Con 20 € a disposizione, probabilmente conviene fare altre cose prima di comprare un cd dei Placebo. Perché costoro, musical-storicamente parlando, altro non sono che uno di quella miriade di complessi, ovvero la totalità tranne gli "alternativi", che dopo la fine speculativa del grunge, ultima specie del genere rock così estintosi, hanno perseverato nel tentativo di arricchirsi e diventare celebri infangando l'onore e la dignità artistica di un'espressione musicale, il rock, oramai inservibile per comunicare significato. Gli altri, i cosiddetti "alternativi", si identificano nei praticanti post-rock, nel fare il verso a questi a mezzo di espedienti referenzialmente dallo stesso ripresi e rinfacciatigli tramite estraneamenti elettronici, ritmici o rumoristici; approdando infine alla formulazione di significati vergini. Esempio: Jesus Lizard, Fugazi, Jon Spencer Blues Explosion, Lisa Germano, Drain, Morphine, Vampire Rodents, Prong, Marilyn Manson, Fear Factory.
"… uno di quella miriade …", rimane quest' "uno" — che significa "pochi" -. Eccone la giustificazione. I Placebo non vanno considerati rock: il rock, non facendolo, non può essere per loro né mezzo di espressioni ulteriori né fine a se stesso. Nell'era del post-rock, che al pop lascia spesso solo l'onere di snobilitare il rock a forza di scopiazzarlo maldestramente, i Placebo, pop anziché post-rock, in pratica quasi senza mezzi, riescono quando riescono a far condividere al loro frequentatore uno stato situazionale di dopo-infanzia trasognato ed alienato, androgino e delicatamente fragile come può essere un decenne. Il naif esistenzialmente maledetto del grunge si fa power-pop semplice, immediato, costruito e facile lasciato al suo destino da pungolatore tra le sensibili menti, tra i banchi scolastici di poco più che bambini.
Non è eccessivo il termine "poesia" o sentimento, a qualsiasi basso grado esso sia, poetico come unico centro gravitazionale di un altrimenti non-essere, per conchiudere la parabola Placebo. Prendere questi come compagnia svagante, superficiale e al più toccante di leggiadria. Questo dovrebbe essere riguardo a tale fenomeno, non altro. Di musica sarebbe da non parlarne, data la sua insussistenza: così elevata da non apparire neanche impressionante; piuttosto scontata.
"… quasi senza mezzi …" l'unico degno di tale funzione ed in grado di certa efficacia è la voce di Brian Molko (10 dicembre 1972). Unica, asessuata, stridente e pacata, delicatissima quanto raffinata, bizzosa, apatica, infantile. Molko, non solo per questa voce ma anche per il fisico (gracile, effeminato), come per i modi e gli atteggiamenti (comico-seducenti come quelli di un cucciolo che si avventa su qualcuno molto più grosso di lui) e quel darkismo-naif irresistibile ed eternamente infantile (o asessuato), richiama alla mente Robert Smith (Cure) piu' del suo maggior "ispiratore" David Bowie.
I Placebo nacquero e furono prodotti a tavolino come molti gruppi inglesi d'oggidì: nel 1994, a Londra, alla chitarra del leader si affiancò il basso di Stefan Oldsal. Con un chitarrista americano, un bassista svedese, un batterista (prima Robert Schultzberg poi Steve Hewitt) inglese, rispettivamente bisex, gay e eterosessuale, vestiti griffati, smalti e messe in piega, il gruppo incarna più che, come è stato creduto, una sorta neo-glam, lo stato odierno del pop occidentale, di un mondo-pop sempre più mediaticamente unito e omologato. A misura di Mtv.
Musicalmente parlando: senza senso, senza valore e senza ragione (oltre che ovviamente senza nemmeno avvicinarvisi lontanamente) i Placebo timidamente accennano ora al garage-noise (Pixies e soprattutto quello "post" dei collegiali Supergrass), ora al grunge (quello degli Smashing Pumpkins e dei Foo Fighters), ora al glam (Bowie, T. Rex, Lou Reed), ora al dark (Cure, Joy Division, Bauhaus) pop-olarmente (U2) conciliandoli. Concettualmente sono in grado di capire e di comunicare la dimensione post-moderna come un bambino di cinque anni l'Ulisse di Joyce. Quando si trova (e vi si trova) del fascino nei Placebo si può trovare in questo, non in altro. Quindi, dico che hanno torto tutti, nel giudicare la band di Molko: sia i più o meno pseudo-accademici critici che la ridicolizzano, sia le masnade dei consumatori che la considerano "difficile arte contemporanea". Tutti hanno torto perché giudicano i Placebo dalla musica: sono (dovrebbero essere) musicisti, è vero, ma per comprenderli vanno considerati, per quanto ingenui, infantili, inconsistenti, ma col valore, per quello che ne ha, di tutto questo, poeti.
