David Ford

Charge

2013 (Los Caballos Media/Magnolia) | songwriter, pop-rock

Quello che non manca a un musicista come David Ford è la tenacia: nonostante il mancato successo del suo acclamato secondo album “Songs For The Road” (causato dai problemi economici della sua casa discografica Independiente), il trentacinquenne inglese ha messo in piedi un solido seguito grazie a un’intensa attività live e a una serie di pubblicazioni discografiche self-released (tra le quali alcuni Ep che includono brani presenti su questo nuovo album) che ne hanno confermato il talento.
Con il terzo capitolo “Let The Hard Time Roll” il cantautore ha modificato la sua rotta stilistica, abbandonando il poetico incrocio cantautorale a metà strada tra Ray LaMontagne e Randy Newman per un suono più corposo che sottolineasse al meglio i testi, una scelta confermata nel suo nuovo album “Charge”.

Il trascinante country-bluegrass tinto di blues e accattivanti riff di armonica che apre l’album (“Pour A Little Poison”) e la struggente ballad alla Tom Waits “Philadelphia Boy” sono i punti focali ed emotivi dell’opera, due brani che raccontano le disavventure del suo tour americano tra rovinose cadute sul palco e la scoperta di un’umanità ricca di piacevoli sorprese.
La varietà stilistica più marcata e l’appassionata produzione di James Brown (Foo Fighters, Arctic Monkeys, Ash, Placebo) caratterizzano l’album meno politicizzato della sua carriera, la metafora prende il posto delle accuse, la quotidianità si trasforma in una rappresentazione allegorica di una società in perenne bilico tra bisogno di amore (“What’s Not To Love?”) e volontà di riscatto sociale (“Every Time”).

A metà strada tra le brillanti intuizioni dei Dire Straits o Santana (si ascolti “The Ballad Of Miss Lily”) e più incisiva della ultima produzione del Boss, “Charge” ridona dignità al termine “mainstream”. La solida scrittura dei pezzi rievoca il primo Ryan Adams, il funky-blues di “Let It Burn” e il frizzante soul-rock di “Perfect Soul” mettono insieme l’America di New Orleans, Memphis, Minneapolis e del New Jersey con disinvoltura, e il romanticismo di “Isn’t It Strange” e di “Moving On” è ricco di soul e blues, nonché privo delle leziosità di molto cantautorato, evocando infine il John Hiatt di “Slow Turning”.

Il timbro vocale di David Ford è vivido, ma anche leggermente agre, come agrodolce è il delicato brano per piano e orchestra (una sessione di violini di Hannah Peel sovraincisa all’infinito per ottenere l’effetto orchestrale) “What’s Not To Love”. La sola “Throwaway” non possiede l’impatto del resto dell’album, ma la conclusiva “Every Time” spegne ogni dubbio con un crescendo robusto che mette insieme il folk anti-war alla Bob Dylan e il Billy Bragg dell’era Thatcher, David Ford estrae tutta la poesia rabbiosa finora tenuta a bada per un finale dal grande impatto lirico e emotivo.

Se avete le orecchie rovinate da troppo pop da classifica e non riuscite a comprendere gli entusiasmi per i profeti del lo-fi, “Charge “ è il miglior antidoto sonoro disponibile: non ignoratelo.

(30/11/2013)



  • Tracklist
  1. Pour a little poison
  2. The Ballad of Miss Lily
  3. Isn't it Strange?
  4. Let it Burn
  5. Philadelphia Boy
  6. Moving On
  7. What's not to love?
  8. Perfect Soul
  9. Throwaway
  10. Every Time


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