“w h o k i l l” (2011) rimane un disco imprescindibile, pieno di canzoni elastiche e istrioniche, ricche di colori, fresche. Da lì in avanti, però, nonostante la solida reputazione di live-act di livello, le opere successive di Merril Garbus (1979) hanno sempre mancato dell’appeal necessario a imporsi. Con questo settimo “sketchy.”, sempre pubblicato sotto la 4AD, la sensazione è quella di un disco di St. Vincent prodotto da Beck: vibrazioni funky, campionamenti, suoni angolari, tempi dispari, acrobazie, venature elettro-sintetiche in ogni dove. Appunti per un pop androgino, flessuoso, memorabile quando non trascura l’importanza dell’inciso (“hypnotized”, “hold yourself”) in quello che resta, nelle intenzioni, un album di canzoni; un po’ troppo calcolato e freddo in altri frangenti, perdendosi spesso in esperimenti confusi (“nowhere, man”) o frammentari (“homewrecker”).
Non mancano le intuizioni stimolanti, del tipo che a metà album ci sono due canzoni intitolate “silence”, pt. 1 e 2, e la seconda è effettivamente un minuto di silenzio puro, e in generale l’impressione è quella di un’artista consapevole di sé, del suo suono e del suo ruolo nel panorama — cosa non scontata, superati i quaranta e con un passato da musicista “giovane”. Manca però un aspetto più importante, vale a dire la capacità di generare e trasmettere entusiasmo, eccitazione. Difficile immaginare nuovi adepti di Tune-Yards sedotti da questo album, un lavoro che testimonia, ancora una volta, la difficoltà di certo indie-rock nel sapersi rinnovare. La domanda, dolorosa ma necessaria, è sempre quella: cosa se ne fa oggi il mondo di un disco così?