Sparkle In Grey

Sparkle In Grey

Sbuffi strumentali all'italiana

intervista di Alessandro Biancalana

Dopo l'uscita del loro secondo album "Mexico", gli Sparkle In Grey si concedono per un'intervista a tutto campo per spiegarci cosa significa far convivere tante anime in una band, barcamenarsi all'interno del mercato musicale italiano, oltre al senso dell'improvvisazione nella musica strumentale.

Ciao ragazzi, grazie per aver scelto OndaRock come sede per una vostra intervista. Innanzitutto complimenti per "Mexico", la vostra carriera sembra avere sempre meno punti di riferimento e questa la ritengo una cosa positiva. Vista la vostra peculiare fusione fra elettronica e struttura canonica post-rock, la prima cosa che vi voglio chiedere è: com'è nato il disco? Come fate a far convivere due anime e due processi di produzione?

Alberto Carozzi: Grazie per i complimenti… siam contenti di quel che stiamo facendo, trovarsi in sintonia in un'esperienza musicale non è per niente scontato. A noi è capitata questa fortuna e ne abbiamo consapevolezza, ce ne prendiamo cura e ci piace anche sfidarla, la consapevolezza, provando ogni volta combinazioni per noi inedite: alla fine i conti tornano, le idee si moltiplicano e fatichiamo a stargli dietro.
Matteo Uggeri: Da tempo non ci poniamo più il problema di come far convivere elettronica e strumenti "veri". Il nostro metodo compositivo, se così lo si può chiamare, consiste nell’andare in sala prove ogni giovedì sera e lì improvvisare assieme su basi elettroniche che di norma io ho preparato in parte in precedenza. Ma ultimamente facciamo anche senza elettronica, e ce la mettiamo dopo. La "struttura canonica post-rock" tendenzialmente cerchiamo di evitarla, ossia i classici crescendo ritmici e malinconici tipici di gruppi come Godspeed You Black Emperor! (che peraltro comunque ci piacciono, ma hanno troppi imitatori), e il fatto di avere le ritmiche sintetiche a tenerci ancorati a terra a volte aiuta. Comunque non potevi farci un complimento migliore dicendo che non sembra che abbiamo punti di riferimento… in realtà ne abbiamo molti, ma si mischiano e non si riescono più forse a individuare!

La sensazione che ho avuto io è che spesso i pezzi abbiano una sovrabbondanza di elementi, in alcuni casi lo sviluppo mi piace ma sento quel di più che mi disorienta. Amando molto la musica elettronica il mio è un approccio minimale, tuttavia capisco che una band non possa assecondare lo spirito di un solo componente. Come vi comportate voi sotto questo aspetto? Ci sono discussioni o tutto è limpido e lineare?
AC: Dalle prime cose che abbiam fatto ad oggi siamo stati accostati a moltissimi artisti anche distanti fra loro... probabilmente la morale è che la percezione di prevalenza di uno stile o di un altro dipenda solo dal vissuto dell'ascoltatore.
MU: Di sicuro, secondo me, uno dei nostri grandi punti di forza è che a tutti noi piacciono tante musiche e molto diverse… quindi dire che un brano piace a tutti e decidere di registrarlo e metterlo su disco significa che quel brano piace a tutti e quattro, il che è un miracolo visto che c'è chi ama i Nine Inch Nails e chi Erik Satie... o magari entrambi.
Discutiamo abbastanza, ma finora senza mai esserci uccisi. Aiuta molto cenare assieme prima delle prove. Sul serio.

