24 Grana

24 Grana

I mille colori della Napoli indipendente

di Michele Corrado

Da sempre legati a doppio nodo con Napoli, i 24 Grana sono stati una delle esperienze più singolari e intriganti della scena indie italiana a cavallo tra i due millenni. Una saga musicale che, pur mantenendo le radici nel proprio territorio, non ha esitato a cambiare suono più volte, dando a ogni uscita nuove vesti all’appassionato storytelling di Francesco Di Bella

Cura 'e paure cu mille culure
(Da "Kevlar")

La storia di Francesco "Ciccio" Di Bella, Renato Minale (batteria), Armando Cotugno (basso) e Giuseppe Fontanella (chitarra) è iniziata intorno al 1995, nella Napoli delle posse e dei centri sociali, partendo dagli spunti dub e dal ricorrente uso dell’elettronica tipici di quella scena. Venendo da una realtà difficile come quella, l’impegno politico, la militanza, un cantautorato fortemente sociale sono per la band una direzione inevitabile, praticamente una “non scelta”. Come se le canzoni dei 24 Grana quasi dovessero parlare di camorra, della tossicodipendenza a Napoli Nord, del degrado delle periferie, della povertà trasudata finanche dalle arterie centrali della città e, con maggiorata violenza, dell’ignavia dello stato di fronte a tutto questo. E lo fecero.
Tuttavia, la situazione napoletana smise presto di essere l’obiettivo delle invettive del gruppo, diventando piuttosto lo scenario delle storie poetiche di Di Bella. La montagna di merda da cui far sbocciare candidi fiori, dalla quale assistere ad albe meravigliose e adorare l’infinitezza del mare, la danza delle onde. Canzone di protesta, dunque, ma fortemente intima e individualista, carica di speranza e di un’insospettabile dolcezza. Anche quando i personaggi della canzoni dei 24 Grana non sono persone qualunque, bensì parte integrante dello scenario sociale che ne ospita le storie (detenuti politici, tossicodipendenti etc.), sono sempre il loro punto di vista, il loro racconto e le loro sensazioni a prevalere sulla materia critica. Una scelta che rende la missione sociologica del cantautorato di Francesco Di Bella ancora più profonda e ambiziosa, ma che allo stesso tempo abbatte la distanza tra i suoi messaggi e chi li ascolta.

Oltre ad arricchirsi di nuovi personaggi e storie, il canzoniere dei napoletani ha lambito in ogni disco nuovi generi, arrivando ad assumere forme completamente diverse. Pur così lontani nel tempo, Metaversus e La stessa barca sono due dischi di alternative rock contaminato, K-album è praticamente indie-rock alla partenopea con gran gusto per melodie languide, Ghostwriters un lavoro di cantautorato fatto e finito, e così via. Quello che non è mai cambiato è l’uso quasi integrale che Di Bella fa del dialetto napoletano, conditio sine qua non per colorare le vicende dei suoi personaggi, per esprimersi in tutta la sua poesia. Una scelta coraggiosa, che però non ha inficiato oltremodo la capacità dei 24 Grana di arrivare nelle piazze di tutta Italia. O a Chicago. “Hello Steve, I’m Ciccio…”. Ma andiamo per gradi, senza fretta.

