Scott Walker

The Drift

2006 (4Ad) | songwriter, avantgarde

Detto così può sembrare strano, ma il 2006 doveva - per forza di cose - essere l'anno del ritorno per Scott Walker. L'ultima parte di carriera dell'ex principino dei Walker Brothers, tutto frivolezza pop da teen idol, consta ora di una trilogia di album, separati ciascuno dallo stesso numero d'anni, che lo ha definitivamente trasformato nel suo esatto contrario: un oscuro profeta della musica estranea a tempo e spazio. Si parte con "Climate Of Hunter" (Virgin, 1984), primo esempio di piena contraddizione della sua stessa produzione classica (soprattutto gli influenti "Scott 3" e "Scott 4"), e si prosegue con esiti ancor più sconvolgenti tramite "Tilt" (Fontana, 1995), disco di rumorose, funeree, magmatiche divagazioni di soundscape astratti, in accoppiata straniante con il canto simil-operistico di Walker e intransigenti sofisticazioni free-form. Ancora undici anni d'isolamento (interrotti solo dalla colonna sonora per il film del '99 di Leos Carax, "Pola X"), e Walker si ripresenta con "The Drift", un disco talmente impegnativo da far assumere quasi tratti commerciali al (pur mitico) predecessore "Tilt".

Il primo punto da rilevare, all'ascolto, è comunque una certa dose di continuità con il passato: ancora nove composizioni (anche se l'aggiunta della chiusa completamente acustica di "A Lover Loves" non è scelta trascurabile), e ancora personalissime dediche a storie italiane finite in un forzoso dimenticatoio. Se in "Tilt" compariva lo spettro di Pier Paolo Pasolini ("A Farmer In The City", cfr.), in "The Drift" Walker si permette anzitutto di rispolverare la tormentata storia d'amore tra Mussolini e Clara "Claretta" Petacci (catturata e giustiziata per sua libera volontà assieme al Duce dalle milizie partigiane, ndr). Il brano in questione è - per l'appunto - "Clara" (sottotitolata "Benito's Dream"), lungo delirio che attacca con scricchiolii e gorgogli elettronici, il timpano percosso come in un rituale voodoo, e si sviluppa con il canto di Walker vagamente melodico, ma sovrastato tanto da archi atonali quanto da esplosioni virulente di percussioni, trafitto da pattern elettro-acustici dissonanti, folate terrificanti, sospensioni gravi e note tenute orrorifiche.

"Jesse", la seconda dedica dell'album (Jesse Garon Presley, fratello gemello di Elvis), si sviluppa a partire da una vibrazione grave piena di fremiti drammatici, a implementare un duetto tra due chitarre (fatalista in trance e noir in lontananza), per poi innalzare la tensione dapprima con il canto Hollis-iano, quindi con una modulazione verso l'acuto degli archi (e un ficcante contrappunto dei contrabbassi). "Cue" ("Flugleman") dimostra invece che il Walker cantante è ormai diventato dominus et deus dai poteri esoterici, in grado di rendere inquietanti i fondali d'archi (siano essi pennellate o tremolii) come di scaraventare l'attenzione dell'ascoltatore verso muri di suoni in cascata, o rumori misteriosi (colpi alla porta, passi su scala), come di abbozzare arcani richiami di tromba Hassell/Davis-iana.

L'ouverture ("Cossacks Are") procede per sincopi di batteria e crooning soul catartico, mentre il tutto è trafitto da sospensioni cariche d'indecifrabili effetti sonori, e "Psoriatic" muove da masse sonore in sub-frequenza a rarefazioni in cui il canto di Walker diventa puro suono ascetico, assieme a battiti e sfrigolii scuri. "Buzzers" ("Faces Of The Grass") è una sorta di flamenco dodecafonico generato da radio works, battiti metallici irregolari e raspamenti electro a sconfinare in una trasfigurazione sonora collettiva. A "Hand Me Ups" spetta l'unico attacco in fortissimo del disco, ma è con brani come "Jolson and Jones" e soprattutto "The Escape" ("thank you, Mr K") che l'album si fa davvero devastante: tanto sciami e baluginare spettrale, quanto esilissime manipolazioni sul suono conducono a esplosioni violente in cui la tensione si fa timbro astratto e indescrivibile angoscia. Chiude una piece dark-folk per sola acustica e voce (la già accennata "A Lover Loves"), in cui Walker indossa i panni del bardo apocalittico, del saggio che assiste impassibile alla distruzione cosmica intonando l'ennesima, spettrale cantilena.

Solenne compimento della sua parabola artistica, non solo della trilogia finale, è un disco che procede - in tutti i sensi - per contrasti violentissimi: canto dolente (privo di voce)/voce esoterica (priva di canto), sinfonismo titanico/musica concreta, note tenute/protozoi melodici, emblemi/astrattismo, quiete atonale/terrore assoluto, fratture rarefatte/continuum timbrici. Pianissimi/fortissimi. Affascinante sul piano strutturale, specialmente verso la conclusione, è geniale su quello atmosferico. Al discorso complesso delle partiture Walker fa corrispondere quello progressivo d'immagini e codici sonori, assieme all'opposizione tra sfumature paranormali (ottenute con largo uso di strumenti tradizionali, ma anche pietre, quarti di bue, macchine ad alto voltaggio) e richiami minuti (concertina, piffero, tromba).

L'eccessivo compiacimento causa qualche problema di fruizione, e l'eccessiva stasi qua e là ha del deficitario, ma sono vizi di gola che non nascondono il prodigio della suprema caratterizzazione di ogni brano, delle invenzioni di suoni che provengono dal sottosuolo, dai fortunali, dai ghiacciai perenni, dei bellissimi spezzoni: su tutti la ninna-nanna sperimentale nella coda di "Buzzers" e il canto aborigeno di "Hand Me Ups".
In cabina di regia, oltre a Walker, c'è Peter Walsh; la voce che interpreta la breve comparsa di Claretta Petacci in "Clara" è di Vanessa Contenay-Quinones, già attiva con A Guy Called Gerald e i Monkey Mafia di Jon Carter's e ora alle prese con il debutto solista. Stephen Kijak ha messo in video il più bel compendio che si potesse immaginare: "Scott Walker: 30th Century Man".

(01/05/2006)

  • Tracklist
  1. Cossacks Are
  2. Clara
  3. Jesse
  4. Jolson and Jones
  5. Cue
  6. Hand Me Ups
  7. Buzzers
  8. Psoriatic
  9. The Escape
  10. A Lover Loves
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