Paolo Benvegnu'

Paolo Benvegnu'

Viaggio al centro dell'uomo

intervista di Marco Lo Giudice, Magda Di Genova
Viaggio al centro dell'uomo

di Marco Lo Giudice


Intervista fiume con Paolo Benvegnù. Il racconto di "Hermann" tra Omero e Philip Dick, Giusy Ferreri e Sartre

Paolo Benvegnù ha una gran voglia di parlare, e non ha alcun freno nel raccontare la genesi e il significato che stanno alle spalle del suo ultimo, piccolo capolavoro, "Hermann". "Apre una nuova fase, sia di scrittura, sia di vera apertura verso il mondo. "Hermann" è un trattato filosofico, o almeno quello era l'intento. Volevo parlare dell'uomo da uomo, e ho cercato di farlo con un'ottica più aliena del passato, anche se è stato praticamente impossibile". In questo senso, mai come oggi il nome di Paolo Benvegnù si declina in cinque protagonisti, cinque vere teste pensanti che compongono la masnada che ha scritto, arrangiato e suonato "Hermann": oltre a Paolo, quindi, compaiono sui crediti del disco il compagno della prima ora Andrea Franchi, Guglielmo Ridolfo Gagliano, Michele Pazzaglia e Luca Baldini. "E il disco racconta questa apertura: abbiamo scritto e scelto tutti insieme, io ormai mi ritengo soltanto il contenitore. Ma comunque mi sono sempre sentito il cantante di una band, anche con ‘Piccoli Fragilissimi Film', pur essendo soltanto io e Andrea chiusi in un garage. Sono il megafono concettuale di cinque idee, parlo di noi. Tra l'altro credo di avere più il talento dell'impegno, dell'attenzione alla vita che quello del musicista vero e proprio, per cui l'unica maniera per combinare qualcosa di veramente bello è sempre stata quella di collaborare con altre persone".
Le idee, le parole, il suono. Tutto frutto di una band vera e propria, e a quanto pare in gran salute. "Ognuno di noi ha buttato giù le sue idee attraverso dei provini, e questa intenzione si è paradossalmente mantenuta fino alla fine delle registrazioni dell'album: abbiamo concretamente cercato di rifare i provini, tanto che fino al missaggio eravamo tutti convinti che le demo fossero ancora meglio! Il risultato, alla fine, è che questo disco suona come ‘Dissolution' (l'album live di Benvegnù, pubblicato un anno prima di ‘Hermann', ndr), riproduce la vivida essenza della band. Ricreare questo tipo di verità e casualità trovata nei provini è stata un'impresa".

L'idea di "Hermann", quella che racconta questo disco e che il disco stesso sviluppa nel complesso delle tredici canzoni, è essenzialmente l'umano. Parlare dell'uomo da uomo, appunto. "Una sorta di chanson de geste con cui far comprendere che i problemi, dalla preistoria ad oggi, per noi sono sempre gli stessi. Anzi, fondamentalmente uno: come riuscire ad armonizzare il mare piccolo con il mare grande, noi con tutto ciò che ci circonda. E questo lo raccontano tanto Omero quanto Philip Dick". E lo fanno anche Paolo Benvegnù e soci, a sentire il disco. In questa direzione, a partire dall'escamotage manzoniano del manoscritto ritrovato fino alla stesura dei testi, tra il narrativo e il confessionale, si sente un'eco forte del romanzo d'appendice, figlio dell'ultima epoca che ha davvero cercato di sondare in profondità l'umano. "Ho apprezzato molto i classici, effettivamente. Penso che quello fosse il periodo in cui una certa sobrietà e povertà permettevano di comprendere da un lato il miracolo di sopravvivere senza fatica per i ricchi, dall'altro il miracolo della solidarietà estrema per i poveri". ‘Hermann' ha così il respiro del romanzo classico, ma anche l'estetica di un film (ecco perché l'artificio retorico della sceneggiatura, con tanto di possibili ambientazioni per ogni brano): siamo in molti della mia età a scrivere bene, e credo sia anche dovuto alla nostra cultura profondamente cinematografica. Io ho imparato a scrivere leggendo libri e guardando film, è una suggestione che mi viene naturale. La nostra generazione ha imparato aimmaginare e a sognare grazie al cinema, un modello sociale che ha inciso a fondo. Pensa a cosa sta significando in questo tempo internet per il Nordafrica! È la stessa spinta sana che ha fatto si che, nel secondo dopoguerra, anche le persone più umili potessero desiderare. Poi però, dopo gli anni sessanta, tutto si è svuotato. E così noi abbiamo perso gli stimoli per trovare spazi interiori, mentre sotto di noi, nel terzo mondo, li stanno trovando adesso".

