03/07/2017

Fleet Foxes

Piazza Castello, Ferrara


di Massimiliano Speri
Fleet Foxes

Sarà per il fascino che mi ispira quella miscela di austerità aristocratica e vivacità giovane tutta emiliana, sarà per alcuni significativi trascorsi biografici che mi legano alla città estense, sarà per la sfiziosa offerta musicale elargita quasi ogni estate: tant’è che a Ferrara torno sempre volentieri. In questo caso, l’occasione è particolarmente ghiotta: mi sono innamorato di “Crack-Up” dal primo ascolto e nelle ultime settimane non ho masticato altro, incantato dall’ambizione del progetto, dalla radicalità della messa in opera e dalla coerenza del risultato, oltre che dalla bellezza dei singoli episodi. La curiosità per una band ancora mancante nel mio carniere concertistico si accompagna a vaghe perplessità sulla trasponibilità live di un album così difficile e sulla possibilità di accostare le nuove composizioni alle vecchie, essendo questo opus # 3 al contempo un prodotto e una negazione di ciò che i Fleet Foxes sono stati finora, dopo sei anni di silenziosa meditazione.

La risposta non tarda ad arrivare: smaltito l’opening diligente ma poco entusiasmante di Hamilton Leithauser, la band di Seattle appare sul palco in un’epifania di nebbie colorate e pad sintetici, e dopo un rapido settaggio apre le danze con “I Am All That I Need/Arroyo Seco/Thumbprint Scar”. Se una regola non scritta della musica dal vivo attribuisce al primo brano la chiave di lettura dell’intera scaletta, qui le intenzioni sono subito messe in tavola: mozzata dell’evanescente introduzione à-la "Formentera Lady" e propulsa da un’inattesa carica muscolare, la sciamanica traccia d’apertura di “Crack-Up” guadagna in impatto ciò che perde in atmosfera.
Sarà un po’ questo il battistrada della serata: in cerca di una mediazione tra l’astrattezza allucinata delle nuove composizioni (un rischio) e la candida luminosità del repertorio consolidato (una garanzia), il gruppo privilegerà il vecchio approccio. Al di là delle motivazioni dietro questa scelta, forse legata più a limiti oggettivi che a mancanza di coraggio, è una decisione saggia: non solo perché in una situazione simile l’energia paga meglio della suggestione, ma anche perché l’impianto-base dei Fleet Foxes è quello di una band folk-rock ruspante e comunicativa, qualcosa a metà tra The Band e Fairport Convention, magari non ineccepibile nelle esecuzioni ma sempre sospinta da grinta e sincerità.

E così, dopo il liquido soliloquio che accorpa “Cassius, -” e “ - Naiads, Cassadies” in un unico vortice psichedelico, ecco arrivare una sfilza di cavalcate epiche che manda in visibilio i fan della prima ora: “Grown Ocean”, “Ragged Wood” e “Your Protector” si rincorrono una dietro l’altra a suon di polifonie cristalline e schitarrate tambureggianti, in un crescendo sempre più celestiale.
Dopo una simile botta emotiva, bisogna planare a valle con accortezza: azzeccato, dunque, l’inserimento del madrigale strumentale “The Cascades” a mo’ di raccordo, perfetto scivolo per atterrare sull’ipnotico raga di “Mearcstapa”, seguito a stretto giro dal sofferto lamento di “On Another Ocean (January/June)” (la mia preferita dal nuovo album) e dal melodramma raffreddato di “Fool’s Errand”.
Si torna poi all’assalto con un’altra carrellata di evergreen: “He Doesn’t Know Why” e “Battery Kinzie” paiono uscite da “Pet Sounds” per il finissimo cesello delle voci, laddove “Mykonos” si trasforma fin troppo prevedibilmente in un coro da stadio dagli echi fauneschi.
Una “White Winter Hymnal” strimpellata quasi tra parentesi testimonia ciò che in parte sapevamo già: il pubblico di mezzo mondo ha attribuito a quel tormentone molta più importanza di quanta volessero conferirgliene Pecknold & C., che all’epoca dovettero sorprendersi non poco del successo che li travolse.

Ma è ciò che accade dopo a rubare con prepotenza la scena: la scelta di inanellare di fila “Third Of May/Ōdaigahara” e “The Shrine/ An Argument”, le due suite paradigmatiche rispettivamente della seconda e della prima fase creativa, può essere letta come una sfida di Pecknold con se stesso, un confronto e/o una conciliazione tra mondi troppo vicini-troppo lontani in cui a uscire vincitrice è la statura dei Fleet Foxes come autori e performer, disinvolti nello spaziare dalla delicatezza corale che apre la prima al deliquio pseudo-free che chiude la seconda.
Dopo un simile assalto al cielo, la freschezza silvana di “Blue Ridge Mountains” passa quasi inosservata, sarà perché poco dopo arriva un’emozionante “Helplessness Blues” a suggellare trionfalmente il primo set, con un Pecknold ispiratissimo a srotolare il suo tormentato panteismo generazionale, spalleggiato da una chitarra che ammicca ai Byrds più spaziali. Applausi scroscianti, meritatissimi.

