Scott Walker

Tilt

1995 (Fontana / Drag City) | songwriter

Miliare, pietra miliare (fig.): avvenimento che costituisce una tappa fondamentale nello sviluppo storico di qualcosa. Diciamolo subito: secondo tale definizione, la presenza di un disco del genere in una rubrica titolata "pietre miliari" può risultare quantomeno curiosa, per non dire incongrua.
Infatti "Tilt", l'opera pubblicata nel 1995 da Scott Walker, più che una pietra miliare, più che una tappa in un percorso, appare col passare del tempo sempre più una sorta di binario morto, un punto oltre il quale non si può proseguire.
Vi sono lavori, pur realizzati entro un ambito specifico, e pur dotati di "segni" e "simboli" decifrabili e inquadrabili se presi uno a uno, che hanno la capacità di porsi in un contesto a sé, e di apparire come un parto isolato, legato indissolubilmente ed esclusivamente al suo autore, e di tale portata da non concedere nulla a qualsivoglia etichetta o scena. Ecco, "Tilt" è una di queste opere.

Quando apparve il disco, Scott Walker (vero nome: Noel Scott Engel) era conosciuto quasi solo da addetti ai lavori ed entusiasti colleghi, gente del calibro di Bryan Ferry, David Bowie, Jarvis Cocker dei Pulp, che ne avevano tramandato la memoria senza peraltro poter fare niente per riportarlo alla visibilità che avrebbe meritato. E dire che i suoi primi passi erano stati di natura opposta, nel segno di un successo notevole, successo dilapidato nel tempo per colpa di un carattere ombroso e indifferente a qualunque compromesso.

I suoi primi passi musicali risalgono alla fine degli anni Cinquanta, ma le sue prime affermazioni avvengono con la nascita (1964) dei Walker Brothers, sorta di boy band ante litteram dedita a un pop di ascendenza spectoriana . In seguito, e sino alla fine degli anni Sessanta, Scott Walker avrebbe pubblicato una serie di dischi solisti di pop orchestrale sempre più complesso e tormentato, dove si sente forte l'influenza (inusitata per un autore americano) di poeti chansonnier come Jacques Brel, pure omaggiato con straordinarie cover, mentre il canto si rifà allo stile crooneristico di Frank Sinatra e Tony Bennett. Questi dischi solisti, sempre più belli, convincenti e personali, escono con il nome "Scott", "Scott 2", "Scott 3", e... esatto, "Scott 4". Quest'ultimo chiude la prima parte della sua carriera nel 1969. Gli anni Settanta sono invece il purgatorio di Scott, imploso in un rifiuto totale di riflettori e paillettes, dedito all'alcool, in preda a una forte depressione, e con una produzione inferiore al suo standard riconosciuto; si segnala anche una reunion estemporanea dei citati Walker Brothers. Gli anni Ottanta registrano l'uscita di un solo album, "Climate Of Hunter", che già dava segni di un altrove musicale, ponendo le basi per il disco successivo, che uscirà "appena" undici anni dopo. Per maggiori ragguagli sulla carriera di Scott Walker è da segnalare una recente, splendida raccolta in cinque cd, "Five Easy Pieces", che esplora in maniera articolata e ordinata l'intero spettro delle evoluzioni musicali e personali del Nostro.

Ma dicevamo di "Tilt".
Il segno distintivo di "Tilt" è che Scott Walker canta con tono baritonale, sofferto e vibrato, degno di un crooner da raffinato night-club, o di un soulman bianco. Ma la musica che funge da sfondo in queste nove tracce è una sorta di incubo espressionista che rasenta in più punti lo stridio totale e l'atonalità, a volte senza progressione melodica di sorta, altre volte con una solennità inquietante, e sempre con una imperiosa affermazione di isolamento e tormento. Il risultato è un qualcosa di mai sentito prima, e probabilmente mai più ripetibile.
Se è vero che un disco o un libro non dovrebbero mai essere giudicati per la loro copertina, è anche vero che in questo caso è proprio da essa che troviamo un indizio importante per la decifrazione del contenuto. L'immagine scelta è davvero inquietante, un gorgo magmatico (sembra bitume liquido, lava nera) dal quale emergono a fatica dei particolari, una mano, un occhio, poco altro. Il booklet è semplice e rigoroso, dal nero emerge qualche immagine sgranata in bianco e nero e i testi delle canzoni... diciamo dei brani, canzoni è un termine poco adatto.

