Andrew Jackson Jihad

Christmas Island

2014 (Side One Dummy) | folk-pop

In casa Andrew Jackson Jihad sembra scoccata l’ora del salto di qualità.
Alla quinta prova sulla lunga distanza (sesta, se includiamo un disco cointestato ai Ghost Mice), la formazione di Phoenix deve essersi sentita pronta per rischiare qualcosa più del solito, evidentemente incoraggiata dal cospicuo seguito raccolto sin da quando il sophomore, “People That Can Eat People Are The Luckiest People In The World”, la proiettò incredibilmente ben al di fuori della propria piccola nicchia di riferimento. Certo, sulle sponde orientali dell’Atlantico i ragazzi rimangono perfetti sconosciuti, e questo si deve forse anche alla corrispondenza pressoché nulla tra la nostra idea di folk e quella coltivata con coerenza ammirevole dai giovani yankee in circa un decennio di attività.

Ma si accennava a una svolta. Bene, la scelta di affidare l’incombenza produttiva all’inflazionato John Congleton (già con St. Vincent, Walkmen, Micah P. Hinson, Polyphonic Spree, Swans, Bill Callahan, Anna Calvi e chi più ne ha più ne metta) dovrebbe dirla lunga in tema di ambizioni, più di quanto non faccia la musica stessa di primo acchito: pronti via e riecco Sean Bonnette e compari scalcinati e ruspanti come la loro ricetta prevede quasi per contratto, solo con in bella vista un tono frivolo che strizza l’occhio a una più canonica leggerezza.
Schietti, fragili, affilati, sempre sulla corda come dei Guthrie in erba, si confermano autori di brani roots scritti e suonati con piglio modernissimo – tra lo-fi e easy-listening – perfetto per questi tempi ormai privi di bussole. “Getting Naked, Playing With Guns”, una delle anomale ballad nelle loro corde, è quanto mai opportuna nel ribadire il tenore caustico e obliquo dei testi, offerti in una cornice sonora non meno rigorosa e tradizionalista che nei dischi dolceamari di Mathias Kom e dei suoi Burning Hell.

Restano amabilmente arruffati e senza fronzoli gli Andrew Jackson Jihad, assai disinvolti nei loro salaci affondi, per quanto sul piano espressivo si mostrino più prossimi a un indie-pop pure da battaglia che non alla cifra anti-folk declinata con abnegazione nel corso degli anni. Incespicanti come il connazionale Jeffrey Lewis, infervorati come il Conor Oberst sotto febbre delle prove più viscerali, serrati ed espressionisti alla stregua dei Decemberists (o dei misconosciuti epigoni di questi ultimi in territori country, The Builders And The Butchers), aprono non di rado a rustiche delicatezze poppy, alla maniera dei Nana Grizol (“Do, Re And Me”), non facendo mistero di voler smussare gli spigoli e riassorbire le asperità, a livello di enfasi melodica più che di forma. Grazie al pianoforte e agli archi il tocco si è ammorbidito, ma la marcatura del gruppo si presenta sempre asprigna e nervosa, anche nei frangenti apparentemente più dimessi come “Coffin Dance”.

Gli artifici da fondale di cartone si impongono come le quinte di un teatro in cui perdersi senza troppe riserve, abbracciando con entusiasmo le regole di una finzione che non ha nulla di davvero fasullo, pretenzioso o insincero. Arginata la monocromia del limitante cliché punk-folk, la band non mostra timori di sorta nel rallentare l’andatura e nel colorare con maggior vivacità i propri bozzetti, ora candidi ora chiassosi. Una certa banalità di fondo è per forza di cose da mettere in conto, legittimata però dall’incontenibile verve dei musicisti, evidentemente privi di filtri nell’approccio alle canzoni. “Christmas Island” non offre quindi nulla di veramente travolgente, ma nella sua semplicità sa essere contagioso e supera, grazie alla propria vena naif, il limite della noia in cui i suoi predecessori pure tendevano a incappare, a lungo andare. Meno duro e puro, il collettivo dell’Arizona suona ora più disarmato e in fondo disarmante, con il suo armamentario che è poi sempre quello – da Brancaleoni in bassa fedeltà – e una tenerezza stracciona a tratti sconfinata.

Nell’ennesimo giocondo bailamme può anche capitare di trovarsi immersi in un curioso ibrido, tra pace incantata di marca Misophone e loquace cantautorato à-la Okkervil River, un mix bizzarro ma godibile di astrazioni lunari e vezzi autoriali (“Linda Ronstadt”). In fin dei conti gli Andrew Jackson Jihad rimangono un fenomeno vitale e rutilante come pochi altri in territori affini, che regala l’impressione di una genuina parodia in chiave nonsense di uno degli autentici pezzi da novanta della scena indie-folk, i Mountain Goats. Valutato anche secondo questa prospettiva, l’album non potrà che rivelarsi un meticoloso e scoppiettante coacervo di contraddizioni, che – sorpresa! – mostrano di poter convivere in maniera del tutto armonica.

(27/05/2014)

  • Tracklist
  1. Temple Grandin 
  2. Children Of God 
  3. Do, Re And Me 
  4. Coffin Dance 
  5. Getting Naked, Playing With Guns 
  6. I Wanna Rock Out In My Dreams 
  7. Kokopelli Face Tattoo 
  8. Best Friend 
  9. Linda Ronstadt 
  10. Deathlessness 
  11. Temple Grandin Too 
  12. Angel Of Death 
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