Stone Roses

Stone Roses

La guerra delle rose

di Francesco Giordani

La "seconda summer of love" e la nascita della scena di "Madchester", destinata ad abbattere le barriere tra rock e dance e a influenzare profondamente la musica inglese (e non solo) degli anni successivi. Ma anche i prodromi di quel brit-pop che sarebbe esploso nel decennio successivo. La breve esperienza degli Stone Roses condensa alcune delle intuizioni più significative della storia recente del rock britannico

La storia degli Stone Roses ha inizio a Manchester nel 1984, quando i vicini di casa e compagni di scuola Ian Brown e John Squire decidono di mettere su un gruppo che dopo un’interminabile trafila di cambiamenti di nome e formazione (The Mill, Young Teddy Boys, Patrol e English Roses, in onore di una canzone dei Jam), si stabilizza sotto la sigla Stone Roses e inizia a esibirsi nei club della città, aggregando Andy Couzens alla seconda chitarra, Pete Garner al basso e Alan Wren (detto "Reni") alla batteria (dopo che dietro le pelli aveva per un breve tempo militato Simon Wolstencroft, già con Johnny Marr e Andy Rourke nei Freak Party).

Il debutto discografico arriva nel novembre 1985 con il singolo "So Young/Tell Me", per la Thin Line di Manchester, all’insegna di un punk sulla scia dei Sex Pistols, ancora piuttosto acerbo. Alla pubblicazione del brano seguono alcune infruttuose session di registrazione presso gli Strawberry Studios sotto la supervisone di Martin Hannet, che precedentemente aveva già lavorato, tra gli altri, con i Joy Division (gran parte di questi materiali troverà una collocazione nella raccolta, dall’interessante valore storiografico, "The Garage Flowers", edita dalla Silverstone nel 1996).
Intanto il gruppo (che registra l’ingresso decisivo di Gary "Mani" Mounfield al basso in sostituzione del dimissionario Garner e l’addio della seconda chitarra Couzens), ottiene un contratto con la Fm Revolver (con la quale insorgeranno poi delle incomprensioni che porteranno il gruppo a imbrattarne gli uffici con bombolette spray) e dà alle stampe il singolo "Sally Cinnamon"(maggio 1987) che, oltre a definire in modo più riconoscibile i connotati estetici della musica degli Stone Roses, inizia a far circolare il nome del gruppo e attira l’attenzione di varie etichette. Alla fine la spunta la Silverstone di Andrew Lauder, sussidiaria della Jive Records, con la quale il gruppo sottoscrive frettolosamente un contratto di ben otto album, firmando inconsapevolmente la propria futura condanna a morte.
Nell’ottobre 1988 esce il singolo "Elephant Stone" (ristampato nel 1991, quando il culto degli Stone Roses è ormai ben radicato), che vede alla produzione Peter Hook, coadiuvato in sede di mixaggio da John Leckie, a cui fa seguito nel febbraio 1989 "Made Of Stone" (riedito nel febbraio dell’anno successivo), che anticipa l’album vero proprio, intitolato semplicemente Stone Roses, prodotto da John Leckie e distribuito alla fine di aprile. Frattanto nel luglio dello stesso anno esce il nuovo singolo "She Bangs The Drums". Inizia così l’inesorabile ascesa al successo degli Stone Roses.