Il desiderio, parola che si ripete, che ritorna, che abbraccia "Hermann" da ogni angolo. L'uomo vive per soddisfare i suoi desideri: "Lo dice la stessa parola, de-siderare, andare verso le stelle. Si è perso proprio quel saper guardare alle stelle nel buio reale della povertà e delle guerre. A noi manca il desiderio, ecco la verità. Ma credo che nei prossimi 30 anni qualcosa cambierà certamente: finiranno le seconde case, finiranno i soldi, dovremo vivere una vita più sobria. Ritornerà finalmente il grande setaccio del talento, gli intellettuali con delle idee varranno di nuovo qualcosa. C'è ancora davvero troppo intrattenimento e, come al Luna Park, dopo un po' ti rompi i co***oni!".
Una mancanza di stimoli alla quale Paolo ha saputo sopperire con un concetto della musica sano, vero, radicato in un'idea forte: in provincia, alla fine, si sta meglio. "Ho sempre pensato che le idee più belle siano state concepite nelle province, attraverso la relazione soprattutto, quotidiana e personale. Non c'è nessun potere da conquistare, c'è più libertà e meno ansia di successo. Il tempo è quello umano: il Novecento ci ha regalato una velocità incredibile, ma sembriamo esserci dimenticati che l'uomo ha sempre la stessa frequenza cardiaca. Ogni progetto dovrebbe avere uno sviluppo mentale adeguato al nostro ritmo, altrimenti davvero siamo destinati a soccombere sotto il peso delle macchine".

E il ritmo dei Paolo Benvegnù è più che sano, se davvero in Italia rappresentano oggi la faccia più felice e sincera della triste e arrugginita medaglia del cantautorato italiano. Un mondo che ha avuto anni splendidi e irripetibili, e che oggi pare aver perso la capacità di coniugare successo e qualità. Una contraddizione che forse nasconde qualcosa che va oltre la vecchia diatriba indie/major: "Certo, perché siamo di fronte a un problema profondamente culturale. Negli anni Sessanta potevano coesistere senza alcuna difficoltà Fred Buscaglione e Luigi Tenco (un intrattenitore e il suo contrario), e c'era un'apertura mentale pazzesca delle persone che fruivano la musica. Oggi questo non è più possibile, i due mondi non solo sono distanti, ma si guardano pure di sbieco. E la colpa è chiaramente di una certa lobby, che ha voluto a tutti i costi questa moria di immaginazione. Pasolini l'aveva predetto per il cinema, oggi vale anche per la musica: c'è musica di intrattenimento e musica di poesia, e la forbice tra le due si sta tragicamente allargando. Ci sono tentativi... commoventi (ride ironico, ndr) di passare da una parte all'altra, vedi quello di Jovanotti. Ma non puoi essere considerato un filosofo così, da un giorno all'altro. Una grande, grandissima, responsabilità ce l'hanno perciò gli autori e i musicisti, e cioè chi fa musica: un falegname, quando costruisce una sedia, deve pensare che chi la usa deve starci bene, non può prenderlo in giro. E invece oggi questo succede troppo spesso, anche nella musica".

Indie e major, nicchia e grande palcoscenico. Paolo Benvegnù, negli anni passati, ha concesso alcune sue canzoni ad artisti di grande visibilità. È successo con Mina, con Marina Rei e, recentemente, anche con Giusy Ferreri. Ma con la xfactorina le cose non sembrano esser andate per il verso giusto: "Ho saputo che aveva rifatto ‘Il mare verticale' soltanto dopo l'uscita del suo disco, non mi aveva né detto né chiesto nulla. Però in un'intervista in cui le chiedevano come si ponesse con i nuovi cantautori - nuovi?! ca**o ormai c'ho settant'anni! - lei ha risposto: ‘Con Benvegnù ho voluto lanciare un segnale'. Ma che segnale? Qui la gente usa le parole per fo**ere il mercato, e la cosa mi manda letteralmente fuori di testa. È come per il Pdl, un partito così reazionario che ha un nome del genere vuole soltanto usare le parole per fregarci tutti quanti! Ma con noi non funziona. Devono solo vergognarsi". Con Mina e Marina Rei, invece, il rapporto è stato di tutt'altro livello: "Con Mina c'è stato un interessamento sincero da parte di sua figlia, e poi una richiesta vera e propria di poter utilizzare il mio brano. Del resto, chi è grande si sa far piccolo con grande classe, all'occasione. E anche con Marina è andata in maniera completamente diversa: lei ne capisce davvero, ascolta curiosa e attenta tutto lo splendido sottobosco musicale italiano. Questa è una cosa bellissima, secondo me".

