alle quattro del mattino, è anche giusto che tu possa sentirti libero di farti una doccia, se vuoi.
Anche queste cose qua. Ma anche i festini di notte così, senza senso. Molto spesso hanno anche ragione, altre volte no.
Quindi, a furia di sentirci dire da chi chiaramente veniva a protestare: "C'è gente che deve dormire!", abbiamo pensato che fosse un bel titolo.
Abbiamo anche ringraziato il vicino di turno.

Gli avete già regalato il cd?
Non ancora.

Copertina.
Copertina che si ricollega perfettamente al titolo.
Alice (Pedronetti, alias Aliké, ndr) si è offerta di curarci tutto l'artwork del disco.
Veniva a casa nostra, siamo stati intere serate a discutere di che tipo di immagine dare, eccetera, eccetera.
L'idea doveva essere quella di un condominio. All'inizio si era pensato di fare le foto dentro l'ascensore, sulle scale, sul terrazzino. Non erano pregne. Alla fine, andando a prendere la macchina una sera che stava andando via, ha visto questo citofono con tutte le scritte in Dymo, come si usava una volta, con tutti questi cognomi stranieri. L'ha fotografato e ce l'ha fatto vedere. Era una versione provvisoria, ci è piaciuto subito e le abbiamo chiesto di andare avanti. Questa idea del condominio, della gente che deve dormire e dei sogni della gente… È un disco notturno, è un disco onirico, quindi la dimensione condominiale è quella che si addice di più. Mi piace molto.
Nell'altro disco non avevamo curato molto questo aspetto: l'abbiamo fatto di fretta, noi, senza nessun tipo di esperienza in merito.

Dai, abbiamo quasi finito. La domanda più intelligente che ti hanno posto oggi… Escludendo ovviamente queste fantastiche domande pensate sul 29 venendo qui.
Ehmm… Ehmm… Mmmm… Ehmmm...

O cielo, erano tutte così stupide?
No, aspetta, ce n'è stata una interessante… Mi hanno chiesto questa cosa… una cosa che non ho neanche capito… Era troppo intelligente!

Ok, allora la più stupida. Escludendo ovviamente queste fantastiche domande pensate sul 29 venendo qui.
La più stupida… No, non ce ne sono state stupide.

In generale?
Ci sono le solite, come: "Con quale artista ti piacerebbe condividere il palco ecc. ecc." Ma chi se ne frega! Io voglio suonare con Carmelo e Ivan.
Poi quelli che piacciono a me sono tutti morti, quindi o muoio anch'io…

Suggeriscimi una domanda che ti faccia piacere sentirti chiedere.
Chiedimi diii… Chiedimi del testo di "Una donna e la sua semplicità".

Beh, non amo molto chiedere di spiegare le parole di una canzone, ma, come ben sai, con "Una donna e la sua semplicità" è stato amore a primo ascolto. Mi farà molto piacere porti questa domanda, perché significa che non è solo una mia impressione che tu ci sia particolarmente attaccato.
Assolutamente. Questa canzone è una soddisfazione incredibile.

C'è una canzone che mi ha particolarmente colpita: si tratta di "Una donna e la sua semplicità". Ti va di parlarmene?
Questa canzone parla di un uomo, un artistoide che passa tutta la giornata immerso nella sua ricerca artistica e non si rende conto che, accanto a sé, ha una persona che invece ha altre aspettative se non quella di stare a fargli da infermiera spirituale, fino a quando non legge il diario di questa ragazza mentre lei è via. In questo diario lei parla di lui. Quindi è lui che, in questa canzone, recita, parla, legge e capisce determinate cose: che questa donna non ha sempre tanta voglia di stargli vicino, di starlo ad ascoltare, di stare ad ascoltare quella canzone in cui lui dice che "non ci sarebbero state stelle in cielo quella notte perché Dio le avrebbe conservate per una notte migliore", che è un verso abbastanza ridondante, fatto apposta per far capire un po' il tipo di menate che si tira questo tizio. Lei, invece, a volte, avrebbe voglia di avere un cane per portarlo fuori a pisciare: un modo per distrarsi da lui e evitare tutte le sue menate.
Poi racconta di questa vita, questa vita che non è altro che una finzione. Nel testo ricorre sempre: "Ho fatto finta di…" perché, molto spesso, ci capita di non vivere pienamente quello che viviamo ogni giorno, ma semplicemente immaginiamo o idealizziamo una forma di vita, una forma di esistenza che poi non è quella vera, ma è soltanto una proiezione della nostra immaginazione e corrediamo tutto questo attorniandoci di situazioni e di persone che non fanno altro che completare questa specie di puzzle metafisico. Però bisogna fare i conti con le esigenze vere, che non sono poi quelle che sembrano.

Da qui il discorso si sviluppa in maniera un po' personale, ma queste sono chiacchiere tra amici...

Discografia
Muscoli e dei (Eclectic Circus, 2003)

 

 C'è gente che deve dormire (Eclectic Circus, 2005)

 

 Sushi e Coca (Tamburi Usati, 2008) 
 Carne con gli occhi (Tamburi Usati, 2011)
 
 LoStileOstile (Antenna/Believe, 2016) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Marta Sui Tubi su OndaRock
Recensioni

MARTA SUI TUBI

LoStileOstile

(2016 - Antenna/Believe)
Torna l'istrionica band capitanata da Giovanni Gulino

MARTA SUI TUBI

Carne con gli occhi

(2011 - Tamburi Usati / Venus Dischi)
La forma-canzone libera di Giovanni Gulino e compagni, al quarto lavoro sulla lunga distanza

MARTA SUI TUBI

Sushi e Coca

(2008 - Tamburi Usati)
La formazione siciliana alle prese col suo energico meltin' pot

MARTA SUI TUBI

C' gente che deve dormire

(2005 - Eclectic Circus)

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.