Su Stone Roses sono stati versati fiumi di inchiostro. I motivi sono molteplici. Uno dei primi è senz’altro la qualità assoluta dei musicisti coinvolti nel progetto e soprattutto il livello a dir poco ineguagliabile della sua sezione ritmica, composta come già accennato dal leggendario duo "Reni" Wren e "Mani" Mounfield, che possono essere considerati, nei rispettivi strumenti (batteria e basso) due dei migliori e più influenti musicisti della loro generazione, quantomeno in ambito britannico. Le loro invenzioni e tessiture ritmiche, infatti, oltre a segnare il suono di un’epoca, hanno fatto scuola presso le nuove leve di musicisti inglesi, lasciando una traccia indelebile nell’evoluzione del rock successivo. Ma non bisogna trascurare il fondamentale apporto fornito dal cantante "King Monkey" Ian Brown che, oltre a introdurre nel suono del gruppo influenze provenienti (come si chiarirà poi meglio nella sua produzione solistica) dal soul, dal dub, dal funky e dall’hip-hop (rendendosi così in buona parte responsabile del futuro spostamento della ricerca degli Stone Roses nei pescosissimi mari della dance), ha gettato le basi, con il suo stile canoro biascicato e fortemente nasale, per tutto un filone d’interpreti che da Liam Gallagher degli Oasis e Tim Burges dei Charlatans arriva fino a Tom Meighan dei Kasabian e Alex Turner degli Arctic Monkeys, passando attraverso Peter Hayes dei Black Rebel Motorcycle Club. Chiude il cerchio la loquace chitarra, di chiara impronta hendrixiana, di John Squire, sempre vivace e saettante, che sembra riprodurre nelle sue spericolate evoluzioni lo stile nervoso ed esplosivamente pollockiano dei suoi quadri (Squire ha infatti coltivato sin dall’inizio, parallelamente all’attività di chitarrista, una solidissima vocazione pittorica che oggi costituisce la sua principale occupazione e che è peraltro sfociata nella cura della parte grafica e dell’artwork di dischi e singoli degli Stone Roses, ancor oggi facilmente riconoscibili).

Nel suono del primo album degli Stone Roses confluiscono vari percorsi musicali pregressi che trovano nelle canzoni del quartetto un’ulteriore e significativa tappa di sviluppo e perfezionamento. Innanzitutto quello che si coglie sin da subito è un approfondito lavoro di rielaborazione e riscoperta culturale degli anni Sessanta, che riporta al centro del discorso compositivo una rinnovata attenzione per la melodia, spesso strutturata attraverso il puntuale utilizzo di arpeggi soffusi e estatici cori che si intrecciano in membrane sottili e luminescenti e non raramente assumono una cadenza rapita e misticheggiante.
In realtà, questo paziente recupero di atmosfere care a Beatles, Byrds, Love, Big Star, Kinks, Zombies, Beach Boys, Jefferson Airplane era già stata intrapreso con esiti notevolissimi dalla più importante band di Manchester negli anni immediatamente precedenti, ovvero gli Smiths, e si era poi nutrito di esperienze più "laterali" e periferiche, ma non meno importanti, come quelle degli scozzesi Aztec Camera e degli australiani Go-Betweens (senza dimenticare altri gruppi scozzesi targati Postcard come Orange Juice e Josek K).

Non bisogna nemmeno dimenticare che gli Stone Roses non furono isolati, ma parteciparono di un preciso clima culturale che sarebbe poi sfociato nella nuova "Summer Of love" di Mad-chester e che andava riflettendosi nelle quasi contemporanee produzioni di gruppi come La’s, House Of Love, James e, di poco successivi, Inspiral Carpets e Auteurs. Una particolare temperie musicale decisamente orientata verso dolciastre e cremose atmosfere pop e tenui jingle-jangle, che già una piccola antologia, intitolata "C86", allegata a un numero del settimanale Nme del 1986, aveva saputo fotografare, configurando quasi una nuova "scena" inglese, per quanto mossa e diversificata nei modi e negli esiti (la raccolta, curata da Bob Stanley dei Saint Etienne, ristampata in occasione del suo ventennale, contiene tra gli altri canzoni di Primal Scream, Pastels, Wedding Present e versioni embrionali dei futuri Teenage Funclub e Stereolab).

Il rinvio ai placidi e poetici riverberi della grande Arcadia melodica degli anni Sessanta si fa abbastanza evidente in pezzi ormai classici come "She Bangs The Drums" e "Elephant Stone"(originariamente presente solo nell’edizione americana del disco) in cui è possibile percepire come il lavorio congiunto di basso e batteria letteralmente disegni e via via articoli il progressivo snodarsi dei brani, lasciandosi accarezzare dalle cromature cesellate e luccicanti della chitarra di Squire e dagli inganni prospettici delle voci e dei cori labirinticamente sovrapposti. Stesso dicasi per la bellissima "This Is The One" (dalla costruzione più coreografica e meditata), per "Shoot You Down", "Bye Bye Badman", "(Song For My) Sugar Spun Sister" e "Elizabeth My Dear", basata sul tema popolare di "Scarborough Fair Canticle", reso celebre da Simon & Garfunkel. Anche se, da questo punto di vista, il maggiore capolavoro finisce con l’essere soprattutto "Made Of Stone", una delle più raffinate e indimenticabili composizioni a firma Brown/Squire, giocata sulla suggestiva giustapposizione prospettica di chitarra acustica ed elettrica, le cui note sbattono e rifluiscono le une contro le altre, come opposte creste d’onda, per poi germogliare in un ritornello struggente di rara perfezione e intensità, saldamente incastonato nei solidi e poderosi blocchi ritmici predisposti da basso e batteria.
Sulla stessa scia anche "Waterfall", la cui svettante cascata melodica fatta zampillare dalla generosa mano di Squire come un flusso inarrestabile viene poi come risucchiata e riprodotta al contrario nella sperimentale "Don’t Stop", assecondando certi vezzi decostruttivi e manipolatori (più adatti a un dj) che non saranno privi di conseguenze nelle composizioni a venire.

