Dutch Uncles

Out Of Touch In The Wild

2013 (Memphis Industries) | contemporary pop

Immersi nel mare di allettanti promesse del british pop, si corre il rischio di celebrare ogni piccolo segnale di vitalità: innegabilmente band come gli Egyptian Hip Hop, Alt-J e Everything Everything ostentano energia e creatività, ma quello che certifica lo stato di salute della musica, è la costante crescita di una scena musicale.
I Dutch Uncles non mostrano in verità affinità con altre band della loro Manchester; dopo aver mosso i primi passi fuori dai confini inglesi, il gruppo ha sviluppato un’attitudine all’ibridazione tra pop e strali di musica colta.

Dalle sonorità live del secondo album “Cadenza” la band si è evoluta verso le tentazioni dello studio di registrazione con un approccio quasi psichedelico. Marimba, xilofono, vibrafono e una sezione d’archi infettano le complesse melodie che si aprono a riff incendiari: come novelli Wild Beasts usano toni melò per giocose geometrie di specchi sonori che attendono qualcosa da riflettere in “Phaedra”. In “Brio” citano invece Steve Reich, ma inseguono l’indole romantica che congiunse il prog con la musica rock.
L’errore critico più evidente che accompagna “Out Of Touch In The Wild” è infatti la sua collocazione stilistica: più vicini agli XTC che ai spesso citati Talk Talk, più inclini al fascino di Kate Bush che alla ricerca timbrica di Laurie Anderson, i Dutch Uncles sono in verità la reincarnazione più riuscita dei gloriosi Martha & The Muffins. Come si fa a non pensare alla band canadese mentre il funk di “Bellio” regala intense sensazioni o quando il riff diabolico di “Fester” (la loro “Echo Beach” per capirsi) si impossessa della nostra mente costringendoci a cantarlo anche durante la partita della squadra del cuore?

Ai meno avvezzi la voce di Duncan Wallis disorienta e stupisce: quel tono angelico in bilico tra Jon Anderson e Martha Ladly non è però frutto di trucchi genetici o sonori, ed è facile perdersi tra i cristallini toni vocali di “Godboy”, che si muove verso toni barocchi inattesi con risultati entusiasmanti.
La vera forza dell'album è nel suo insieme; le canzoni sono perfettamente incastrate in una sequenza che suona come una piccola sinfonia pop, e le incursioni classicheggianti che corrompono la già citata “Godboy” restano il filo comune sul quale si snodano dieci episodi perfettamente autonomi e straordinariamente coesi. Le geometrie nervose di “Threads” creano lo spazio per inserire le variazioni dream-pop di “Flexxin”, mentre la psichedelia post-Beatles-E.L.O. di “Zug Zwang” si evolve invece nei toni lisergici ricchi di virtuosismi in “Nometo”: il tutto, al fine di creare una linea emotiva e lirica degna dei grandi album pop della storia inglese.

In verità già le prime note di “Pondage” evidenziano la ricerca sonora dei Dutch Uncles: la loro volontà di dare confini rimarchevoli a pregevoli canzoni deve molto ad album come “Tin Drum” dei Japan, e i mancuniani sono animati dalla stessa voglia di scardinare i confini del pop inglese. “Out Of Touch In The Wild” è solo il primo passo verso una autonomia stilistica da protagonisti e non più comprimari, e si tratta del miglior album col quale iniziare il 2013.

(23/01/2013)



  • Tracklist
  1. Pondage
  2. Bellio
  3. Fester
  4. Godboy
  5. Threads
  6. Flexxin
  7. Zug Zwang
  8. Phaedra
  9. Nometo
  10. Brio


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