La telefonata con Paolo si conclude con il racconto di due canzoni di "Hermann", "Love Is Talking" e "Il mare è bellissimo"; due estratti che bene condensano l'idea, il significato e il colore di tutto l'album. "‘Love Is Talking' è in qualche modo tutto ciò che non avevo mai scritto prima: l'amore vero diventa qui comprensione di se stessi in senso assoluto, di bontà, crudeltà, sincerità, intelligenza... di tutto. Attraverso vari episodi volevo raccontare il senso totale dell'uomo, che è un miracolo d'amore che parla da ogni parte, e come tale va contemplato e ascoltato". La contemplazione, lo sguardo, la vista. L'occhio è l'organo di senso per eccellenza dei nostri tempi, la nostra è la civiltà dell'immaginazione. E allora "Il mare è bellissimo" propone un'alternativa forte, vivida, futuribile: "L'uomo dovrebbe rendersi conto che anche per lui, così come per tutti gli esseri viventi su questa terra, esistono delle linee già scritte: la vita, la morte, le migrazioni. Potremmo essere guidati, se solo sapessimo chiudere gli occhi. La ‘destinazione' di cui parlo è questa, poter rivedere l'alba chiudendo gli occhi, ristabilire il contatto con le nostre linee naturali, quelle che ci guidano da quando esistiamo come specie. Tutto ci parla, anche il nostro respiro ci parla. Ma noi non facciamo altro che sprecarlo, e non capiamo di essere soltanto il 5 percento di quello che potremmo essere. Siamo lontani, troppo lontani dal senso della nostra esistenza. L'aveva già detto Sartre: quando un uomo arriva a pensare che la propria intelligenza è Dio, c'è qualcosa che non va, e che non ci fa più sentire la grandezza di ciò che ci circonda e che vive con noi".

(12/06/2011)

***

Piccole, fragilissime canzoni

di Magda Di Genova

In una bufera natalizia fuori stagione, che non ha scoraggiato un pubblico affezionato, Paolo Benvegnù mi spiega le ragioni della sua tensione ancora prima di accomodarci sul divano...


Sono sempre molto nervoso quando suono a Milano e questa situazione a due con Andrea (il polistrumentista Andrea Franchi) non è poi così salda, quindi sono sempre in tensione, anche perché è tanto che non suono dal vivo. Sono stati un fine e un inizio anno abbastanza travagliato e mi stupisce tornare in giro a suonare ora che non sono più abituato. In questo periodo sto lavorando tanto in studio, producendo gruppi. Poi ho fatto questa tournée teatrali con Riondino e Bollani per uno spettacolo che si chiama "Presepe Vivente Cantante" in cui facevo la statuina cantante ed è molto semplice: tanto c'è quel mostro di Bollani che suona, improvvisa tutto e basta che, bene o male, mi allineo alle supposizioni. Ritornare a suonare, ritornare a fare le mie cose non è che ogni tanto mi costa, è un problema mio: devo proprio riabituarmi, tornare in contatto con me stesso.

Nuovo disco in uscita...

E' un singolo nuovo. Ancora devo scoprire cosa c'è dentro, nel senso che sto cercando di fare dei pezzi nuovi e di recuperare dei brani vecchi, che non sono entrati in "Piccoli Fragilissimi Film" e cercare di dar loro una vita nuova. La cosa a cui penso molto ora, più che alla realtà, è all'immaginario, a quanto l'immaginario invada la nostra vita. A parte il fatto che il singolo ha a che vedere con "Cerchi nell'acqua" (brano di "Piccoli Fragilissimi Film"), sono ritornato all'immaginario e cercherò di fare brani che hanno a che vedere con questo e poi, a maggio, penso di lavorare al secondo capitolo del progetto Paolo Benvegnù, che è un progetto di gruppo al di là del fatto che ha il mio nome.

Quindi tematiche che hanno a che fare con l'immaginario, argomento molto diverso da quelli che hai trattato sul disco.
In realtà è successo questo: in questo ultimo anno ho capito che sto pensando più a quello che non mi sta capitando che a quello che mi sta capitando. E' stano, è come se percepissi che tutti noi abbiamo delle vite parallele, diverse e non le viviamo perché ovviamente ne viviamo una sola in maniera reale. Però ho la netta percezione che, invece, queste vite esitano in qualche altra dimensione in cui viviamo con delle altre persone, facendo altre esperienze. Non so se è la mia curiosità che però non è così coraggiosa da andare a esplorare altri lati, altre facce di questo dado. Giorno dopo giorno cambiano le prospettive. La vita è stranissima, magari consolidi delle cose per anni e in un giorno tutto questo ti crolla e devi ricostruire tutto. Non è facile.

"Piccoli Fragilissimi Film" ha compiuto già un anno. Vogliamo fare un piccolo bilancio? Mi sembra che sia andato più che bene.
Sì, anche troppo, nel senso che sono canzoni. Ci sono 6 o 7 canzoni che per me sono state molto importanti e che sono parte veramente della mia vita. La fortuna è che queste cose sono state sentite da altre persone che ritengono che alcune canzoni facciano parte anche della loro vita. E' un privilegio incredibile e delle volte mi chiedo se sono in grado di sostenere questo tipo di privilegio. Sono più le volte in cui mi metto in discussione piuttosto che le volte che mi fermo e mi dico che ho fatto un bel lavoro. Secondo me è stato un disco fatto con delle belle intenzioni, ma non mi aspettavo un successo del genere, non mi aspettavo che venisse sentito da così tanta gente e sono felice di questo, ovviamente, come non esserne felice?