Di Bella, Cotugno e Minale (Fontanella si sarebbe aggiunto alla formazione solo in un secondo momento) iniziarono a suonare insieme tra il 1994 e il 1995 con il moniker Surrey Iron Railway, che avrebbero cambiato molto presto in 24 Grana – moneta di scarso valore adoperata durante il regno di Ferdinando I d’Aragona. Interrogata di frequente sulla scelta di un nome così particolare, la band l’avrebbe motivata con il suo forte legame con il Sud e con quello quasi inesistente con il denaro. Pubblicato nella raccolta “AA.VV. Napoli Sound System”, il primo brano edito dalla band si intitola “Regina”. Si tratta di un reggae piuttosto vivace, animato da un flauto salterello oltre che dalle tradizionali tastiere del genere, e che introduce l’inconfondibile cantilena di Di Bella, che qui canta come stesse borbottando a un amico tra i banchi del mercato del pesce di Pignasecca. È una canzone divertente, molto legata sia alla tradizione napoletana che alla vivida scena delle posse e dei centri sociali della città, in particolare agli Almamegretta, con i quali i 24 Grana dell’epoca condividevano la passione per dub, reggae e inserti elettronici.
Poco dopo la pubblicazione di “Regina”, l’allora trio avrebbe fatto conoscenza con due persone che ne avrebbero segnato la storia. La prima è ovviamente il chitarrista Giuseppe Fontanella, la seconda il produttore Claudio De Cristofaro, che li avrebbe seguiti come manager, amico e consigliere fino al 2009. De Cristofaro fece firmare la band con la casa editrice musicale La Canzonetta, per la quale nel 1996 sarebbe uscito l’Ep omonimo, contenente un remix di “Regina”, “Tarantolata”, “Lu cardillo” e “Perso ‘into ‘o cavero”. Gli ultimi due brani sarebbero stati ripresi per la chiusura di Loop, il primo Lp del gruppo, edito l’anno dopo sempre da La Canzonetta.

Dub è un'etichetta che avrebbe tormentato i 24 Grana molto a lungo, praticamente per tutta la carriera. Strano a dirsi, perchè a conti fatti Loop è il loro unico disco completamente, sebbene modulato da qualche contaminazione, ascrivibile al genere. La copertina di Loop ritrae un’arancia su un fondale bianco, il frutto è parzialmente privo della scorza, ma la sua polpa appare intatta, rotonda e succosa. È una fotografia semplice, che racchiude un messaggio altrettanto diretto: i 24 Grana vogliono arrivare dritti al punto, se ne fregano della superficie, vogliono mostrarci il cuore pulsante della città e dei suoi problemi, ma anche il suo fascino ambiguo e nascosto. Il lavoro ha non una ma ben due introduzioni. La prima, cantata da Di Bella in italiano, si intitola proprio "Loop” e distende su un tappeto ipnotico di chitarre riverberate e un pattern di batteria vellutato la spiegazione della parola mediante la metafora delle onde, ma anche una riflessione sull’asincronia tra anima e pensiero. La seconda, “Introdub”, è una festa reggae destinata a vivacizzare per sempre i live della band, con tanto di strombazzata ska e invocazioni a Ishmael. È tuttavia un episodio isolato: dalla successiva “1799” il ritmo si abbassa radicalmente, il basso di Cotugno diventa irreversibilmente pastoso e pesante, pronto a dettare il passo a plumbei incubi suburbani e dub claustrofobici.
È decisivo in Loop anche l’uso dell’elettronica e dei campionamenti, di cui i quattro si servono per dare forma e suoni alle scene che descrivono o, come accade proprio in “1979” con un lancinante sample della voce di Ciccio, a dilatare le loro dolorose suppliche. L’elettronica è l’anima anche della ficcante “Frate e sore”, innervata da scosse telluriche alla Massive Attack e dalla chitarra strisciante di Fontanella. È estremamente interessante anche il lavoro effettuato con la rivisitazione di “Vesuvio” de E Zezi – Gruppo Operaio (storica formazione folk pomiglianese), che dà nuovo vigore a un vero e proprio traditional sulle contraddizioni che l’industrializzazione ha portato alle pendici del vulcano. La vicinanza alla tradizione folk napoletana è rimarcata con forza ancora maggiore dalla conclusiva “Lu cardillo”, interpretazione sentitissima e sgolata di un cantico popolare di un ignoto del ‘700. “Pixel” è invece l'irresistibile anticipazione dei 24 Grana che saranno. Durante il ritornello una ruggente chitarra alt-rock ruba la scena ai rintocchi reggae delle tastiere e fomenta il primo vero e proprio inno di Di Bella: “M'arracumanno! m'arraccumanno!/ patemò m'o dice tutt'e vote ca me chiamma/ m'arracumanno! m'arraccumanno!/ m'arraccumanno!”.
Non mancano momenti meno conturbanti e forse un po’ superflui, “Treno” ad esempio”, ma stiamo pur sempre parlando di una band ai primordi. Nulla comunque che possa scalfire la memoria di un disco molto riuscito, che rappresenta un unicum nella discografia della band e, grazie al suo inedito mix di riferimenti alle tradizioni del Sud e suoni dub, della storia della musica indipendente italiana. Ascoltare Loop è doveroso anche per godere del magnetismo delle intonazioni quasi sciamaniche, a metà tra un sacerdote e un pescivendolo, che Di Bella, addolcendo gradualmente la sua voce, non avrebbe più toccato con questa frequenza. 
Grazie a un fitto passaparola, Loop fu – perlomeno in ambito underground - un grande successo e fece guadagnare ai 24 Grana numerose date live in giro per lo stivale, in particolare al sud. La fitta attività live fu presto documentata da un disco live registrato durante uno show al Teatro Nuovo di Napoli e intitolato semplicemente Loop Live. Nonostante l’attività dal vivo praticamente incessante, arrivato il 1999 la band era riuscita a scrivere numerosi nuovi brani, tanto che in una delle rare pause dal tour riuscì a confezionare il proprio secondo, atteso Lp.