L'album si apre con una bassa nota d'archi e l'ingresso del canto a produrre immediata emozione e partecipazione, prima del fiorire di una meravigliosa armonia di violini. "Farmer In The City" è una stupefacente preghiera laica in ricordo di Pasolini, e al tempo stesso un equivoco: da qui in poi, l'opera segue strade differenti e ancora più impegnative, con l'unica guida data dalla incredibile voce di Scott Walker. Il successivo "The Cockfighter", infatti, dopo un avvio tra voci deliranti in sottofondo e clangori lontani, immerge l'ascoltatore in un frastuono di percussioni industrial. Il brano si dipana tra acuti lancinanti di fiati, la batteria secca che segue la narrazione della voce, qui spiritata e incalzante, e un gran vuoto che alla fine assale l'ascoltatore: cosa è accaduto? Che cosa ho ascoltato?
"The Cockfighter" è il primo reale ingresso nel clima del disco, un mare nero e vischioso (ricordate la copertina?), dove è difficile muoversi, e ancor più cercare di capire, di comprendere il senso del disco... Da questo punto in poi, siamo nel maelstrom, immersi totalmente nella successione di brani che assumono la forma di stanze nere e buie, dove inizialmente non ci si raccapezza, e si cerca a tastoni. Dopo un periodo di adattamento, però, ecco la ricompensa: le stanze emergono dal buio con dovizia particolari, il pathos sparso a piene mani si manifesta in tutta la sua ricchezza, e le partiture orchestrali, insieme alla batteria secca e alla chitarra acuta (la produzione ha fatto sì che i suoni uscissero acuti, limpidi e squillanti), sono un inedito e ricchissimo tappeto che esalta al massimo la drammaticità delle note cantate da Scott.

L'ascolto prosegue con "Bouncer See Bouncer...", un lento declamare su un pulsante battito meccanico e rumori di ferraglia. A metà brano la canzone si apre in un intermezzo di un lirismo quasi angelico, per poi rinchiudersi di nuovo nei tormenti indicibili del suo demiurgo. In questo senso "Bouncer..." è il brano più esemplificativo del clima generale del lavoro: associa sonorità industrial al cantato soulful, quasi tenorile, e spiazza ulteriormente l'ascoltatore con intermezzi e soluzioni che riducono a carta straccia ogni presunta logica di costruzione del brano. Detto così, si potrebbe pensare a un disco sperimentale e ostico, ma per non naufragare e annegare basta affidarsi alla passione con cui la voce, per la quale in definitiva non basterebbero tutti gli aggettivi di questo mondo, avvolge i sensi e rende partecipi di drammi intimi e al tempo stesso intraducibili.

E così si continua, in un'atmosfera uniforme, dalla quale poco a poco emergono come sussulti i tratti distintivi di ogni brano: in "Manhattan", è l'organo che erige una muraglia epica alla quale Scott aggiunge una voce che insegue note sempre più potenti. Le domande che qui Scott si pone hanno risposta nelle note lancinanti della chitarra, mentre la batteria segue costantemente i pieni e i vuoti lasciati dalla voce. Mentre con "Face On A Breast" si ascolta un fischio lunare, che si fa strada sugli accordi dilatati e lancinanti della chitarra. Un altro pezzo di spicco è "Bolivia '95", dove la chitarra disegna un motivo vagamente retrò e oscuro, poi tutto cambia, e il cantato acquista spessore su un ritmo a levare, prima del ritorno al motivo iniziale, "Lemon Bloody Cola"... l'ironia nera di Walker appare chiara in "Patriot (A Single)", un pezzo monstre da otto minuti e mezzo che ha un testo con perle del tipo "The good news/you cannot refuse/The bad news/is there is no news". Qui il colpo a sorpresa, durante l'andamento liturgico e ieratico, è l'intermezzo di flauto che inscena un teatrino da opera contemporanea.

Il disco finisce con "Tilt" e "Rosary". Il primo è molto apparentemente una "canzone rock", in quanto la musica segue i canoni di una sorta di ballata mid-tempo , peccato che ormai il viaggio intrapreso ci abbia portato lontanissimi dalle convenzionali espressioni musicali, per lasciarci dalle parti della Luna o giù di lì... "Rosary" pare che l'abbia cantata in una serata promozionale in tv, testa bassa e totale estraniamento al contesto. Tra mugolii e vocalizzi, il tormento che trapassa le note, e contorce, e "io devo andare, io devo andare"...
I riferimenti alla luna (o a pianeti lontani) non sono casuali: l'impressione maggiore che "Tilt" offre è infatti quella di note e canto che giungono da distanze siderali, complice anche la visionarietà dei testi, un vero e proprio parto alieno, insomma.

Disco da ascoltare in solitudine, ostico e impenetrabile, vera e propria miniera di emozioni nascoste, da centellinare e apprezzare come una bottiglia di buon vino. Ma ogni volta che si ascolta, sono nuovi mondi che si aprono alla nostra sensibilità. Un monumento da sporcare con i nostri sensi, un mare nero in cui lasciarsi andare... Pura poesia mercuriana, nata laddove il freddo estremo si trasforma in un attimo nel calor bianco. Fuoco e ghiaccio inestricabilmente insieme. Tutto questo è "Tilt".

(14/11/2006)

  • Tracklist
  1. Farmer In The City
  2. The Cockfighter
  3. Bouncer See Bouncer...
  4. Manhattan
  5. Face On A Breast
  6. Bolivia '95
  7. Patriot (a single)
  8. Tilt
  9. Rosary
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