Sean Rowe

Magic

2011 (Anti) | songwriter

Lola Johnson: This isn't really going to be your last show, is it?
Garrison Keillor: Every show is your last show. That's my philosophy.
Rhonda Johnson: Thank you, Plato.
"Radio America", 2006 (R. Altman)

Che chiusura trionfale sarebbe stata quella dell'ultimo film del compianto Robert Altman... Dopo Woody Harrelson e Meryl Streep, il palco si svuota: ecco apparire il borsalino impolverato di Sean Rowe, il suo volto sdrucito occhieggia spavaldo nel guizzo appena percettibile dei bicipiti svettanti di naturalista di campo. Luci spente per l'ultimo saluto di Radio America, un unico faro per un cantautore che pare condensare tutti i Grandi della tradizione americana cantautorale, con quel baritono raschiante che danza coi fremiti d'addio dell'assito scricchiolante.
Sembra quasi, il tutto, troppo bello per essere vero: il vecchio saluta il nuovo, rivitalizzato e spumeggiante di una rara intensità. Sarebbe stato un finale meno amaro. Sean Rowe arriva alla grande distribuzione del suo primo disco (escludiamo qui la misconosciuta pubblicazione del fantomatico "27", risalente addirittura al 2003) non certo da novellino - grazie alla benemerita Anti - ma lo fa sparigliando il gioco, lasciandosi andare a interpretazioni strabordanti, di un istinto mordace, di un calore profondo e smanioso, infilando una canzone memorabile dopo l'altra.

Registrato tra il 2008 e il 2009 in un edificio abbandonato di Troy, un sobborgo newyorkese (città natale di Rowe), "Magic" conserva tutto il pregnante realismo di questa lunga esperienza di lavorazione: mentre i rumori di sottofondo richiamano il vivido ricomporsi di un momento preciso nello spazio e nel tempo, la nitida, intensa precisione del suono risveglia piaceri d'ascolto di lunga durata. Pezzi elaborati e costruiti nel tempo - un anno di registrazione - si compendiano idealmente con composizioni più istintive, gemmate all'improvviso da uno spiffero di note di un'ebbra jam di fine giornata ("Old Black Dodge", "The Long Haul", "Night", nella fattispecie).
Sean Rowe centellina l'accompagnamento, giocando molto sul senso dello spazio che "Magic" sa evocare; ne risulta un disco mai angusto e mai spoglio, che svolta improvvisamente dalla cruda intensità del sospeso onirismo di "Night" (per acustica e lontani echi di slide) al fiammeggiare blues di gotico meridionale di "Jonathan". Cosa dire, poi, del sordo - ma penetrante - tocco chitarristico di Rowe, una lucida alternanza di mute e metallico, vivido picking (si vedano, ad esempio, l'ammaliante vagabondaggio di "Old Black Dodge" o l'arpeggio drakeiano di "The Walker")...
Nello splendido ondeggiare emotivo di "Time To Think" si lascia andare, invece, con parsimoniosa concessione, a un morbido contrappunto di xilofono e a un disturbante duetto tra violoncello e chitarra elettrica.

La "magia" di questo esordio si trova, in qualche modo, anche nel fascino "naturalistico" delle canzoni, che mostrano un appetito instancabile per un'espressività irrazionale  (si veda il groove predatore di "Wrong Side Of The Bed"), per un'emozionalità straripante. L'inquieta vitalità che ne viene si riflette nel fervido animismo di Rowe (espresso nell'ululato liturgico di "The Long Haul"), vero e proprio Grizzly Man che, equipaggiato di coltellino e nient'altro, ha più volte trascorso, fin dall'infanzia, periodi di isolamento boschivo.
Rowe fa di più, però, che accreditarsi questa immagine di "buon selvaggio", traducendo le attività che pratica per puro istinto non in prevedibili bozzetti bucolici, ma in infusioni di un'aura di incandescente irrequietezza a pezzi non di rado ammiccanti a urbanità waitsiane ("Surprise").
Scappa un riferimento, e allora vale la pena di tirarli fuori tutti: dallo Springsteen più scarno (quello di "Nebraska") agli sprazzi di torbato minimalismo coheniano, filtrati attraverso il potente lirismo di Molina e il trasporto messianico di Cave. Tutti si ritrovano nel maestoso affresco di "American", scheggiato monologo à la Don DeLillo, denso di mitologie e icone, bassezze quotidiane e indomito orgoglio.
     
Inutile schermirti, Sean. Le parole con cui hai descritto il tuo autore preferito, Neil Young, ti si addicono con la massima precisione possibile: "Sembra un po' zen, il modo in cui scrive. È semplice nella confezione ma vasto nelle sue ombre, nella sua profondità".

(20/02/2011)



  • Tracklist
1. Surprise
2. Time To Think
3. Night
4. Jonathan
5. Old Black Dodge
6. Wet
7. The Walker
8. American
9. Wrong Side Of The Bed
10. The Long Haul

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