Registrato in uno studio sulla pacifica e riservata isola di Procida, Metaversus è probabilmente il miglior disco dei napoletani – qualche dubbio in merito sorge soltanto grazie a quel sequel altrettanto centrato e struggente intitolato K-album.
Trascinata da un pimpante riff di chitarra elettrica, “Nel Metaverso” spalanca le porte di un album totalmente diverso dal suo predecessore, con la proporzione tra influenze reggae e rock ribaltata. Le prime sono praticamente circoscritte alla strofa di “Rappresento”, a “Nun me movo mai” e ai ricamini di chitarra elettrica sparsi lungo la strofa di “La costanza” – incredibile ed empatico mood lifter per giorni difficili. È però la stessa “Rappresento” a svelare il nuovo volto di Di Bella e compari, azzannando l’ascoltatore al collo con un riffing incalzante e secco. Anche l’elettronica, che in Loop era relegata al ruolo di fondale, assume qui un ruolo di maggior rilievo, andando spesso ad accompagnare le chitarre, o addirittura a sostituirle, nei momenti cruciali dei brani. Un esempio lampante di questo nuovo corso è il ruolo dei gorgoglii cibernetici di “Vesto sempre uguale”, che potrebbero essere stati pensati dai migliori Subsonica.
Da buon disco della svolta alternative rock, Metaversus si compone prevalentemente di pezzi scattanti e concitati, ed è forse proprio per questo che la sua parte di mezzo più riflessiva, downtempo e autunnale esercita ancor più fascino. Di “La costanza”, che di questa sezione è il centro, ho già scritto, ma “La pena”, ritmata dalle pulsazioni di un cuore elettronico e lacerata dalla chitarra sofferente di Fontanella, e gli archi umbratili di “Le abitudini” non sono meno suggestivi.
Dopo un trittico così uggioso e grazie al limpido contrappunto di un pianoforte, il riff fuligginoso e distorto di “Resto acciso” appare ancora più violento. Contrasti, momenti di stasi, repentini scoppi di rumore e un testo sulla droga che non conosce indulgenza ne fanno uno dei brani più stratificati e riusciti che la band avrebbe mai scritto. Le fa compagnia nella categoria il pezzo che chiude il disco, “Stai mai ccà”, un altro testo sulla droga – l’hashish – che si accompagna però a un umore completamente diverso, quasi la band volesse salutare l’ascoltatore con un messaggio luminoso e di speranza, o almeno di evasione. I battiti scoppiettano come pop-corn, i loop elettronici sono raggi di sole e l’arpeggio di chitarra placido e rasserenante: uno scenario perfetto per un coro di fatine napoletane che intona "chiude ll'uocchie e suonne stai mai ccà". È un fenomeno che succede molto spesso nella musica dei napoletani, quello di contrapporre momenti quasi brutali ad altri rilassati e pacificanti, che mi piace chiamare esplosioni di dolcezza mezz’ ‘a ‘munnezza.
Privo di momenti di flessione o meno interessanti di altri, Metaversus fece sì che la band finisse sotto i riflettori di un pubblico maggiore e che ricevesse il plauso della stampa nazionale specializzata – Rumore dedicò loro addirittura una meritata copertina. Trainata anche dai delicati disegni realizzati da Davide Toffolo per il suo videoclip, “Stai mai ccà” qualche anno dopo sarebbe diventata anche la colonna sonora del cult movie “Fame chimica”.