Ma il potenziale del gruppo non si esaurisce in una rivisitazione estetizzante di temi sixties e psichedelici o nella confezione di nostalgiche e variopinte madeleine pop. A riprova di ciò valga la litania "I Wanna Be Adored", che funge da fumoso vestibolo dell’album, una sorta di evocativo e ombroso portale marmoreo, pervaso da quello sguardo allucinato e spettrale che secondo modalità diverse aveva già informato l’esplorazione di alienanti paesaggi urbani condotta dai concittadini Joy Division. Il pezzo è molto interessante in quanto dimostra come gli Stone Roses fossero caratterizzati nello loro scrittura da una certa irrequietezza stilistica, che li porta, nel caso specifico, ad aprirsi agli stimoli provenienti dalle soluzioni dilatate e atmosferiche.
La stupefacente "I Am The Resurrection" chiude il disco partendo come una sincopata marcetta vittoriana e aprendosi poi, nell’interminabile coda strumentale, in un microcosmo di crepitanti variazioni ritmiche e melodiche, animate da un fulgore e un piglio destrutturante di marca quasi floydiana, in un tripudio cromatico in cui le diverse voci strumentali di chitarra, basso e batteria tendono ad annodarsi in una sorta di interminabile dialogo polifonico o arcobaleno sonoro che non fa che sbocciare e rigenerarsi di continuo dal proprio tessuto germinante. Non serve aggiungere che il lascito complessivo di quest’album sarà negli anni a venire praticamente immenso.

Nel novembre 1989 esce come singolo (anch’esso poi incluso nella versione americana del disco) "Fools Gold", che può essere considerato se non la più bella, senz’altro la più innovativa e importante canzone degli Stone Roses, della durata di circa dieci minuti. Corredata da un lato B altrettanto rilevante in termini qualitativi ("What The World Is Waiting For"), la canzone irrompe direttamente nella top ten dei singoli più venduti. È questo il pezzo che sancisce la definitiva affermazione nazionale degli Stone Roses e, anche grazie all’apparizione degli stessi nella trasmissione televisiva Top of the Pops, l'esplosione presso un pubblico più ufficiale del cosiddetto fenomeno "baggy". Con questo termine si è soliti indicare una musica diffusasi a cavallo tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta, caratterizzata da un tentativo di fusione delle tradizionali strutture della canzone pop-rock con ritmi, effetti e coloriture tipiche della musica dei club e delle discoteche. Alfieri di questo nuovo "movimento" furono, oltre agli Stone Roses, i Charlatans (autori del tormentone "The Only One I Know"), gli 808 State e soprattutto gli Happy Mondays (poi Black Grape), forse i maggiori e più tipici rappresentanti del lotto.