A supporto delle vostre risposte mi viene in mente "These Nightmares Are Ending", uno dei miei pezzi preferiti, pubblicato nello split "Whale Heart, Whale Heart". In quei nove minuti c'è la perfetta sintesi della vostra musica. Collegandomi a questo episodio, vorrei chiedervi come vi approcciate a uno strumento sottovalutato come il violino. Nelle vostre canzoni è spesso presente e dà un valore aggiunto al tutto. Ditemi la vostra.
Franz Krostopovic: Il violino, a mio modo di vedere, più che sottovalutato, è uno strumento rischiosissimo nella musica non riconducibile a quella cosiddetta "colta": il rischio è di tendere al virtuosismo o al manierismo. O sei country o svisi come un pazzo. Quello che cerco di fare con fatica, anche grazie ai preziosissimi consigli dei miei sodali, è tendere a un timbro e a delle soluzioni che vadano nella direzione dell'essenzialità e della particolarità più che della velocità e dell'esibizionismo che questo strumento porta tatuati nel legno.
AC: Nemmeno io ho mai pensato al violino come uno strumento sottovalutato, anzi mi sembra sia uno strumento che si ritaglia ruoli di primo piano da diversi secoli; è lo strumento che più si avvicina alla voce umana, quindi da un lato estremamente eclettico e versatile, dall'altro in grado di stabilire un legame privilegiato all'ascolto... e in questo senso son d'accordo che si debba stare attenti al rischio di una sovraesposizione del suo timbro. Ma una cosa bella e interessante che stiamo sviluppando è creare dei brani intorno a una proposta del violino: "Phennel Song" è nata così, e pure alcune cose nuove nuove che ci "costringono" a cambiare l'approccio a un brano.
MU: "Più disteso, meno note!": questo è il modo in cui fino a un po' di tempo fa rompevo le palle a Franz. Da un po' di tempo invece tutto quello che fa mi piace da morire. Mi ha pure presentato ai suoi. Se non fossi già sposato...

Non intendevo assolutamente definire il violino uno strumento sottovalutato in assoluto, bensì solo in certi contesti strumentali negli ultimi 10-15 anni. Come dite voi, è un passo difficile per un gruppo che fa musica strumentale, il rischio di risultare troppo virtuosi è palpabile. A tal proposito mi vengono in mente i Kreidler, band che io adoro e che ho cercato di spingere sempre in questi anni. Li avete mai ascoltati? Ritengo che la perfezione formale ed emotiva dei loro pezzi sia assimilabile al vostro stile. A supporto della domanda, ditemi se durante le fasi di scrittura avete degli artisti/dischi a cui fate riferimento o che sono per voi fonte di ispirazione.
MU: I Kreidler li ho scoperti quest'anno perché Bureau B mi ha mandato da recensire il loro "Tank" per Sands-Zine (la piccola webzine per cui sia io che Al ogni tanto scriviamo). Mi ha colpito molto e ho apprezzato da morire alcuni brani, oltre ad essere da sempre fan di ToRococoRot e Tarwater. Hai ragione: il loro minimalismo e lo scarsissimo uso della chitarra sono esemplari, un po' il disco che stiamo preparando va in quella direzione. Però gli artisti a cui si potrebbe dire che facciamo riferimento in fase creativa (scrittura è una parola grossa... improvvisiamo sempre per creare) sono tantissimi. Di volta in volta alle cene del giovedì sera, prima delle prove, uno di noi arriva con nuove suggestioni che vanno da Ali Farka Toure ai Cindy Talk, passando per i Seeds (quelli di Saxon) o Marracash, senza escludere Caparezza o la Penguin Café Orchestra e i Cop Shoot Cop. Se solo nella nostra musica poi finisce una briciola - consapevole o meno - di ciascuno di loro noi siamo felici. Ma chi lo sa? Certo è che ascoltiamo un sacco di roba diversa.
AC: A me succede regolarmente di avere in testa un modo di suonare di qualcuno, un certo suono, uno stile, e cercare di portarlo più o meno coscientemente in quello che faccio, oggi questo, domani quello; per esempio mi lasciano di merda lo stile compositivo dei The Necks, gli attacchi dei brani di Tiken Jah Fakoly, lo spirito punk di Pascal Comelade, l'odore di kebab degli Zebda...
FK: Tipicamente mi innamoro di alcuni gruppi, compositori o semplicemente modi di suonare rispetto a quello che ascolto in quel preciso momento. Ogni volta che vedo un concerto dal vivo, per esempio, mi dico quanto sarebbe bello suonare così e creare quelle atmosfere. È un atteggiamento ingenuo e romantico, ma, salvo ovvie eccezioni, mi innamoro di tutto quello che sento.

