Woven Hand

The Laughing Stalk

2012 (Glitterhouse) | gothic alt-country

Oh long horn trigger at the gunshot
I hear
The laughing stalk
(da "Long Horn")

Era dalla vertiginosa “The Beautiful Axe” di “Ten Stones” che David Eugene Edwards non ci regalava un’apertura così. Addobbando i quattro cavalieri dell’Apocalisse come se fossero cowboy (o piuttosto Cherokee, a sentire le grida di caccia finali) al servizio di Sergio Leone, DEE si lancia con la sua nuova band – rinnovata dall’arrivo di Chuck French (chitarra) e Gregory Garcia jr. (basso) – in una delle sue espressioni più intense e potenti dal punto di vista del suono, forse la più vicina alle pulsioni dei 16 Horsepower (la title track su tutte).
Insomma, DEE ci consegna qui, probabilmente, il suo disco più “in forma” dai tempi di “Consider The Birds”, sconfessando tutto quel bagaglio di evocazione acustica, di riverbero fiacco, che zavorrava l’ultimo “The Threshingfloor”, nel quale il Nostro sembrava metter su l’abito talare, trasformandosi da sciamano cavalcante “a pelo” a sacerdote acciaccato.

Tornano, invece, in “The Laughing Stalk” gli occhi iniettati di sangue di una spiritualità invasata, in questa rappresentazione – qui ancora più carica ed eccessiva - che tale sembra, magari, solo a noi europei un po’ diffidenti verso l’arte troppo d’esibizione e la religiosità americana, verso queste scenografie, che sembrano ambientare l’Antico Testamento, i fulmini vendicativi e le alluvioni purificatrici, in un passato mitico dell’America degli albori, come se la terra promessa fosse un quadrato tra il Texas e l’Arizona.
Anche chi sta dall’altra parte dell’Atlantico, del resto, ha bisogno della propria mitologia, di adattarla a ciò di cui si fa esperienza tutti i giorni, come facevano i nostri antenati medievali. E DEE, coi suoi Woven Hand, in questo senso è senza dubbio uno dei cantori più credibili della spiritualità americana.

Il lavoro fatto dalla band e dal produttore Alexander Hacke – degli Einstürzende Neubauten – è davvero impressionante. “The Laughing Stalk” è definito, non a caso, album “in forma” per l’intensissimo muro sonoro creato, composto con precisione e potenza dal dimenarsi bestiale delle sue chitarre, dal tambureggiare forsennato della batteria, richiamo tribale in “Coup Stick” e “Maize”; non ultimo, dal vociare imperioso di Edwards, con interpretazioni forse ancora più lucidamente allucinate del solito (ancora nell’invocazione di “Maize”, pezzo stupendo con tema pianistico che percorre timidamente il risuonare percussivo, anche di chitarra).
Rombi motoristici introducono il country-punk di “As Wool”, mentre il tema della radiosa “In The Temple” – che si erge sulle ceneri di quello distrutto in “Not One Stone” – si rivela curiosamente orientaleggiante. Poi si finisce a contemplare il rituale sacrificale di “Closer”, pervaso di pulsioni ataviche e di quella tensione alla rappresentazione qui amplificata dal forte elemento percussivo, che spegne gli altri strumenti, a eccezione di un sottile riverbero e dell’inquietante tema di viola.

Insomma, un disco di quelli che “si impongono” per pura forza bruta, nella potenza della propria espressione e della propria evocazione, un disco che schiaccia sulla sedia e fa tabula rasa delle proprie remore e diffidenze, agguantando l’ascoltatore per il bavero. Quasi un’esperienza fisica, in fondo.

(18/09/2012)



  • Tracklist
  1. Long Horn
  2. The Laughing Stalk
  3. In The Temple
  4. King O King
  5. Closer
  6. Maize
  7. Coup Stick
  8. As Wool
  9. Glistening Black
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