Il baggy si pone all’origine di un’articolata serie di contaminazioni linguistiche ed esperimenti che nel tempo hanno portato a innestare nel rock elementi provenienti dall’house, dalla techno e dalla rave music, e che da Underworld e Orbital passano attraverso il trip-hop, i Chemical Brothers e Fatboy Slim, e approdano al più recente revival punk-funk di gruppi americani come Lcd Soundsystem, !!!, Supersystem, Rapture, Electric Six (senza dimenticare il recentissimo exploit del cosiddetto "nu rave" di Klaxons, Shitdisco e Simian Mobile Disco).
Epicentro della scena baggy fu senza dubbio Manchester (ribattezzata per l’occasione Mad-chester) e un locale in particolare, chiamato Hacienda, fondato nel 1982 da uno dei più importanti agitatori culturali della scena musicale mancuniana, Tony Wilson, già proprietario dell’etichetta Factory che alla fine degli anni Settanta aveva pubblicato materiali di Joy Division, Durutti Column, Cabaret Voltaire e A Certain Ratio. L’Hacienda stette al baggy come l’Ufo club alla Swinging London del periodo Beat: qui accorrevano, per godersi quella che veniva allora considerata una nuova Summer Of Love, giovani provenienti da ogni angolo d’Inghilterra, con il tipico abbigliamento caratterizzato da pantaloni larghi con il cavallo basso e cappelli da pescatore (i cosiddetti "Reni hats", dal soprannome del batterista dei Roses) e un’innata propensione alle nuove droghe chimiche (per chi voglia approfondire la complessiva evoluzione del baggy e, più in generale della rave music e di tutte le esperienze a essa collegate, si raccomanda la lettura del saggio "Generazione Ballo/Sballo" del critico inglese Simon Reynolds).

Tornando a "Fools Gold", si può subito notare come il brano segni una rottura vistosa con la precedente produzione degli Stone Roses, configurandosi come una lunghissima suite che fonde il funky ancheggiante e flessuoso di Sly And The Family Stone e George Clinton con la psichedelia acida di Jimi Hendrix e la pulsazione ritmica indefessa e costante della club music. Ian Brown bisbiglia la sua cantilena salmodiante, a tratti quasi hip-hop, mentre Squire dà fondo alle risorse della sua pedaliera e ricama le sue guizzanti note di chitarra come dettagliate miniature di un arazzo indiano, adagiandosi a poco a poco sulla geometrica trama poliritmica tesa da basso e batteria. Il pezzo, una sorta di interminabile e visionaria traversata mentale che interseca e sovrappone motivi e ritmi tipicamente afroamericani con la moderna club culture, forse riconnettendosi indirettamente a certe intuizioni del compositore Arthur Russell e dei Talking Heads, porta gli Stone Roses a diventare per un momento quasi gli eredi dei concittadini New Order, elaborando un innovativo e originalissimo prototipo di funk-rock da ballo che troverà poi una formulazione ancora più precisa ed efficace nel capolavoro rock-dance dei Primal Scream, "Scremadelica", del 1991.

Sulla stessa scia anche "One Love" singolo che il gruppo licenzia a metà 1990 (nel dicembre 1989 era uscito, solo per il mercato americano, "I Wanna Be Adored", pubblicato in Inghilterra come singolo nell’agosto 1991). La canzone (in realtà una jam-session vera e propria) prosegue e approfondisce le sperimentazioni appena inaugurate da "Fools Gold", attraverso le linee aggrovigliate di un blues slabbrato e lievemente intontito, che si slega poi in un ritornello trascinante e ballabile, impreziosito dalla consueta pregevolissima cornice ritmica del duo Mani-Reni.

Il 27 maggio 1990 si svolge nell’isola di Spike Island (sull’estuario del fiume Mersey) un festival rave organizzato dagli Stone Roses, che vede la partecipazione di quasi trentamila persone e il coinvolgimento di numerosi dj alla consolle prima dell’esibizione dei nostri. L’evento, che secondo alcune testimonianze venne funestato da gravi problemi di amplificazione e acustica, entrerà in breve tempo nella leggenda (resterà una delle ultime apparizioni in concerto di Brown e soci per ben cinque anni) e segnerà forse il momento di massima popolarità degli Stone Roses, che in quel periodo amavano farsi accompagnare nello loro esibizioni dal ballerino Cressa.

Intanto la band, allettata dalle offerte milionarie della multinazionale Geffen, cerca di sciogliere il contratto che la lega alla Silverstone, dando inizio a un lunghissimo contenzioso legale che ritarderà in modo clamoroso l’uscita del secondo album. La Silverstone continua comunque a far valere il proprio potere contrattuale e pubblica nuovi singoli: la già citata "I Wanna Be Adored" e i successivi "Waterfall" (dicembre 1991) e "I Am The Resurrection" (marzo 1992). Alla fine, gli Stone Roses si accasano alla Geffen grazie a un contratto di quattro milioni di dollari e le tribolate e interminabili registrazioni dell’attesissimo secondo album riprendono nel giugno 1993 nei Rockfield Studios. "Love Spreads" (numero 2 nelle chart britanniche e massimo successo di classifica dei Roses) è il singolo incaricato nel novembre 1994 di anticipare l’uscita del nuovo album Second Coming, che viene dato alle stampe in dicembre e viene presentato in esclusiva dal magazine The Big Isuue, realizzato dagli homeless inglesi.

