Tindersticks

The Hungry Saw

2008 (Beggars Banquet) | chamber pop

Che qualcosa si fosse rotto nell’incantato equilibrio tra eleganza e sentimento dei Tindersticks lo si era intuito dalla stanchezza delle loro prove più recenti e in particolare dal pallido manierismo dell’ultimo “Waiting For The Moon”. Lo avevano capito anche loro, ed avevano così deciso di prendersi una pausa di riflessione dopo dieci anni spesi con la band, per percorrere ognuno strade artistiche autonome, tra le quali non poteva non brillare quella dell’inconfondibile voce di Stuart A. Staples, autore di due album solisti dal gusto cantautorale, per quanto quasi inevitabilmente riconducibili alle atmosfere fumose e decadenti dei suoi trascorsi.

Proprio il secondo album di Staples, “Leaving Songs” è stata l’occasione di un suo primo riavvicinamento con tre degli ex-compagni – Neil Frazer, David Boulter e Terry Edwards – seguito, a breve, da un’estemporanea reunion collettiva per l’esecuzione dal vivo di “Tindersticks II” presso la Barbican Hall nel settembre del 2006. A quel punto, il lungo silenzio della band e i paralleli impegni dei suoi membri avevano già rigenerato a sufficienza le rispettive ispirazioni, tanto da rendere del tutto naturale riprendere a fare musica insieme. Superata la “crisi del settimo album”, i Tindersticks si sono messi quindi nuovamente al lavoro insieme, impiegando tutto il 2007 nella stesura di un nuovo disco, in una formazione che differisce da quella originale soltanto per il contributo di Thomas Belhom alla batteria.
Il risultato, dopo cinque anni di lontananza della band dalle scene, si presenta nel più classico solco dello stile Tindersticks, a partire dall’iconografia del cuore trafitto in copertina e dai tre minuti e mezzo della strumentale “Intro”, ove note stillate con lentezza dal pianoforte fanno subito acclimatare nuovamente con il mood dimesso, le atmosfere fumose e l’intimo abbandono alla malinconia, da sempre marchio di fabbrica della band. La struggente ballata che segue provvede a rinverdire i fasti dei tempi andati, facendo immediatamente capire che non ci si trova di fronte a una grigia reunion, ma a qualcosa di ben più sentito; riesce infatti difficile non leggere “Yesterday Tomorrows” in chiave autobiografica, come un nuovo inizio che pure riporta al presente i problemi e le speranze dei giorni passati (“are those days/ those days where did they go?/ are those days/ those days they follow us apart/ and peer through our window/ and they're here”).

Come sempre, i temi dei Tindersticks sono tutti rivolti alla nostalgia, a un sottile spleen che invade sottotraccia canzoni costruite intorno al lirismo di Staples e ad arrangiamenti orchestrali, ora soffusi e notturni, incentrati sul pianoforte e sugli archi, a costituire ideali colonne sonore decadenti (“Feel The Sun”, gli strumentali “E Type” e “The Organist Entertains”), ora più uptempo e in apparenza solari (“The Flicker Of A Little Girl” e la title track).
Sono proprio gli arrangiamenti, talvolta più essenziali che in passato, il vero fiore all’occhiello di questo lavoro: superati gli eccessi orchestrali oramai un po’ stantii e forzati delle ultime prove, infatti, i Tindersticks dimostrano la ritrovata vena con brani ariosi ed ispirati, introducendo spesso delle quasi impercettibili, ma salubri novità nel loro sound più che consolidato.
L’effetto è particolarmente evidente nella riuscitissima “Boobar Come Back To Me”, brano lirico e appassionato, lontano mille anni dalla “maniera” e, ancor di più in “All The Love”, ove un arrangiamento elegante e misuratissimo esalta la voce profonda ed intensa di Staples, affiancandole quella suadente ed angelica di Suzanne Osborne.

Ma è in generale, lungo tutto il corso dell’album, che la poetica dei Tindersticks sembra aver recuperato una freschezza da tempo smarrita e un’ispirazione ancora capace di suscitare moti dell’animo, con l’ariosa intensità orchestrale e con le sue storie di abbandoni e occasioni perse, narrate con una maturità che non implica freddezza emotiva ma soltanto un disincanto che fa guardare quasi con distacco gli inestricabili tormenti del cuore. Ed è ancora lì, come fin dal principio del loro percorso artistico, che mirano i Tindersticks, come esemplificato dal testo della title track (“first carve is the skin/ the second is the muscle/ there’s crack of the bone/ and here’s at your heart”), e dalle tante ottime ballate racchiuse in “The Hungry Saw” che, attraverso melodie curatissime ed efficaci, confermano Staples quale il prefetto interprete di una sensibilità romantica e dal fascino oscuro.

La sua profondità vocale, unita alla ritrovata lucidità melodica che qui anima piccole perle come “Yesterday Tomorrows”, “The Other Side Of The World” e “Mother Dear”, non riuscirà di certo ad eguagliare il sorprendente effetto dei primi due, indimenticabili, album della band, tuttavia “The Hungry Saw”, ben lungi dall’essere soltanto il frutto di un nostalgico convegno di artisti ormai non più giovanissimi, può essere salutato come la più lucida ed incisiva tra le ultime prove discografiche dei Tindersticks.
Non si può quindi fare a meno di avvicinarsi con ritrovato entusiasmo a quest’album, che rappresenta l’agognato ritorno di una band capace di emozionare, oggi come allora, con il suo stile unico e avvincente per quanto, forse, poco permeabile alle mode ed all’avanguardia.
Ma, almeno a giudicare da “The Hungry Saw”, va benissimo così.

(28/04/2008)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Yesterday Tomorrows
  3. The Flicker Of A Little Girl
  4. Feel The Sun
  5. E Type
  6. The Other Side Of The World
  7. The Organist Entertains
  8. The Hungry Saw
  9. Mother Dear
  10. Boobar Come Back To Me
  11. All The Love
  12. The Turns We Took
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