27/01/2006

John Cale

Carling Academy, Bristol (Inghilterra)


di Davide Ariasso
John Cale
No Time, No Space. Epoche e generazioni rock mescolano le proprie carte nell’eterno presente di spazi virtuali e installazioni reali. Soldi, arte, passione, carriera, marketing uniscono il mondo in performance. That’s entertainment. Bene o male o remix dei due, giudicate voi. Giudicate voi se è fantastico, patetico, o marmellata insapore, a seconda dei casi e dei gusti personali: Kevin Shields che suona sullo stesso palco con Patti Smith, o Scott Walker che duetta con Elizabeth Fraser, o le riunioni di Stooges, Kinks (senza Ray Davies), Bauhaus, Doors (senza chi, è ovvio, con chi, un po’ meno) ecc. ecc. Il rock si guarda allo specchio, scopre le rughe, si fa il maquillage e tutto diventa messa in scena della memoria.

Ma è sempre così? Nel caso in questione l’esperienza, grandiosa e straniante insieme, è stata vedere una rock legend nello splendore dei suoi 63 anni suonare in un concerto come se fosse una star nascente pompata dal Nme. John Cale, con tanto di polo e jeans trendy come neanche Pete Doherty, e certo più elegante dei Kaiser Chiefs, nel 2006 suona un hard-funk di plastica alla N*E*R*D*, con una convinzione e un’energia da adolescente in ascesa nella music industry. Un “vecchio” che, in età (un tempo) pensionabile, è pura bellezza umana da vedere, nella sua energia, chiarezza, e nella sua mancanza di pretenziosità: John Cale non ne ha bisogno.
Qui la musica, alla fine, conta relativamente. Non conta molto che “Black Acetate”, il disco che il gallese porta in tour, non contenga pezzi davvero memorabili o grandi innovazioni, conta invece la persistenza di una voce che ha l’autorità di parlare, e che viene voglia di ascoltare anche quando non ha da dire nulla di eccezionale. E’ una voce che continua a vibrare d’eccezionalità e sa di presente.

John, visibilmente, si diverte dal primo all’ultimo istante della serata alla Carling Academy, e non intendo dire che sorrida (questo mai), ma non vede l’ora di imbracciare le sue chitarre perché questo è ciò che vuole fare adesso, ovvero suonare funk potente e fare casino con la sei corde. Non a caso quando ci offre brani alla tastiera, le rendition sono ironiche o del tutto “understated”, con il chiaro intento di darne una visione distaccata e in prospettiva: come il “medley” “Femme Fatale/Rosegarden Funeral of Sores”, che strappa risate per come John ripete in tono secco e cominco il verso “Cause everybody knows”, come a dire, sogghignando, va bene, vi do il pezzo dei Velvet perché so che lo volete, ma sono passati 40 anni, adesso basta.
I brani da album più recenti, come “Walking On Locusts” (peccato non presenti nulla dallo splendido “Hobo Sapiens”), sono riletti in chiave Cale 2006, ma la resa migliore la danno le tracce dall’ultimo disco, proprio perché pensate per una formazione power-rock come quella che sta sul palco questa sera: voce, due chitarre, basso, sequencer e batteria. Versioni stringatissime e tirate, tocchi d’ironia inattesa come i molteplici cori in falsetto in cui si cimentano tutti i musicisti, Cale compreso. O come quando, dopo aver suonato una canzone inedita, il gruppo la riprende tale e quale dopo che Cale chiede al pubblico di unirsi ai cori, adesso che conosce il pezzo. Insomma, oggi il ritratto della viola elettrica dei Velvet Underground mi pare all’insegna del più sano “M’importa na sega”. E io adesso so che voglio invecchiare come lui.
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