Nonostante le discrete vendite (apprezzabili anche in America), Second Coming non decolla o quantomeno non si rivela il successo che molti avevano auspicato, sia a causa dell’eccessivo ritardo della sua pubblicazione, sia per la concomitante affermazione commerciale di numerosissimi complessi, direttamente ispirati dagli Stone Roses, che andavano nel frattempo a inflazionare un mercato già del tutto saturo. Fra questi soprattutto gli Oasis, il cui cantante, Liam Gallagher, aveva deciso di intraprendere la carriera musicale dopo aver assistito a un concerto degli Stone Roses.
Come qualcuno ha ironicamente notato, Second Coming più che una seconda venuta rappresenta una venuta in seconda. Il disco si mette infatti sulle tracce di un grezzo e arrochito blues-rock, dalla grana spessa, dove a farla da padrone è soprattutto la chitarra sempre più hard e tossicchiante di John Squire, autore della maggior parte delle composizioni e degli arrangiamenti. Il suono si risolve in una pastosa e sferragliante jam tra Allman Brothers, Rolling Stones, il Bob Dylan elettrico, Blue Cheer, Grandfunk e soprattutto Led Zeppelin, infarcita di fragorosi assoli e rigogliose orlature di chitarra. In questo senso è altamente esemplificativo il singolo "Love Spreads", con le sue debordanti schiume e i nitriti della chitarra di Squire che abbattono sulla voce di Brown i marosi di una tormenta hard-rock, davvero spiazzante se confrontata con quanto il gruppo aveva scritto negli anni precedenti.
In realtà il disco non sarebbe neanche così irrimediabilmente brutto, forse su di esso e sulla sua cattiva sorte hanno pesato in modo decisivo la disgraziatissima tournée che gli fece seguito, i dissidi interni alla band, sempre più aspri e frequenti, il crescente abuso di droghe, una produzione frammentata, a volte addirittura sciatta, e la voce di Brown, spesso impalpabile e ridotta a una chiacchiera filamentosa e dissonante, fastidiosamente nasale e distaccata.

In "Begging You" (estratto come singolo nel 1995) si intravedono di sfuggita scenari dilatati che rimandano alla calca danzante dell’epoca baggy, "Ten Storey Love Song" (pubblicato come singolo nel marzo 1995) ripropone i collaudati stilemi pop della prima produzione del gruppo, estenuandosi in un tiepido melodismo ben costruito che ha però smarrito gran parte della sua magia originaria, in "Tears" si sfiora consapevolmente il plagio zeppeliniano, e anche le altre composizioni, tra cui "Daybreack" (cofirmata da Reni), "Tighthrope", "Good Times", seppur accettabili, non spiccano certo per originalità o capacità di cogliere il rinnovato spirito dei tempi.
La composizione migliore finisce così con l’essere "Breaking Into Heaven", trainata dal sussurro spezzato di Brown e dalle detonazioni wah wah della chitarra di Squire, che forse proprio qui regala i suoi guizzi più godibili, prima che una chiusura corale e psichedelica incoroni la progressione del pezzo, scortandolo verso una liquida dissolvenza.

Nell’aprile del 1995 si abbatte la prima tegola sugli Stone Roses: il batterista Reni, a causa di ripetuti screzi, lascia il gruppo (intraprenderà una serie di progetti altalenanti e piuttosto marginali, tra cui il gruppo The Rub). A sostituirlo viene chiamato il sessionman Robbie Maddix. A partire dalle date norvegesi del tour, il gruppo incorpora anche le tastiere di Nigel Ippinson, ex Orchestral Manouvres In The Dark.
In giugno, durante il segmento statunitense, John Squire cade dalla bicicletta in California e si frattura una clavicola. L’attesissimo headlining di Glastonbury salta, e a guadagnare le luci della ribalta sono i Pulp, che coronano così la loro concomitante ascesa al successo.