Le altre band attuali, con espedienti simili, storie simili, stati simili e musiche simili, che sono "inferiori" ai Placebo lo sono soltanto perché non in grado di ispirare afflati di pari struggimento. A parità di musica-nulla diverse scale-valori non possono davvero esserci. E se è giusto dire che la comunicazione di significati è il fine di ogni arte in se stessa mezzo e quindi anche del rock, questo e le altre arti, anche tramite il mezzo e tramite se stesse, comunicano notevoli significati e non solo, talora non del tutto, con fini estrinsecabili. Dopo il '91 quello che c'è di valore nella musica popolare e che non è post-rock o elettronica, si giustifica solo col primo motivo, l'evocazione, e non col secondo, l'espediente. Chiaramente, e spesso, quando i presupposti non sono all'altezza per il primo compito, mancando di necessità il sostegno del secondo, manca tutto e non rimane che il classico pugno di mosche: quello del 99% dei gruppi contemporanei.
Ad oggi sono stati pubblicati quattro album con la sigla Placebo. Indistinguibili l'uno dall'altro, senza carattere, esprimenti indifferenza e non tanto programmaticamente ma involontariamente, regalano, a cercarvele, qualche gemma che, ad essere buoni, ha un certo qual "odore di spirito adolescenziale". Eccole — per inciso il tema è quello da post-grunge europeo industrializzato e metropolizzato della cosmica malinconia, apatia, noia, insofferenza a cui si aggiungono (tecnicamente l'influenza viene da New York Dolls, Cheap Trick e Jane's Addiction) incestuose promiscuità e minimalismi d'arredo tutto inglese; la trattazione è congenitamente candida e pur sempre lieve, sinceramente puerile, innocente e sprovveduta (in questo senso davvero "indie"), e il perenne stato del garbato e del vezzeggiativo (di Molko) allontana definitivamente dal grunge.
Placebo(1996) offre "Bionic", "36 Degrees", "I Know" e una lacrimuccia garbata e nostalgica, nel veloce tenue dell'esecuzione, la richiedono tutti.
Without you I'm nothing (1998), trascinato dal vivace singolo "Pure Morning", è l'album della consacrazione popolare, ma anche quello con le canzoni meno-peggio e meno-meglio: livellato, compatto, pink-floydiano, chiede sopportazione per offrire compassione.
Black Market Music (2000) conta solo "Special K", ma è il vertice del lirismo di Molko oltre che, se così si può dire, del power-pop post-‘91 tutto. Con questo brano si presentarono a San Remo 2001 e se è scoraggiantemente infantile aver sorriso di piacere per aver visto in diretta la chitarra spaccata e l'indice alzato di Molko, è più scoraggiante la constatazione che di meglio, l'oggi, sul fronte esibizione-pop-rock, non lo offre (e il domani meno, offre).
Sleeping With Ghosts (2003), con il singolo "Bitter End", è meno di un fantasma nell'armadio.
Anche Meds (2006) non inverte la rotta. Sotto, allora, con la fiera dell'autocitazionismo, che spazia da pezzi tirati tutto sommato passabili ("Because I Want You", "Drag"), alla riproposizione delle tinte di "The Bitter End", che prendono stavolta le fattezze del singolo "Song To Say Goodbye", la cui unica nota originale è data dall'essere piazzato in fondo all'album. Abbiamo poi canzoni buone per infiammare le rock arena adoranti ("Meds", con VV dei Kills in veste di special guest femminile, e "Infra-red"), e le immancabili ballate per accendini Bic e cellulari d'ultima generazione ("Follow The Cops Back Home", "In The Cold Light Of Morning "), mentre in mezzo troviamo un impalpabile duetto a due movimenti con Michael Stipe ("Broken Promise") e le pavide concessioni alla tecnologia ("Space Monkey", "Blind"), in cui il buon Brian non rinuncia tuttavia a infilare il fatidico chitarrone, a mo' di polizza assicurativa contro i cali di vendita.
Nel 2009 esce Battle For The Sun (2009), il primo album dei Placebo pubblicato dopo la rottura con la major Virgin e anche il primo senza il contributo del batterista Steven Hewitt, sostituito dall’americano Steve Forrest. Registrato in Canada sotto la supervisione di David Bottrill (in passato al fianco di Tool e Muse), il disco non riesce a riscattare una senilità creativa sempre più evidente e farraginosa.
Se già il singolo “For What It’s Worth” era sembrato un doccia di tiepido rock da anonimo pomeriggio radiofonico in tangenziale, il resto tende a scadere in una forma di retorico e scipito rock consolatorio, che troppo spesso si risolve in un ciarpame di melodie romanticheggianti e smielate.
La band sembra aver smarrito quasi del tutto quella tenebrosa allure glam-wave che ne aveva decretato l’enorme successo agli inizi di carriera. Il suono subisce infatti un pesante lifting coldplaycizzante, a base di infiorettate partiture d’archi lacrimevoli, che vanno di pari passo con chitarroni finto incattiviti da palasport dei nostalgici. “Happy You’re Gone” non sarebbe neanche una canzone da buttare, ma quel romanticismo da teen movie californiano che la permea in ogni accordo finisce col renderla poco potabile. E questo problema si propone invariato più o meno per tutta la durata dell’album, da “Speak In Tongues” fino a “Kitty Letter”, attraverso una noiosissima alternanza di motivi didascalici e struggimenti dal sapore troppo ornamentale.
Contributi di Marco Bercella ("Meds"), Francesco Giordani ("Battle For The Sun")



