Tune-Yards

whokill

2011 (4AD) | art-pop, freak-pop

È sempre difficile dover esprimere un giudizio su personaggi come Merrill Garbus. No, non si parla di estetica. Lì il giudizio è univoco. Si tratta piuttosto di avvicinarsi a questo secondo album a nome Tune-Yards (d’ora in poi lo scriveremo così) cercando di equilibrare le sensazioni contrastanti provocate da questo tipo di sonorità. Da un lato strozzeresti quell’ugola da zoo, da hipster che gioca a fare la negra, dall’altro l’irritazione iniziale lascia spazio a una curiosità indisponente, e in fondo quelle continue modulazioni, a volte un po’ rozze e mascoline, nascondono una certa abilità, oltre che un’allegra ed esuberante follia.

Anche a livello musicale siamo al medesimo non-uso delle mezze misure. In pratica un carnevale, forse troppo autocelebrativo e confuso, di gran parte delle tendenze oggi in voga in certa musica "indie". Dalle stramberie collectiviane a volte un po’ kitsch, alle eccentricità variegate dei Dirty Projectors, sino agli etnicismi afrobeat dei Vampire Weekend (solo perché i più recenti, altrimenti non si potrebbe non nominare i pluricitati Peter Gabriel e Paul Simon), passando per la Newsom più effervescente e le fusioni hip-hop, reggae e funky di M.I.A.
E pure in questo caso si rischia di restare disorientati, di fronte a un pastiche (che a volte è un vero pasticcio) vastissimo di stili, contaminazioni e strumentazioni (sgangherati riff di ukulele, ruvide e primitive percussioni, caotiche improvvisazioni al sax, field recordings beefheartiani e, nuovamente, gli atonali e dirompenti andirivieni della sua voce). Rispetto al precedente “Bird-Brains”, questo sophomore racchiude un delirio certamente più hi-fi e un campionario più variopinto e accattivante. Ci si chiede, tuttavia, se tutto questo costituisca un fine o piuttosto un mezzo a volte un po’ ruffiano per accaparrarsi le lodi sperticate di certa critica.

Il dubbio sorge dal momento che, pur godendo di una sua creatività impetuosa e di uno spirito comunque dirompente nella sua vitalità (aspetto rintracciabile anche nei testi), il disco sembra essere troppo confusionario ed eccessivo, effetto collaterale della troppa voglia di strafare e di sorprendere artificiosamente.
Anche i Dirty Projectors, ad esempio, hanno costruito le proprie fortune su un pop trasversale e ricco di contaminazioni, ma in quel caso l’effetto risultava essere molto più affascinante e soprattutto orecchiabile, perché più coinciso e comprensibile nella sua metodica stravaganza. È evidente che stravolgere in maniera così confusa la materia pop, rifuggendo quasi totalmente dall’idea di melodia non sempre genera risultati appetibili, se non in chi crede che la creatività e l’originalità risiedano esclusivamente in approcci di questo tipo.

Tra gli episodi meglio riusciti del disco si potrebbe annoverare la traccia iniziale “My Country”, canzone d’amore-odio verso il proprio Paese ed emblema dello stile della Garbus, tra percussioni ossessive e tribali, urla rabbiose e abrasive esplosioni free-jazz. Ma il meglio dal punto di vista vocale e melodico è sintetizzato in “Powa”, un concentrato spumeggiante e androgino di grinta e dolcezza, un flusso quasi inarrestabile e senza confini di funky e improvvisazione pop, ma senza perdere il senso della misura. Molto bella anche “Doorstep”, con la sua melodia tenue ed essenziale che stride con il resto del disco, e quelle spensierate e polifoniche armonizzazioni vocali tipiche del soul corale.
Per tutto il resto vedere sopra. Ci si augura in futuro, una maggiore semplicità che funga da contegno a un certo modo (molto attuale) di far canzoni, continuando sì a decostruire, ma con maggiore giudizio, a creare ma entro confini più equlibrati.

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(28/04/2011)

  • Tracklist
  1. My Country
  2. Es-So
  3. Gangsta
  4. Powa
  5. Riotriot
  6. Bizness
  7. Doorstep
  8. You Yes You
  9. Woolywollygong
  10. Killa  
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