Nel frattempo la vecchia etichetta Silverstone dà alle stampe una riedizione di "Fools Gold" e la retrospettiva The Complete Stone Roses (che fa il paio con "Turns Into Stone", edita nel 1992, raccolta di lati B e rarità risalenti al periodo del primo album, consigliata per approfondire la conoscenza dell’ "officina musicale" degli Stone Roses, nel periodo del loro massimo splendore e ispirazione).

Il 25 marzo 1996 John Squire dà l’addio ufficiale e definitivo agli Stone Roses. La scelta del sostituto ricade su Aziz Ibrahim, già chitarrista di Asia e Simply Red, che debutta nelle date spagnole del tour. Per qualche tempo era stata ventilato addirittura il possibile ingresso di Slash dei Guns’n’Roses, ipotesi poi seccamente respinta dal gruppo.

Il momento più basso e avvilente viene toccato il 25 agosto nella fossa dei leoni del festival di Reading, con Brown che non riesce a cantare il ritornello di "I Am The Resurrection" e viene sommerso da bordate di fischi e dal lancio di oggetti sul palco. Tutto questo a una band che soltanto cinque anni prima era quasi unanimemente considerata una delle migliori d’Inghilterra. L’abbandono di Mani (che entra in pianta stabile nei Primal Scream) nell’ottobre 1996, decreta la fine ufficiale degli Stone Roses.

Da segnalare in coda la ristampa (che entrò addirittura in classifica) del primo disco nel 1999, in occasione del decennale, in versione ampliata comprendente, tra le altre, "Fools Gold" e "Elephant Stone", con l’aggiunta dei testi, dei videoclip e di alcuni materiali fotografici, alla quale vanno poi sommate la raccolta di Remixes del 2000 e la riepilogativa raccolta The Very Best Of Stone Roses del 2002, che contiene gran parte del primo album, i singoli più importanti in esso non inclusi e quattro canzoni da Second Coming, consigliata al neofita che voglia avvicinarsi alla comunque non labirintica produzione degli Stone Roses.

Nel 1997 John Squire crea i Seahorses che nella prima metà dell’anno pubblicano l’album Do It Yourself, in cui cerca in qualche modo di riciclarsi come compositore, sfruttando l’onda lunga del brit-pop. In realtà l’album ripercorre gli usurati tracciati di un fin troppo prevedibile guitar-rock melodico privo di guizzi o particolari invenzioni, incanalandosi in quel filone che la stampa inglese all’epoca amava definire "Noelrock", in riferimento agli Oasis. Dal disco vengono comunque estratti numerosi singoli di discreto successo radiofonico, tutti caratterizzati da una certa orecchiabilità ("Love Is The law", "Blinded By The Sun", "Love Me And Leave Me", "You Can Talk To Me").
Il gruppo si scioglierà nel febbraio 1999, e il cantante Chris Helme fonderà gli Yards, che hanno debuttato un paio d’anni fa con un promettente Lp d’esordio. John Squire, invece, darà alle stampe due album solisti a suo nome: Time Changes Everything nel 2002 e Marshall’s House nel 2004, dal profilo più dimesso e personale, dove il chitarrista rielabora e omaggia le sue principali influenze (dagli Stones a Hendrix passando per i Led Zeppelin).