E' ancora il primo capitolo della "trilogia del tessuto"?

(Sorride) Non lo so perché dovrebbe esserci la fase di consolidamento. In realtà ho scoperto, in questo ultimo mese, quanto veramente ogni nostra convinzione abbia a che vedere con. (si accorge che sto tremando, fa veramente freddissimo. Si toglie il giaccone e, nonostante cerchi di convincerlo che tra un po' mi passa, mi obbliga a tenerlo sulle spalle) . la mia idea era di andare a consolidare un certo tipo di espressione della realtà. Vedo che ogni giorno tutte le mie convinzioni si frantumano. Questo non vuol dir nulla, non c'è nulla di decadente in tutto ciò. Le cose cambiano e spero si evolvano. In questo caso, visto che non sto scrivendo molto perché sto producendo a profusione molti gruppi (tra cui Terje Nodgarden, Perturbazione e Marylù Lorén), spero mi ritornino delle idee. Ho un sacco di cose da dire, fondamentalmente non ho il tempo per dirle e ora comincia veramente a pesarmi, perciò spero veramente, da maggio in poi, di avere il tempo per far tutto.

C'è molta curiosità sulla copertina di "Piccoli Fragilissimi Film". Personalmente vedo, sapendo della trilogia, molto tessuto: la camicia, la cravatta e la giacca, ma come mai tutto quel rosso?
Perché l'idea era di raccontare delle storie non sviluppate, ovvero: sviluppate sotto camera oscura. In realtà, quel rosso non ha nulla a che vedere con qualcosa di effettivamente sanguigno, anche se sinceramente ho passato un periodo in cui ho vissuto in maniera "sanguigna" tutto quello che mi capitava.
L'idea era quella che questo film, questa pellicola, si fermasse al momento dello sviluppo, da quando esce dall'acido e basta, senza che venisse proiettata. Perché ho capito che le idee che abbiamo, e anche le piccole invenzioni che ognuno di noi fa, sono importanti per noi. Il fatto che possano essere importanti per gli altri non ci deve sfiorare. Per me è stato un invito a mantenere sempre un basso profilo.
Questo è quello che penso: che un artista - ammesso e non concesso che mi possa considerare tale - deve mantenere questo tipo di legame con le sue cose. Fare delle fotografie, svilupparle e tenerle lui. Poi non si sa per quale motivo queste cose escano e vadano in giro.
Ha a che vedere con questo: che vedo il mondo sotto camera oscura ed è importante, per me, questo tipo di concezione del mondo.

Una curiosità: è vero che Irene Grandi ha ripreso "E' Solo un Sogno"?
E' verissimo. E' strano perché facevo questa piccola tournée teatrale di Pinocchio, con una piccola compagnia di Firenze e una persona che lavorava con me suonava la batteria in quella situazione - io suonavo la chitarra e cantavo - e stava lavorando con Irene Grandi al disco ("Prima di Partire" del 2003). Le ho dato dei provini, lei li ha sentiti, le è piaciuto molto quel pezzo e l'ha fatto. A me è andata molto bene questa cosa, nel senso che era un pezzo talmente semplice, "E' Solo un Sogno" è un pezzo molto tranquillo, che ha la sola ambizione di dire quello che dice: del fatto che normalmente siamo un po' veloci e non ci rendiamo conto che, tante volte, tante cose le amiamo per nostalgia e non per quello che sono in questo momento, nel momento in cui le amiamo. Semplicemente le è piaciuto, l'ha fatto, io sono stato contento. Mi è piaciuta più la versione del singolo ("Prima di Partire per un Lungo Viaggio") che non quella che è andata su disco. E' stato strano, anche andare un paio di volte sul palco con Irene Grandi (si copre gli occhi con le mani mentre sorride) e cantare.
Negli ultimi due anni ho fatto talmente tante esperienze di vario tipo - con una banda di paese di settantenni, con Riondino e con Bollani, con compagnie di danza - che questa con Irene è un'altra di quelle esperienze che, penso, mi abbiano arricchito. Quantomeno, devo dire, mi ha arricchito un pochino anche il conto in banca perché, vivendo sempre sul limite, un po' di soldi di Siae, un po' di diritti d'autore per quel pezzo sono arrivati e, ovviamente mi ha fatto piacere, sarei un ipocrita se non lo dicessi. Purtroppo, devo dire, faccio una gran fatica, come tutte le persone che lavorano con me a questo progetto, a sbarcare il lunario e ho avuto l'opportunità di vivere un mese senza avere l'assillo di dover pagare l'affitto, visto che è importante anche quello.

