Vashti Bunyan

Lookaftering

2005 (Fat Cat) | folk

Perdersi nei meandri del tempo, restare delizia di pochi intimi e sconosciuti ai più: questo è stato ed è tutt'oggi il destino di molti dischi.
Fin quando un giorno qualcuno che ha la credibilità e i mezzi di diffusione adatti se ne ritrova uno fra le mani, lo ascolta, ne resta stupito e inizia a rilanciarlo.
E' esattamente quello che è accaduto a "Just Another Diamond Day", primo e unico (sinora) lavoro di Vashti Bunyan, cantante per gioco, folksinger per vocazione, voce dolce e spaesata, bucolica e, oggi più che mai, fuori dal tempo.
A ben 35 anni di distanza da allora, il passaparola, le collaborazioni con Piano Magic, Devendra Banhart e Animal Collective, e, soprattutto, il fatto che quel primo disco era in tutta onestà un gran disco si rivelano essere le condizioni ottimali per pensare a un capitolo secondo.

Nasce così "Lookaftering": nasce per non spostare di una virgola quella che è l'arte della Bunyan, nasce per avvolgere ancora, come se il tempo si fosse fermato, il fortunato ascoltatore con la sua grazia e la sua dolcezza.
"Lookaftering" sono undici brani, ma in realtà è un unico flusso, dove le canzoni non sono realmente tali ma sono stati d'animo, sono carezze, sono angoli dimessi, spesso bozzetti, dove se prevale la gioia, non manca qualche momento sofferto.
E' semplicemente l'incanto della vita, depurato ma onesto, che sgorga dalla voce della Bunyan.
A contribuire all'effetto-flusso è il suono del disco: piano, chitarra, flauti, arpa (suonata dalla talentuosissima Joanna Newsom: se vi siete persi il suo "The Milk-Eyed Mender" dello scorso anno, correte a recuperarlo) e violini a sovrapporsi e sostituirsi nei singoli brani, a fungere da arrangiamento o da linea armonica principale.

Ad aprire il disco è "Lately", poco più di una intro chitarra e voce, sulla cui andatura si innesta qualche violino a basso profilo e il cui corpo centrale è abbellito da un flauto. Il biglietto da visita è piacevole ma nulla più: pian piano, però, vi ritroverete in un crescendo di delicata emozione.
Già "Here Before" e "Wayward", praticamente altri due abbozzi agganciati alla prima traccia, iniziano il rapimento dell'ascoltatore: la prima regala una melodia purissima (la più folk del lotto) e colpi di cristalli, la seconda è un dolce soffio (e infatti sarà ripresa in versione canzone e trasformata, appunto, in un sussurro alla fine del disco) che si risveglia nel finale strumentale, impreziosito da una luccicante slide.
"Hidden" è il colpo di grazia, ballata pianistica, colma d'amore e dispensatrice di leggerezza, contrappuntata da fiati sovrapposti in modo semplicemente meraviglioso.
"Against the Sky" è invece uno dei momenti più involuti del disco: melanconica e chiusa in sé. E' il brano necessario a portare la tensione emotiva al massimo prima che arrivi "Turning Backs". Lunga (rispetto alla media) e lenta digressione folk che scioglie l'ascoltatore convogliando in un ritornello strumentale fatto di scampanellii di chitarra e melodia di flauto.
Passata la canzone, tornano i bozzetti: l'arpa la fa da padrona nella tenera e accorata "If I Were" (siamo sempre vicini allo zenith, anche per quanto riguarda l'aspetto qualitativo), mentre "Same But Different" è il brano più dolente del lotto, anch'esso retto da una melodia di flauto e arrangiato con violini e pianoforte, mentre la chitarra regge i fili.
"Brother", riflessiva e dimessa, ci trasporta invece nella seconda canzone del disco, "Feet of Clay", che vanta una cristallina melodia di piano.
Il tutto scema poi, con delicatezza, nella seconda versione di "Wayward".

Vashti Bunyan si conferma artista in grado di ammaliare e di trasportare in un mondo ai limiti dell'incanto, che sprizza vita e gioia di vivere.
Si spera che l'effetto possa durare almeno qualche momento in più della (giusta) mezz'ora di durata del disco.

(01/06/2005)

  • Tracklist
  1. Lately
  2. Here Before
  3. Wayward
  4. Hidden
  5. Against the Sky
  6. Turning Backs
  7. If I Were
  8. Same But Different
  9. Brother
  10. Feet of Clay
  11. Wayward Hum
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