Di tutt’altro tenore il destino di Ian Brown che, alla luce dei suoi quattro album pubblicati (un quinto - che dovrebbe vedere coinvolti Andy Rourke, Paul Ryder e, si vocifera, Paul McCartney - è atteso entro la fine di quest’anno), si è sorprendentemente rivelato il vero continuatore del discorso che gli Stone Roses avevano interrotto all’altezza di "Fools Gold".
Il più importante dei suoi album (nonché quello di maggior successo) è molto probabilmente il primo, Unfinished Monkey Business, realizzato nel 1998, la cui lavorazione ha visto coinvolti Mani, Reni, Aziz Ibrahim, Nigel Hippinson e Robbie Maddix, tutti, a vari livelli, personaggi dell’indimenticata epopea Stone Roses (alcuni di essi prenderanno parte al tour che farà seguito alla pubblicazione del disco).
L'album si caratterizza per il massiccio impiego di basi campionate e ritmiche elettroniche ad alto tasso di ballabilità, come suggerito dalla hit "Can’t See Me", in cui comunque non trovano difficoltà a insinuarsi composizioni dall’impianto più tradizionale e equilibrato come "Corpses In Their Mouth", che lascia balenare le insospettabili doti di songwriting di Brown, o come la fantapsichedelia stellare del singolo apripista "My Star" (numero 5 nelle classifiche britanniche, una delle canzoni più note del repertorio del Brown solsita).
Nel febbraio del 1999 esce il singolo "Be There", un piccolo capolavoro di trip-hop gotico e ossessivo, nato dalla collaborazione con il progetto Unkle di James Lavelle e accompagnato da un video di inquietante bellezza (la collaborazione si rinnoverà nel 2003 con il singolo "Reign", dalla struttura più orchestrale).
Sempre nel 1999 esce il secondo album Golden Greats, leggermente inferiore, ma sempre più orientato verso la costruzione di un futuristico pop, venato da sgargianti umori funky e vaghe cadenze hip-hop (si ascoltino "Dolphins Were Monkeys" o l’ancora più elettronica "Golden Gaze").
Nel 2001 arriva Music For The Sphere, più breve e compatto, incentrato sulle canzoni ancor prima che sugli effetti e sulle sperimentazioni sonore (contiene, tra le altre, "F.E.A.R", la canzone preferita dalla stesso Brown, che la considera il suo capolavoro, la quasi floydiana, versante Gilmour, "Forever And A Day" e la ballata psichedelica in spagnolo "El Mundo Pequeno").
L’ultimo provvisorio capitolo arriva nel 2004 con Solarized, nel quale si nota la presenza di "Keep What Ya Got", scritta a quattro mani con il fedele discepolo Noel Gallagher, della spagnoleggiante "Time Is My Everything" in collaborazione con Tim Hutton di Villalobos, e di "Lonesight M13", che vede il coinvolgimento di Aziz Ibrahim.
Nel 2002 era nel frattempo uscita la raccolta di remixes, Remixes Of The Spheres.

Il percorso di Ian Brown viene poi sommariamente antologizzato e riassunto nel 2005 dalla raccolta The Greatest, impreziosita dal singolo "All Ablaze", in cui si nota come l’originario ed epocale progetto degli Stone Roses di trapiantare i grandi viaggi psichedelici di fine anni Sessanta nei ritmi pulsanti e concitati della dance-music del futuro non ha ancora esaurito le sue straordinarie possibilità espressive.

Riferimenti bibliografici:

M. Melissano: Guide Rock: Inghilterra. Editori Riuniti
M. Melissano: Brit. La nuova scena inglese. Castelvecchi
L. Bonanni: Gli Oasis e il brit pop. Come sentirsi vivi negli anni Novanta. Lo Vecchio
C. Villa: Brit pop. Piccola enciclopedia (1990-1997). Giunti

Stone Roses

La guerra delle rose

di Francesco Giordani

La "seconda summer of love" e la nascita della scena di "Madchester", destinata ad abbattere le barriere tra rock e dance e a influenzare profondamente la musica inglese (e non solo) degli anni successivi. Ma anche i prodromi di quel brit-pop che sarebbe esploso nel decennio successivo. La breve esperienza degli Stone Roses condensa alcune delle intuizioni più significative della storia ..
Stone Roses
Discografia
 STONE ROSES

 

  

 

Stone Roses (1989)

9

Turns Into Stone (1992)

7

 Second Coming (1994)

6

 The Complete Stone Roses (antologia, 1995)

 

 Garage Flower (1996)

 

 Remixes (2000)

 

The Very Best Of The Stone Roses (antologia, 2002)

 

   
 SEAHORSES  
   
 Do It Yourself (1997)

5,5

   
 JOHN SQUIRE  
   
 Time Changes Everything (2002)

 

 Marshall’s House (2004)

 

  

 

 IAN BROWN

 

  

 

Unfinished Monkey Business (1998)

7

 Golden Greats (1999)

6,5

 Music Of The Spheres (2001)

6

 Remixes Of The Spheres (2002)

 

 Solarized (2004)

6,5

 The Greatest (2005)

 

 The World Is Yours (2007) 
 My Way (2009) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

STONE ROSES

Stone Roses

(1989 - Silverstone)
Uno dei classici che hanno lanciato nel mondo la scena di Madchester

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