A questo punto mi tocca: la crisi del mondo discografico e la crisi del mondo musicale. Tu che, tra l'altro hai lavorato sia con le cosiddette major che con case discografiche indipendenti, cosa ne pensi?
La crisi del mondo discografico è una crisi che va di pari passo, secondo me, con le crisi di proposte. Fondamentalmente io vedo questo: che quando qualcuno riesce a fare qualcosa di, in minima parte, importante e le persone si sentono a contatto con questo artista, in una maniera o nell'altra le cose si muovono. Perciò il problema delle vendite dei dischi è che le major, una volta, vendevano millantando, adesso è proprio difficile e questo non perché, paradossalmente, si è alzato il livello culturale degli ascoltatori, ma effettivamente perché ci sono meno soldi e perché le persone se le scaricano da internet gratis. Secondo me, però, le cose non sono cambiate molto: fondamentalmente chi è bravo riesce a fare una sua strada per quanto in maniera più difficile, chi è meno bravo non la fa. E' sempre stato così. Io, da meno bravo, ma mediamente bravo, faccio fatica ed è giusto che sia così. Vedo le cose in maniera molto naturale.

Paolo, però tu hai anche scelto di fare un genere non propriamente "facile".

Se avessi avuto anche delle altre caratteristiche umane e anche artistiche, probabilmente . se mi fosse venuto naturale di fare delle cose molto pop. fondamentalmente non ho una formazione di questo tipo, non ho una formazione "pop", ho una formazione. (ride) non so nemmeno io che tipo di formazione ho (durante il concerto riprenderà un brano dei Tuxedomoon) è tutto un zigzagare tra varie cose e a me viene naturale fare quello che faccio. Io mi rendo conto che molte volte, anche durante i concerti, le atmosfere sono veramente "dense" e, purtroppo, in questo momento della mia vita, non riesco a essere più "leggero" di quanto sono. Ti assicuro che siamo dei gran cretini, però, quando poi quando devo fare un disco o fare dei concerti, a me viene proprio questo pathos e in questo momento della mia vita non riesco a toglierlo, perciò preferisco essere naturale, magari avere poche chance, rompere un po' i marroni anche agli astanti, piuttosto che cercare a tutti i costi di essere diverso. Purtroppo sono così, è già una grandissima lotta già riuscire ad accettarsi e questo potrebbe essere il primo passo verso un tipo di cambiamento. Sto cercando di lavorare su di me per quanto riguarda questo. Vediamo se ce la faccio.

Mi riallaccio a quello che dicevi prima. In molti pensano che tu sia, in Italia, un musicista unico nel tuo genere...
(Sorride e riflette) Non lo so. Sento che, nel tempo, cercando di togliere anche le sovrastrutture, ovviamente, sono andavo verso la mia diversità. E' ovvio, ognuno di noi sviluppa una propria non-uguaglianza, è normale, perché seguire le proprie intenzioni ha a ché vedere con questo. Per fortuna.
Poi, tu dici questa cosa, ma sinceramente non la sento. Sento che da qualche parte ci sono proprio delle persone che mi vogliono bene e questo da un lato è una cosa straordinaria: mi vedessero nel quotidiano, quanto sono idiota (ride) di sicuro non avrebbero questo tipo di "immaginario" verso di me. Dall'altro questa cosa mi responsabilizza molto e, ad esempio, il fatto che oggi che sono meno sicuro di altre volte, meno "rodato" di altre volte, mi mette in tensione. . Probabilmente perché mi tormento molto e le persone tormentate hanno a che vedere con me. Anche se penso che siano tormenti "normali". Mi ricordo che anche quando ero con gli Scisma pensavo di essere veramente unico, purtroppo ero una persona presuntuosa sotto questo punto di vista. Ora penso che ognuno ha una propria unicità, una propria specificità e che è solamente grazie a quella che le cose vanno avanti in maniera mediamente. umana: siamo diversi e grazie a queste diversità riusciamo a rapportarci. Pensa che orribile mondo un mondo tutto di uomini piatti e uniformi!

Domande più leggere. Mi hanno chiesto di farti spiegare come mai inizi ogni tuo concerto con un accento nazionalpopolare ogni sera diverso.
(Sorridendo) Con un accento. me lo ripeti?

Nazionalpopolare.
E' vero, ma non so per quale motivo. Mi viene naturale. E' che sono un po' imbarazzato e quando c'è da rompere il ghiaccio, faccio questa cosa. Il sud tirolese mi viene molto bene (con accento sud tirolese). Ho bisogno di "sgelarmi" un po'. Ultimamente riesco a essere un po' più naturale, ma devo credere molto in quello che faccio. Non ci riesco sempre perché credere tanto in quello che si fa è specifico o dei geni o dei presuntuosi. Io ritengo di non essere nessuno dei due casi, allora saltabecco, faccio un po' di guizzerie, di avanspettacolo, perché ho bisogno io di "sgelarmi". Infatti questa non è una cosa giusta, ma sono ancora un po' insicuro nonostante i miei 40 anni di età. Sto crescendo e chissà che, un giorno, non riesca a uscire veramente da questa cosa.