“Je nun songo accussì, doce”, canta Di Bella in “Kanzone doce”, suadente traccia numero tre del K-album. “Nun è over Cì, tu si doce comme ‘o zucchero”, verrebbe di rispondergli per le rime una volta arrivati alla fine del capitolo numero tre della discografia dei suoi 24 Grana. Un lavoro che se da una parte continua il discorso indie-rock scugnizzo iniziato con Metaversus, dall’altra svela in tutto il suo candore un’innegabile anima melodica. Eccezion fatta per la ringhiante “Kanzoneanarkika”, che ha comunque poco da spartire con i toni cupi di una “Resto acciso”, K-album scorre fluido come un fiume carico di melodie limpidissime, guidate dalla chitarra languida di Giuseppe Fontanella. È un fiume che qualche volta si increspa, ma mai così consistentemente da tradire la sua natura pacifica, zuccherina e sempre un po’ melanconica. Rispetto ai dischi precedenti, Fontanella fa anche un uso molto più largo della chitarra acustica – strumento che diventerà poi predominante in Ghostwriters - senza però mai scadere nel cliché delle ballate all’italiana, incorporandone piuttosto il suono metallico e antico nel sound comunque fortemente elettronico del disco. La linea di chitarra di “Kanzone Doce” ad esempio, ha il sapore di una tarantella al ralenti, eppure sfila sinuosa tra crepitii electro, intrecciandoli morbidamente come in un ricamo. Le cose semplici, i piccoli gesti gentili di ogni giorno vengono contrapposti in “’E kose ka spakkano” a ricchezza e materialità. Pennellato da una chitarra che quasi si scioglie, si tratta di un episodio chiave per comprendere la ricerca della purezza alla base del disco.
In un contesto del genere non poteva mancare una carezzevole love song, così autentica e sentita da suonare quasi fanciullesca: “Kevlar”. Fuori piove, di brutto, è il clima giusto per intonare una melodia traballante di pianoforte, cantare delle proprie paure e di come sconfiggerle con “mille culure”. Di svegliarsi carichi di speranza, missione possibile soltanto facendolo di fianco al tuo amore. Priva d’amore è invece “Kanzone su un detenuto politico”, un alternative rock carcerario con la ritmica che mima catene e cancelli, amara riflessione sulla solitudine dei detenuti politici, abbandonati finanche dai vecchi compagni di causa. Chiude uno strumentale al THC intitolato “Kanzone del fumo”, dove il basso, la batteria, gli archi e addirittura un’orchestra di giocattoli seguono traiettorie diverse, come fossero leggere spire di vapore. É la riprova della grande crescita tecnica dell’intera band e la vetta psichedelica della sua carriera. Una leggenda underground vuole che la K del titolo del disco, che sostituisce le C nei titoli di tutte le canzoni, sia un riferimento alla ketamina. Riferimento prontamente negato dalla band, per la quale K significa semplicemente key, chiave. Se poi alcuni fan proprio vogliono vedere nella chetamina una chiave per una percezione diversa della realtà, ha detto Cotugno, sono liberi di farlo.