Sempre relativamente allo split, com'è nata la collaborazione con Matt Shaw (Tex La Homa)? Vi chiedo questo perché la vostra musica è essenzialmente molto diversa dalla sua, infatti l'annuncio della pubblicazione dello split mi sorprese molto al tempo.
AC: La collaborazione con Tex La Homa è nata da un invito gentilmente accettato. L'abbiam fatto con leggerezza, nel senso buono del termine, anche se in effetti molti ce ne chiedon conto... chi sa se anche a lui. Di fatto poi si è trattato di una collaborazione molto a distanza, dividendoci in parti uguali i due lati di un vinile, uno split appunto. Quindi artisticamente non c'è stato mescolamento: magari valeva la pena.
MU: Io ne avevo ascoltato alcuni brani da compilation e poi abbiamo scambiato dei dischi. E' una persona squisita e la cosa strana è stata che suo figlio è nato nei giorni in cui abbiamo fatto il disco... che lui ha interpretato in chiave di amore paterno. Cosa che ci stava benissimo.

Altra curiosità, perché nei vostri pezzi spesso ci sono campionamenti di voci bambinesche? C'è un motivo particolare o semplicemente vi piace quel tipo di suono?
FK: Ecco, le voci bambinesche e gli scrosci d'acqua sono i marchi di fabbrica di Matteo Uggeri. Lo prendo in giro da un decennio per questo, quindi l'occasione mi è ghiotta per continuare a farlo.
AC: Nel prossimo disco ci saranno campionamenti di bambini annegati.
MU: Abbiamo pure perso la possibilità di esser pubblicati su Boring Machines a causa di questo: pare che a Onga scoppiasse la bile per quelle vocine. A mia discolpa posso solo dire che i bambini registrati sono tutti figli di cari amici (Sofia, che canta in "Teacher Song" è la figlia della mia capa al lavoro, e Ileana e Lukas - "L'innocence du Sommeil" - son figli di un mio amico greco/tedesco), quindi c'è comunque un legame affettivo con loro, non sono voci a caso. "Teacher Song" è nata proprio per un concerto ormai mitico che abbiamo fatto nel 2007 in un asilo dove c'erano proprio i figli della mia capa...

Credo che i campionamenti nella musica strumentale siano un'arma a doppio taglio, abusandone si va incontro a una poltiglia indefinibile. Come vi approcciate a queste pratiche? Quali sono per voi le potenzialità di un suono registrato? Come fate a far colloquiare questi elementi esterni con il resto?
MU: Mah... io vengo da un contesto musicale in cui il campionamento è parte integrante della musica. Rimasi colpito nei 90 da un'intervista agli Outoff Body Experience (chi se li ricorda mi mandi una mail e gli regalo un nostro disco!) in cui dicevano "c'è chi suona la chitarra, chi la batteria, chi le tastiere o il campionatore... noi suoniamo i dischi degli altri". La musica che faccio è intrisa di campionamenti, potrei ricevere più denunce dei MARRS, ma la cosa più bella è che non li riconosce nessuno. Sia in "A Quiet Place" che in "Mexico" ci sono anche delle citazioni di film o altri artisti che finora nessuno ha individuato...
Però ci sono anche casi in cui non ci stanno per niente, vedi "Nefelodhis"... e recentemente Alberto mi ha fatto notare che nel disco acustico che stiamo preparando quelli che avevo scelto erano troppo didascalici. Aveva ragione.
Insomma, non so come facciamo a farlo colloquiare con il resto, dipende molto. A volte li metto prima e fanno da ispirazione (o disturbo) per gli altri, altre li aggiungo dopo per vedere se ci stanno. Certo è che ci penso a lungo su cosa mettere e dove e gli altri spesso mi maledicono per le strane voci che li mandano fuori tempo mentre suonano.
AC: "Sunrising", dopo averla registrata ci lasciava un po' perplessi, era incompleta, non ne venivamo a capo, poi Matteo ci ha messo sopra la voce di Salvatore Borsellino, e ha fatto un balzo orbitale che ancora mi manda insieme lo stomaco. Trovo molto affascinante qualsiasi forma di riciclo, e credo sia stata una delle cose che mi aveva fatto venir voglia di provare a suonare con Matteo. Rimettere in ciclo, magari in una dimensione completamente improbabile.. bisognerebbe farlo anche con le persone, così per mescolare un po' le carte..