Richiamato a gran voce sul palco, il frontman ricompare in solitaria con la sua splendida J-200 d’ordinanza, e con piglio alla Billy Bragg snocciola una magistrale “Oliver James” con tanto di finale a cappella che pare risuonare all’infinito, il pubblico compatto in un coro estasiato. Su richiesta arriva poi la medievaleggiante “Tiger Mountain Peasant Song”, in cui aleggia il fantasma del primo Donovan. Pecknold, istrione per vocazione preso bene al punto giusto, si diverte e diverte infilando una serie di gag da consumato cabarettista: raccomanda una biciclettata mattutina per apprezzare le bellezze della città, scherza con uno spettatore manco fosse al bancone di un bar, addirittura attraversa la platea per recuperare un non meglio precisato regalo da una fan, in un misto di schiettezza e simpatia tipicamente northern pacific.
Nel frattempo, i commilitoni si sono di nuovo schierati sul campo, e il primo colpo è a dir poco inaspettato: una cover di “In The Morning” dei Bee Gees così lieve e rilassata da sembrare improvvisata sul momento. “I Let You”, brano un po' alla Paul Simon che non ha ancora trovato posto in nessun album, ci riporta sui binari abituali prima del congedo definitivo con una “Crack-Up” da brividi, tesa e potente come una profezia, con un metafisico finale per voce, organo & fiati che non può lasciare indifferenti. Prima di ritirarsi, i sei lanciano con fare teatrale le scalette sulla platea, rito conclusivo di un’esibizione a suo modo religiosa.

I Fleet Foxes si confermano un combo di affabulatori nati, virtuosi della ribalta senza boria o esibizionismo nei frenetici cambi di strumenti tra un brano e l’altro, più simili a una banda di paese che al classico gruppo rock. E se l’abbandono di Josh Tillman/Father John Misty ha privato il loro sound di uno dei suoi elementi più caratteristici, il nuovo batterista se la cava egregiamente impostando sin da subito un drumming asciutto e regolare, smaccatamente country-folk. Menzione speciale per il vulcanico polistrumentista Morgan Henderson, che con pari abilità si destreggia tra una miriade di strumenti differenti (contrabbasso, chitarra, sintetizzatore, percussioni, flauto, sassofoni, clarinetto basso) e per l’invidiabile assortimento vintage del tastierista Casey Wescott (piano, organo e mellotron quasi da museo).
La voce di Pecknold, a tratti un po’ sfiatata, non è più quella di un ventenne, ma non è necessariamente un male: se certi virtuosismi degli esordi gli riescono a fatica, una maggiore maturità nel padroneggiarla gli permette di evitare certe leziosità in agguato nei timbri così acuti. Le soffici armonie vocali stile CSN&Y, vero marchio di fabbrica del gruppo, non sono sempre a fuoco ma si avvantaggiano di un’abbondante e funzionale riverberazione. Purtroppo, l’intera esibizione è penalizzata da volumi troppi timidi (con ogni probabilità imposti dall’alto) e da un bilanciamento dei suoni non ottimale, con gli strumenti spesso impastati tra loro e un’eccessiva equalizzazione centrata sui medio-bassi: strano, considerando l’ottimo livello tecnico che caratterizza di solito la kermesse ferrarese. Convincenti invece i visuals sullo sfondo, basati su composizioni di macchie di colore ben coordinate con l’evoluzione dei brani.

Rimane l’interrogativo di partenza: dove andranno a parare adesso i Fleet Foxes, sempre più contesi tra la classicità istantanea che li ha portati al successo e la sperimentazione obliqua che potrebbe consegnarli alla storia del rock d’autore? Non resta che attendere le prossime mosse dello stralunato menestrello Robin Pecknold e nel frattempo godersi altre iniezioni di grande musica dal vivo come quella di stasera.

Setlist

I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar
Cassius, -
- Naiads, Cassadies
Grown Ocean
Ragged Wood
Your Protector
The Cascades
Mearcstapa
On Another Ocean (January / June)
Fool’s Errand
He Doesn’t Know Why
Battery Kinzie
Mykonos
White Winter Hymnal
Third Of May / Ōdaigahara
The Shrine / An Argument
Blue Ridge Mountains
Helplessness Blues

Encore:

Oliver James
Tiger Mountain Peasant Song
In The Morning (Bee Gees cover)
I Let You
Crack-up

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