Miglior tour 2004 per il Mei e stasera, come dice un comunicato stampa, versione "White Stripes".
(Sorride) Ma non è vero niente! Versione "canzoni tristi in due", questo è il senso! Sai, anche noi ci ironizziamo, ovviamente. Si stava pensando di mettere una parrucca nera ad Andrea.
E' stato strano. Per me il miglior tour del 2004 è stato nettamente quello dei Marta Sui Tubi (premiati dal Mei come miglior gruppo 2004) o dei Northpole. Sono veramente dei gruppi meravigliosi. Noi abbiamo fatto un po' di date, alcuni concerti che secondo me sono stati veramente toccanti, però dipende da quello che vogliono le persone. Io, in questo momento, ribadisco, tocco quella cosa lì, sono così o quantomeno lo sono stato. Non ti so dire cosa farò stasera, perché non so come sono in questo momento, sono un po' devastato.
Questa versione a due è particolare perché, per certi versi, se suoniamo bene e facciamo la cosa giusta è proprio l'estratto, il sunto esatto di quello che sono questi brani. Se suoniamo male . (ride)

Cosa che dubito fortemente.
No, no io non dubito, stasera.

C'è sempre il cabaret che ti salva.
Infatti stasera partirò direttamente con il cabaret siciliano. Tanto io e lui siamo un po' come Ciccio Ingrassia e Franco Franchi.

Che ne pensi di Sanremo? Credi migliorerà mai?

Penso di no. Penso che non ci sia la voglia di farlo migliorare. Personalmente questa cosa non mi interessa. A me interesserebbe molto suonare con un'orchestra. Sto facendo anche questa esperienza con una banda e suonare con una banda di settanta elementi è molto bello, per me. Il fatto è che quella sarebbe una bella esperienza.
Penso che le cose non miglioreranno perché tutto il mercato discografico in Italia gira intorno a Sanremo. Non parlo dei numeri, ma dei mesi di lavoro: le major italiane lavorano per quattro, cinque, sei mesi su Sanremo: tre mesi prima e tre mesi dopo. Per preparare le cose e per promozione e se ci pensi metà dei tuoi sforzi di un anno sono concentrati su un evento. E' una pazzia questa. Perciò, ovviamente, le cose cambieranno quando questo festival sarà una summa dei migliori talenti. Forse, se ci vanno degli artisti bravi e fanno delle cose valide, può cambiare il riflesso nello spettatore, ma i giochi che ci sono dietro non cambieranno mai. Ho visto delle cose quest'anno da pazzi: cercano di riprendere degli zombie!
Anche perché quest'anno sono state escluse tutte le case indipendenti, Mescal compresa e questo, secondo me, è molto triste.
E' la classica restaurazione. Del resto, se ci pensi, guarda che negli ultimi tre anni, l'atmosfera in Italia è cambiata e, per me, l'atmosfera che si respira è un'atmosfera di piena restaurazione. Magari mi sbaglio io, ma c'è uno spazio preciso per i cattolici, c'è meno spazio preciso per i laici; le idee originali, o comunque sia interessanti, non vengono normalmente mai sviluppate sui media più importanti e le cose belle che anche funzionano, parlo di programmi alla radio anche interessanti, vengono presi, relegati. E' un periodo di grande censura e Sanremo segue esattamente questo tipo di situazione. Va bene così. Mi vien voglia di migrare in Francia nel 2006 se per caso vince ancora quell'altro.
Che anche in Francia...
Che anche in Francia non è male, è tremendo. Però se pensi ai movimenti che hanno fatto, al di là di quello che è la parvenza di facciata e i francesi la sanno veramente lunga perché sono sempre stati dei colonialisti spietati, ancora adesso hanno un casino di interessi in giro per il mondo. Però, comunque sia, il governo di destra francese sembra molto più di sinistra rispetto a una probabile opposizione di centrosinistra italiana, in questo momento. Paradossalmente. O certi problemi li hanno affrontati e stanno cercando di risolverli, basta pensare alla sola integrazione tra le razze. La Francia è avanti di cinquant'anni. Non per essere retorico e continuare a dire che in Italia non funziona nulla, però quello che vedo è che c'è poco coraggio. Non penso di essere coraggioso, però un po' questa cosa mi pesa.
Abbiamo poco coraggio o siamo troppo tradizionalisti?
No, è una questione di coraggio. Mettiamo il caso, tu sei una giornalista e leggi i notiziari alla radio. Ti arrivano le veline delle notizie e non le controlli, ovviamente leggi quello che dicono le agenzie. Sono successe davvero queste cose? Il problema grosso è che avere il coraggio di prendersi i tempi, per fare veramente il proprio dovere, parlo dal punto di vista civico, costa tantissimo, fa in modo che tu venga preso, esautorato - perché c'è sempre qualcuno che ti prende il posto - perciò è un problema di coraggio. Il tradizionalismo in Italia esiste, esiste al sud, esiste al centro, esiste perfino al nord però non è una questione di tradizione, è una questione di superficialità e di poco coraggio, secondo me e poca onestà alle volte con se stessi, soprattutto.