Sia questa che le altre risposte, mi fanno capire che il vostro modo di mettere insieme un album è essenzialmente basato sull’improvvisazione. Ritrovarsi in una stanza una volta alla settimana e suonare liberamente, inserire campionamenti in base all’ispirazione del momento, non lasciarsi imbrigliare da schemi fissi. Secondo il vostro modo di lavorare e sentire, dove sta il limite fra improvvisazione e scrittura? O detto in altri termini, nella musica strumentale esiste una scrittura vera e propria? O ci si lascia andare a sensazioni volatili del momento? Se l’improvvisazione per voi è tutto, è corretto dire che un album potrebbe essere completamente diverso a seconda del vostro umore, di quello che avete ascoltato il giorno prima, o influenzato da altri fattori esterni?
MU: È da un po' che rifletto su questa domanda... non è facile rispondere e descrivere come nascono i nostri brani. Di sicuro posso dire che no, l'improvvisazione per noi non è tutto, di solito è il momento creativo iniziale, ossia proprio quello che accade al Silos, il luogo dove proviamo ogni giovedì sera. Forse è più facile descrivere proprio per passaggi: magari io a casa, in un momento di rara creatività domestica, mi metto davanti al laptop a spippolare per creare una nuova base ritmica, spesso campionando dischi altrui per poi modificarne radicalmente i sample e mischiarli con altri. Dopo, quando ci si trova al Silos, se mi sento abbastanza coraggioso e soprattutto se abbiamo tempo da dedicare a pezzi nuovi (spesso dobbiamo preparare i live) la faccio partire e vedo cosa fanno gli altri. Ultimamente è Cristiano che, con il basso, ci trova un giro che magari ci sta bene... poi si sovrappongono gli altri, Alberto con la chitarra, Franz con il violino. Di solito queste sessioni durano almeno una decina di minuti, finché non ci stanchiamo e ci guardiamo in faccia chiedendoci a vicenda come ci sembrava. E poi lì comincia il difficile, ossia una fase di affinazione del brano che può durare anche mesi o anni... ma non tanto perché siamo super perfezionisti, è che abbiamo poco tempo per lavorarci e non sempre l'ispirazione arriva. Magari dopo decine di tentativi ci accorgiamo che la mia base è troppo incasinata e la buttiamo, oppure decidiamo che al posto del violino ci sta la tastiera, o che magari possiamo metterci due bassi o chiamare il nostro amico batterista (Simone Riva, il proprietario del Silos, suonava con Alex Baroni!).
Di solito Cristiano registra con un semplice lettore mp3 le nostre impro o le prove su come forgiare un pezzo, poi sua moglie ce lo manda via internet e a casa ognuno se lo riascolta, magari si fa venire delle idee... Alla faccia dell'improvvisazione, dirai! Quando un brano è decente magari lo proponiamo dal vivo, ed è lì che ci rendiamo conto se funziona davvero o no (spesso no), e allora lo ri-modifichiamo. A volte non è del tutto definitivo nemmeno quando lo registriamo, tanto è vero che poi aggiungiamo parti o anche togliamo dopo, in fase di mixaggio.
Poi ci sono altre modalità, ad esempio "Nefelodhis" e "Whale Heart" sono nati in modi del tutto diversi... il disco acustico su cui sta lavorando Alberto è ancora differente.
AC: Cerco di raccogliere soprattutto la parte iniziale e quella finale della tua domanda. L'improvvisazione per noi è innanzitutto una pratica di riscaldamento, per cominciare a far girare un po' i suoni nell'aria. Improvvisare per improvvisare non so se sia una cosa che mi interessa perseguire, sebbene resti un'esperienza a volte spaventosa per quanto riesce a rivelarti della sintonia fra te e chi sta condividendo quel momento. Sull'improvvisazione sto lavorando molto invece in tutt'altro contesto, in cui l'obiettivo principale è proprio la relazione, e l'estetica è un valore aggiunto, a volte cercato a volte no. Alcuni dei nostri brani hanno all'interno uno spazio elastico in cui ci si può lasciar andare, uno spazio circoscritto, quindi delimitato, non del tutto imprevedibile, ma comunque soggetto alla spontaneità del momento. E per concludere, anche se la maggior parte delle cose che registriamo sono più o meno fissate, mi piace pensare, per noi e anche per tutti i dischi che amo, che contengano l'odore di quel che si è mangiato quel giorno lì.