Un disco incredibilmente pop come quello del 2001, non poté che far riflettere i 24 Grana su quella che a quel punto era la loro natura, su cosa erano diventati. Non che lo fossero mai stati del tutto, un gruppo da centro sociale, di quelli che senza una missione politica non hanno ragion d'essere, ma dopo K-album l’essenza combat degli inizi era quasi svanita. Uscito due anni dopo, Underpop rappresenta sin dal suo titolo la presa di coscienza di ciò. Le prime cose che spiccano ascoltandolo e che ne confermano la ragione sociale pop sono il maggiore utilizzo dell’italiano in sede di scrittura dei testi, che per la prima volta supera il dialetto, e le accresciute vivacità e linearità delle melodie rispetto a K-album.
Dopo una brevissima intro intitolata “Nella stanza", il disco deflagra al ritmo del suo manifesto, quella “Canto pè ne suffrì” che grazie al suo messaggio gioioso e a una melodia a presa rapida sarebbe diventata molto presto una fans favourite, oltre che uno dei brani più celebri del quartetto. Nonostante il dialetto napoletano rimanga la sua arma segreta, brani come “La neve” e “Vivo in un furgone” mostrano Di Bella molto a suo agio anche con l’italiano. La scelta di rinunciare parzialmente all’uso del dialetto non è infatti annoverabile tra i motivi che fanno di “Underpop” un disco riuscito solo minimamente. Ragioni che sono invece da ricercarsi nell’appiattimento, e qualche volta banalizzazione del suo suono, verificatisi tentando di potenziarne l’appeal radiofonico. Le chitarre si abbandonano infatti ad assoli piuttosto citofonati, non dissimili da quelle di certo pop generalista all’italiana. Anche “Napule tana”, sulla carta un ritorno a sonorità dub, è troppo lontana dalle ipnotiche profondità dei bassi di Loop e suona quasi come un reggae for dummies.
Salva il disco un finale poetico e intenso. Prima con la ballata criptica e notturna “Luce e luna”, poi con l’avvolgente “L’attenzione”, dove Ciccio riesce nel prodigio di mischiare politica e amore in un testo che svela più chiaro che mai il suo sogno di fratellanza. Il suo significato della parola comunismo. La chitarra di Fontanella è qui di nuovo granulosa e calda, e commenta con passione gli abbracci accecati dal sole delle parole di Di Bella.

I cinque anni che intercorrono tra Underpop e Ghostwriters sono il periodo più lungo mai trascorso tra due dischi del gruppo, segno della necessità per i napoletani di riordinare le idee, ma anche di una inedita, sopraggiunta riflessività. Con Ghostwriters si può infatti parlare a tutti gli effetti di disco della maturità. L’apporto di ogni strumento ai brani è qui misurato, funzionale al supporto dei testi, mai stati così sfacciatamente cantautorali. È evidente da questo punto di vista anche la mano del nuovo produttore Daniele Sinigallia, fratello di Riccardo, a sua volta chiamato in causa per prestare il suo timbro fresco e zuccherino alla speranzosa “Avere una vita davanti”.
Riccardo Sinigallia non è l’unico ospite del disco, gli fanno infatti compagnia Marina Rei in “Smania ‘e  cagnà” e Filippo Gatti in “La verità”. Queste ospitate danno la misura di quanto nel 2008 i 24 Grana, nonostante l’indissolubile legame con Napoli e il suo dialetto, fossero diventati rilevanti e ben considerati nella scena indipendente dell’intera nazione.
Ghostwriters è un caleidoscopio di temi e di toni. Si va da canzoni d’amore e dolcezza quotidiana come “L’alba” – dove Di Bella intona versi delicatissimi come “Si cercasse inte a nata città/ na canzone cà nun trove cchiù/ me perdesse a cchiù bella pecchè ca ce staje tu” – o il delizioso spaccato di vita di quartiere “Accireme”, a brani crudi e dolorosi. È quest’ultimo il caso di “Carcere”, una delle vette compositive di Di Bella. Interamente snocciolato in rime baciate in napoletano, è il tremendo racconto in prima persona di un omicidio nei quartieri, luogo in cui la miseria e la disperazione la fanno da padrone e la violenza è l’unica forma di giustizia possibile. Il basso pesante e gelidi strofinii sulle corde alte della chitarra screziano un brano che non solo descrive una realtà irrecuperabile, ma condanna l’assenza assordante delle istituzioni.
Ghostwriters manca dell’irruenza di un Metaversus o del mood penetrante di K-album, risulta dunque meno ficcante di questi due lavori, ma il suo essere ponderato e ordinato svela una faccia inedita del gruppo, assolutamente da assaporare.