Parliamo d'altro. Qual è il libro più bello che hai letto?
(Ride) E' un libro che sto leggendo ora e mi piace molto: "Saggio sulla Lucidità" di Jose Saramago che non è un saggio, ma un romanzo.

E il cinema, invece? Hai mai fatto qualcosa per il cinema?
Sssìì! (tutto contento e prendendosi un po' in giro) Ho fatto anche l'attore in un film che si chiama "Poliziotti" con Kim Rossi Stuart con Michele Placido, Claudio Amendola, Stefania Rocca dove, in realtà noi Scisma abbiamo suonato in un locale c'era tutta questa troupe. Un film di Giulio Base del 1995, dove noi abbiamo recitato, cantato e fatto due pezzi della colonna sonora.
Poi, in questo momento sto lavorando con un gruppo di Roma, i Marylù Lorén e uno di questi ragazzi è il fonico di presa diretta di Salvatores (che sta girando il suo ultimo film) e un altro è l'assistente della costumista di Stanley Kubrick nonché di altri. Anche se la mia icona preferita dal punto di vista cinematografico è Jaques Tati, perché soltanto gli agili riescono a descrivere con così tanta grazia le miserie umane, perciò mi piace moltissimo.
Hai mai tentato di scrivere una sceneggiatura? Dai, quante volte, guardando un film in tv si sei detto: "Che cretinata, io sarei riuscito a fare di meglio"?
(Sorride) A me capita spesso, ma non ho questa ambizione. Anche perché quando scrivo mi faccio prendere un po' troppo dalle cose e se dovessi scrivere una sceneggiatura a intreccio impazzirei, non riuscirei mai a farlo.
Ho visto "Closer" - avevo un'ora da spendere e sono andato a vedere questo film idiota - e chiunque avrebbe potuto fare di meglio (sorride). Terribile.
Anche qui trattasi di avere un po' più di coraggio.
Faccio un piccolo esempio: ieri sera ho rivisto un film di Amenàbar: "Apri gli Occhi", l'hai visto?
L'ho visto, ma non mi è piaciuto molto.
Ah. Da "Apri gli Occhi" è poi stato tratto "Vanilla Sky" . "Vanilla Sky"?
Ho visto i primi dieci minuti, poi ho spento perché mi faceva più schifo dell'altro. (sorrisone perché non mi defenestri)
Paradossalmente non sono rimasto particolarmente impressionato da questi due film, ma, per certi versi, in questo caso, paradossalmente Hollywood ha spiegato molto meno la trama del film originale, di quello spagnolo dove effettivamente si capisce questo sogno. Se vogliamo Hollywood, in quel momento, è stata più coraggiosa di una piccola produzione, o una media produzione spagnola.
Si, ok, però avevi Tom Cruise!
Del resto non è un caso che in Italia tutti i film di un certo spessore abbiano comunque l'attore o l'attrice conosciuta o il personaggio televisivo. Questa è una tristezza, che poi è la cosa che fa in modo che a teatro ci vadano le starlette, piuttosto che le attrici vere. Te l'ho detto: siamo un paese di persone poco coraggiose, perciò bisogna far quadrare il bilancio e la gente va a vedere soltanto quello che vede in televisione. Con questo non devi essere triste.
No, non sono triste, riflettevo. Non credo che sia fondamentalmente "triste", lo trovo, come dicevi tu prima, "superficiale". Una persona che va a teatro a vedere la Marini - premetto che non l'ho vista e non so quanto brava possa essere stata - nei panni magari de "L'Angelo Azzurro".
Dio mio!
Appunto! . preoccupa! Poi magari mi tranquillizzo quando arrivo davanti al teatro alle nove del mattino per fare la fila per i biglietti di Ute Lemper e, scopro di non essere la prima e ora che arrivo alla cassa, sono pure in sedicesima fila! Questo lo preferisco, ma prova a fermare per la strada qualcuno e chiedere se gli piace Ute Lemper!
Ma certo, mi rendo conto di questo, ma il problema è che queste cose succedono perché sono gli artisti che sono troppo poco rigorosi verso loro stessi. A un certo punto arriva un momento in cui dici: "Devo sbarcare il lunario e allora cosa faccio? Faccio la marchetta." Però c'è marchetta e marchetta. Anch'io, devo dire, ho fatto le marchette: ho fatto delle cose a teatro, piuttosto che con le compagnie di danza per guadagnare 200 euro per poter andare a fare la spesa. Ora non voglio buttarla troppo sul drammatico, siamo un paese mondialmente ricco, perciò non posso lamentarmi, però è difficile quando hai 39 anni e 5 euro in tasca e non sai cosa ti succede domani. A me è successo parecchie volte. Perciò la piccola marchetta la puoi fare. Però io, al di là del fatto che non penso di avere questo talento sfolgorante per poter arrogarmi il diritto di dire questa frase, però la dico lo stesso (alzando la voce e sorridendo), non faccio una marchetta per cambiare la mia vita completamente. Se uno venisse qua e mi dicesse: tu rinneghi tutto quello che pensi e diventi il cantante di. faccio per dire. il gruppo di punta di Forza Italia, fai dei pezzi orribili che ti diciamo noi di fare e diventi miliardario per tutta la vita tu e tutti i tuoi figli fino alla settima generazione, non lo farei mai. Mai! Io. Quanti altri? Non dico che sono l'unico, ce ne saranno tantissimi, ma tanti altri no.
Quando dico che una persona manca di rigore. Se io, che sono una povera ragazza che fa televisione e mi contatta uno del Teatro Stabile che mi dice che in un mese devo diventare la migliore delle Madama Butterfly, so benissimo che è impossibile: ci metto un anno! Tra un anno ci provo. Invece si prende tutto perché ci sono i manager che fanno le cose e tu prendi qualsiasi cosa, anche se sei impreparato. La televisione è così del resto, è tutto un lavoro sui gobbi, è tutto un lavoro che arriva in quell'istante. In fondo è tutto un lavoro di improvvisazione. Ci vuole anche arte a fare anche questa cosa qui, e in Italia siamo bravissimi a improvvisare tutto, il problema è che poi non abbiamo artisti di levatura internazionale. L'unico vero grande artista di levatura internazionale, secondo me, a un certo livello, è stato Carmelo Bene, se vuoi andare a vedere gli ultimi quarant'anni.
E stiamo parlando di Carmelo Bene, un artista che è sempre stato moooolto al di sopra delle righe...
E certo! Ti faccio un esempio di un attore come Gian Maria Volonté. Quando morirà Lino Banfi sicuramente si prepareranno - giustamente, per carità - dei funerali di Stato. Sono passate tre settimane dal decennale della morte di Gian Maria Volonté e nessuno ha trasmesso un film, nessuno l'ha ricordato. Nemmeno i programmi di settore. E questo ti fa capire tante cose. Fondamentalmente esiste in questa nazione ancora il vecchio detto della Guerra dei Cent'anni: "O Franz o Spagna purché se magna". Non è una cosa triste: è un dato di fatto. Poi uno sceglie se vivere qui o vivere da un'altra parte.

