OndaRock



  1. Before You
  2. Brak
  3. No Answer
  4. Hug Me
  5. I Don’t Know Where I Am
  6. Never Enogh
  7. Transmission
  8. Watch Out n.1
  9. Watch Out n.2
  10. Toxic





FKT

God Bless
(Errata Porridge) 2009
shoegaze, psichedelia

Il duo fiorentino FKT arriva al terzo album della sua carriera e regala un’altra prova di grande livello. La proposta della band toscana appare interessante per più motivi, ma soprattutto colpisce per l’estrema credibilità con cui riesce a impastare nebbie di psichedelico chitarrismo shoegaze in quintessenza (dai Ride ai più canonici My Bloody Valentine) con treni ritmici scatenati in perfetto madchester sound, che dai Primal Scream più astratti di “Xtrmntr” arrivano al pulviscolo fluttuante degli Orb. In un momento particolarmente proficuo per sonorità di questo tipo, tra gli esperimenti elettronici di Ulrich Schnauss e il recente exploit di band come Telepathe, School Of Seven Bells o zZz (per non parlare dei Ladytron), gli FKT hanno così l'opportunità, alla luce di un album come “God Bless”, di giocarsela perfettamente alla pari.

Una delle possibili chiavi di accesso alla cifra della band può essere costituita dalla cover di “Transmission” dei Joy Division, in cui le punture ritmiche di beat scroscianti come una pioggia battente di aghi di ferro fanno da cornice perfetta alla voce morbida e sfuggente della cantante Michela Crociani, ben supportata dai fondali plumbei affrescati dai synth alle sue spalle. Più o meno sono queste le coordinate del lavoro, scuro e allucinato, quasi interamente costruito attorno alle stratificazioni di un suono liquido e nebuloso, sprofondante tra le pieghe di sé stesso.

Forse l’idea che acida psichedelia e trance ritmica possano incontrarsi non è del tutto nuova, ma quello che più conta in casi come questo è la bellezza delle canzoni e, soprattutto, la densità delle atmosfere in cui esse riescono a immergere la mente dell’ascoltatore. Da questa prospettiva il gruppo può contare su diverse intuizioni notevoli come “Before You Go”, “Break” e soprattutto “No Aswer”, che ha la potenza degli Stone Roses più cosmici e che restituisce bene la misura del talento dei nostri. Altrove le istanze più elettroniche e sperimentali tendono a radicalizzarsi (“Hug Me”), ma nel complesso le canzoni non rinunciano mai a un taglio onirico spaziante tra la fantasia benevola (l’ottima “I Don’t Know Whre I Am”) e i clangori di un incubo industriale disarticolato (“Never Enough”).

La speranza è che l’album possa godere dell’attenzione e della visibilità che senz’altro merita, presentandosi come tappa fondamentale di un percorso di crescita che in futuro si arricchirà di altri significativi capitoli, c’è da starne certi.

(10/04/2009)