Napoli, Procida, Avellino e Roma sono i luoghi dove i 24 Grana hanno registrato i propri dischi fino al 2008. Nel 2011 di La stessa barca la band decise di allontanarsi dal suo consueto raggio d’azione, dalla sua comfort zone. Il disco numero 6 della band è stato infatti registrato in quel di Chicago, negli Electrical Audio Studios di sua maestà alt-rock Steve Albini, che ha prodotto il disco personalmente. Per l’occasione, il bassista Armando Cotugno, da tempo trasferitosi a Londra alla ricerca di nuovi stimoli, è stato sostituito da Alessandro Innaro degli Epo. Albini non può non essere un punto di partenza per parlare di questo disco. Che si intitola La stessa barca, innanzitutto, e che arriva a tre anni esatti di distanza dal precedente, quel Ghostwriters prodotto dall'ex-Tiromancino Daniele Sinigallia. Un cambio di rotta deciso, insomma, dalle rive del Tevere all'Illinois, dal pop sofisticato all'essenza più pura del metallo. E infatti La stessa barca è così: essenziale, a tratti scarno, ma mai ruvido. Albini d'altronde è uno che cattura suoni, che registra in analogico e sulla produzione vera e propria, sugli arrangiamenti, tende a non metter bocca. Di fatto il prodotto è pulito, lineare. A dire il vero non così distante da quello che ci si sarebbe potuto aspettare oggi dai 24 Grana che, archiviata la stagione, peraltro fruttuosa, più marcatamente melodica di K-album e Underpop, confermano di essere una band che non sa più fare a meno di decidere cosa fare del proprio destino.
Dello spirito arrembante delle origini non c'è più traccia: le canzoni sono meditate, magari possono essere pure incazzate, ma il tempo fa il suo corso, i pensieri inquieti o paraculi di Francesco Di Bella appaiono meno immediati di quello che vorrebbe suggerire l'approccio musicale. Tra tutti i brani spiccano il post-punk chirurgico di "Cenere", in italiano, l'indie-noise alla Dinosaur Jr di "Ombre" e "Malevera", torbida vicenda di prigione che per tema e sonorità richiama inevitabilmente i tempi di K-album. E anche la filastrocca finale di "Oggi rimani laggiù", pure questa in italiano, semplice semplice, quasi una piccola, fiduciosa preghiera laica. 

La stessa barca chiude di fatto l’esperienza dei 24 Grana, ormai in stand-by anche in veste live da un buon lustro. Non privi di difetti e flessioni, i dischi della band napoletana costituiscono un lascito corposo e cangiante. Grosso quanto il vuoto che la si lascia dietro, specie dal vivo, rendendo orfana una generazione che per buoni dieci anni ha aspettato l’estate per stringersi attorno al palco di Ciccio e dei suoi compagni – molto spesso gratis - per abbracciarsi e saltellare... cantanno per nun suffrì

È ancora attivo, invece, Francesco Di Bella, giunto quest'anno alla terza tappa del suo percorso cantautorale.

Contributi di Giovanni Dozzini ("La stessa barca")

24 Grana

I mille colori della Napoli indipendente

di Michele Corrado

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24 Grana
Discografia
Loop (La canzonetta, 1997)                
Metaversus (Compagnia generale del disco, 1999)  
 K-album (Sintesi 3000, 2001)  
 Underpop (La canzonetta, 2003)  
 Ghostwriters (La canzonetta, 2008)  
 La stessa barca (Sintesi 3000 / La canzonetta, 2011)  
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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