La chiacchierata è stata piacevole, lunga e, a tratti, poco musicale. Veniamo richiamati all'ordine per un concerto memorabile.

(Milano, La Casa 139 - 18 gennaio 2005)

La foto di Paolo Benvegnù è di Fabio Stefanini ed utilizzata per gentile concessione.

Discografia
 PAOLO BENVEGNU':

 

   
 Suggestionabili (Stout, 2004) 
 Piccoli Fragilissimi Film (Stout, 2005)

 

 Cerchi nell'acqua (Stout, 2005)

 

 14-19 (La Pioggia, 2007) 
Le Labbra (La Pioggia, 2008) 
 500 (La Pioggia, 2009) 
 Dissolution (La Pioggia, 2010)

 

 Hermann (La Pioggia, 2011) 
 Earth Hotel (Woodworm, 2014) 
 H3+ (Woodworm, 2017) 
   
   
 SCISMA:

 

  

 

 Pezzettini di carta (1994)

 

 Bombardano Cortina (autoprodotto/Emi, 1995)

 

Rosemary Plexiglas (Emi, 1997)

 

 Vive Le Roi (Ep, Emi, 1999)

 

 Armstrong (Emi, 1999)

 

 Mr. Newman (Woodworm, 2015) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Paolo Benvegnų su OndaRock
Recensioni

PAOLO BENVEGNų

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(2017 - Woodworm)
Dieci nuove tracce per per un viaggio interstellare, metafora di un illuminato percorso di ricerca ..

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(2014 - Woodworm)
Un'immersione fra le storie metropolitane che popolano i dodici piani di un albergo immaginario ..

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Hermann

(2011 - La Pioggia)
Lo specchio nitido di un nuovo cantautorato italiano nel terzo album della band di Benvegnù

PAOLO BENVEGNU'

Dissolution

(2010 - La pioggia / Venus)
Un album dal vivo prepara il terreno al nuovo disco dell'autore lombardo

PAOLO BENVEGNU'

500

(2009 - La Pioggia)
A un anno da "Le Labbra", Benvegnù torna con un nuovo Ep

PAOLO BENVEGNU'

Le Labbra

(2008 - La Pioggia Dischi)
Ritorna il songwriting sensuale del cantautore bresciano

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