Considerando il contesto in cui siete nati artisticamente e il fatto che siete italiani, vi sentite parte di una scena? C'è un rapporto con altri artisti a voi simili o facenti parte di un "giro"? Credete che costituire una sorta di unione fra vari artisti possa contribuire a far divulgare musiche meno note al grande pubblico?
MU: Personalmente devo tantissimo a tre contesti musicali italiani: Oltre il Suono, ossia il forum (ormai chiuso) "ambient" fondato da Giuseppe Verticchio alla fine dei 90, la breve esperienza di iXem e del festival Superfici Sonore a Firenze (2003) e poi il Tagofest a Marina di Massa, cui ho partecipato dal 2007 all'anno scorso (e mi vien da piangere a pensare che non ci sarà più). Poi non so se si può parlare di scena, però di amici e collaboratori sicuramente sì (parlo di Harshccore, OvO, St.Ride, Afe, My Dear Killer, Onga, Luminance Ratio, Bob Corn, Palustre, Malagnino, Comaneci...).
Alla fine comunque siamo praticamente rifiutati in blocco dai contesti cosidetti "indie" e quindi ci troviamo molto più a nostro agio in quelli sperimentali, anche se la nostra tendenza sarebbe quella di frequentare anche altri salotti. Ma non ci fanno entrare.
AC: Sto imparando che la condivisione è quella cosa che dà senso e valore a ogni esperienza e ogni esistenza, te ne accorgi quando ti viene a mancare, e non è semplice da trovare, richiede accoglienza, ascolto e tante altre cose che forse nemmeno c'entrano con la domanda che hai fatto.. Per pubblicare Mexico abbiam coinvolto quattro etichette (Afe, Musica di un Certo Livello, Lizard, Old Bycicle) oltre alla nostra Grey Sparkle, ciascuna delle quali ha contribuito per quel poteva/voleva a finanziare la pubblicazione del disco. Finora mi pare stia funzionando molto bene, chi più chi meno ci stanno dando una mano a promuoverlo, a trovare qualche misero spazio per suonare dal vivo, spero che ognuno rientri nei costi, sarebbe un buon motivo per ripetere l'esperienza.
Far parte di una scena non so cosa significhi esattamente forse perché la scena è più qualcosa che si vede dal di fuori, guardando le cose da una certa distanza, e si ha una percezione più chiara di un insieme. Se guardo il mio atteggiamento posso dire che oggi non inseguo i miei "simili", anzi mi vien più da guardar fuori, verso altri contesti, altre forme espressive, altri tipi di stimoli. Mi ha fatto bene per esempio pochi giorni fa ascoltare alla radio un reportage dal Messico, da una di quelle case di accoglienza che forniscono supporto fisico, logistico e morale a persone che attraverso il Messico cercano di entrare negli Usa. Finiva con "migrare è un diritto".
FK: Come dice il nostro amico Luca Sigurtà, "la scena fa schifo, e la colpa è tua". Parafrasando i Bluvertigo, invece, siamo tutti più egoisti di quello che pensiamo e, più che una scena esistono dei percorsi comuni, e la sensazione di essere tutti in una situazione fra il ridicolo e l'epico. Che è poi il senso della musica, penso.

Ho frequentato per molti anni il TagoMago, compiango anche io alcune tappe dolorose di quel locale. Purtroppo la ghettizzazione di certi circoli artistici porta all'esclusione aprioristica in base a criteri davvero demenziali. Quanto può far bene alla musica un atteggiamento così contraddittorio? Si cerca tanto la libertà di pensiero in ambito artistico e il risultato di certi comportamenti è l'esatto opposto: uccidere la condivisione, l'ascolto, l'accoglienza. Perché secondo voi succedono certe cose? Manie di protagonismo? Paura di essere a propria volta esclusi?
MU: So che il Tagofest è stato criticato da più parti, ma in me non troverai un detrattore! Sì aveva i suoi difetti, era anch'esso forse per amici di amici, e in alcune edizioni non ho apprezzato molto le scelte musicali, ma era lo stesso una figata, almeno per me e tanti altri. Alla fine organizzare una cosa del genere è una fatica immensa, e per me è naturale che chi la organizza poi ci faccia suonare chi gli pare e come gli pare. Ma non sono sicuro che tu ti riferissi a questo: se parli dell'ostracismo verso il Tagomago da parte del Comune di Massa Carrara, delle famose retate, delle visite SIAE ecc... beh, in quello puoi immaginare cosa penso di tutti questi bastardi che hanno messo i bastoni tra le ruote al locale.
 
Per quanto riguarda la questione della pubblicazione di "Mexico", che cosa significa coinvolgere ben quattro etichette? Mi sono sempre chiesto perché la musica di nicchia (indipendente, alternativa, a vostra scelta) italiana si sia sempre frazionata in maniera così esagerata.. Per voi esiste una ricetta miracolosa per facilitare gli artisti?
MU: Non conosco ricette miracolose, manco per far drizzare l'uccello, figurati per i dischi! Coinvolgere tante etichette è soprattutto per mancanza di soldi e di tempo: nessuno ne ha, quindi è meglio chiedere poco a tanti (per "Mexico" dai 100 a 200 euro a label). Poi la cosa più bella, almeno per noi, è che sono tutte etichette di ambito diverso: elettronica, progressive, sperimentale, dark... il che aiuta molto a diffondere la nostra musica presso ascoltatori diversi. Poi è bello lavorare assieme, mi piace molto.
FK: Citando Matteo, ma non Uggeri: "Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta e angusta la via che mena alla vita, e pochi son quelli che la trovano". Ecco, probabilmente preferiamo le porte piccole ma che nascondono valore, che prendere una porta grossa inevitabilmente in faccia.
AC: Oggi si può indossare contemporaneamente la maschera di musicista, di produttore, di promoter, di ufficio stampa, di videomaker... Dietro le etichette che ci pubblicano ci son singole persone cui è piaciuto il nostro disco, non delle case discografiche. Se fossimo nel 1991 sarebbe già miracoloso riuscire a pubblicarlo un disco, vale per Mexico come per il 99% delle cose che escono oggi, quindi anche se è un ragionamento troppo semplicistico, penso sia da apprezzare quest'epoca musicale in cui se hai un'idea, puoi realizzarla.

Come ultima domanda mi lascio andare a un classico. Progetti futuri? Nuove pubblicazioni? Un tour in previsione?
MU: Tour mai, non ci riusciamo mai a fare qualche data di fila. Dischi invece ne stiamo preparando tre: "Thursday Evening", che proponiamo spesso dal vivo già e che abbiamo semi-registrato all'Arci Blob con Mario Bossi, "Welcome, Brahim Izdag" (è un titolo provvisorio), nel quale ci dedichiamo in parte a samba e canzoni popolari ucraine e un disco acustico, una sorta di calendario in suoni. Chissà quando li finiremo e quando li pubblicheremo. Per ora non molliamo.

Discografia
 A Quiet Place (Disaster By Choice, 2008) 
 Mexico (Lizard - Old Bicycle - Afe - Grey Sparkle - Musica Di Un Certo Livello, 2011)
 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

SPARKLE IN GREY

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Mexico

(2011 - Lizard - Old Bicycle - Afe - Grey Sparkle - Musica di Un Certo Livello)
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A Quiet Place

(2008 - Disaster By Choice)
Un riuscito binomio tra post-rock ed elettronica made in Italy

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