Anna Calvi

Anna Calvi

Demoni, sangue e passione

di Claudio Lancia, Francesco Giordani

Eleganza decadente, suggestioni cinematografiche, sofisticati richiami alla grandeur di un’Europa d’antan, l’intima e primordiale radice blues. Questi gli elementi eterogenei che hanno permesso alla cantautrice e chitarrista inglese di definire un'identità riconoscibile, sublimando una rara combinazione di bellezza e talento

Come un lampo rosso: con lo stesso fulgore, con la medesima fiammeggiante chiarezza. La voce e il viso di Anna Calvi - singolarmente simili, quasi complementari nella loro grazia severa - si sono aperti un varco nell'immaginario di numerosi appassionati che, nel gennaio 2011, sembravano non aspettare altro che lei, inaugurando un culto devoto che da allora non ha smesso di allargarsi. In pochi anni la minuta Anna ha saputo conquistarsi uno spazio del tutto personale nel panorama musicale contemporaneo, un “regno” sontuoso nutrito di eleganza decadente e pura suggestione cinematografica, acceso da richiami spesso sofisticati alla grandeur di un'Europa d’antan, che dalla chanson francese sconfina sino all'opera italiana, passando per quella musica classica amata e studiata con piglio tutt'altro che amatoriale.
Il tutto ricondotto a un'intima, primordiale radice blues, che ha trovato la sua necessaria espressione attraverso il rapporto simbiotico, a tratti quasi demoniaco, con l’inseparabile Fender Telecaster. L'insieme di questi elementi eterogenei ha permesso alla giovane artista di definire un'identità originale e immediatamente riconoscibile, che promette di liberare, negli anni a venire, un potenziale creativo ancora in via di accrescimento. Nel frattempo, il lavoro sin qui svolto è già assurto al ruolo di classico contemporaneo.

Nata il 24 settembre del 1980 a Twickenham da mamma inglese e papà italiano, due terapisti specializzati in ipnosi curativa, Anna iniziò giovanissima a strimpellare prima il violino e successivamente la chitarra, che diventerà il suo strumento guida, fulminata sul sentiero di Django Reinhardt e dei padri rurali del blues. Laureata con lode in Musica presso l’Università di Southampton, nel 2003 sbarcava il lunario dando lezioni di chitarra, e nel frattempo dava vita alle prime esperienze come chitarrista in effimeri progetti musicali, fra i quali merita menzione giusto il nome dei Cheap Hotel, band che arrivò a pubblicare un singolo in free downloading.
All’epoca Anna non cantava ancora, e anzi riteneva la sua voce terribile; solo col tempo riuscì a capire che le proprie corde vocali sarebbero state la chiave per schiudere le porte del successo. Venne notata per caso a Manchester dal chitarrista dei Coral Bill Rider-Jones, mentre si esibiva come opening act di Johnny Flynn, per il quale suonerà la chitarra in “The Prizefighter And The Heiress”. Rider-Jones mise subito in preallarme i cacciatori di talenti della Domino Records e il gioco a quel punto era praticamente fatto.

Anna CalviIn Francia, presso i Black Box Studio, la ragazza poté finalmente scolpire il proprio suono, sfruttando attrezzature analogiche pregne di pulviscoli anni Sessanta. Brian Eno, uno di quelli che difficilmente prende un abbaglio, la invitò a pranzo per spiegarle quell’invisibile filamento di emozioni purissime che (secondo lui) la legava in maniera indissolubile alla prima Patti Smith. A co-produrre le sue prime registrazioni arrivò Rob Ellis, e da qui forse scaturì l'ossessionante similitudine con PJ Harvey, che nessuno dimentica mai di sottolineare, non sempre a ragione.
Ma la bella Anna aveva in precedenza già fatto parlare di sé grazie alle Attic Sessions, cinque videoclip nei quali, ripresa con Telecaster a tracolla e pochi elementi sonori di contorno, eseguiva in un ambiente domestico “Sound And Vision” di David Bowie, “Wolf Like Me” dei Tv On The Radio, “Surrender” di Elvis Presley, “Joan Of Arc” di Leonard Cohen in versione strumentale per sola chitarra e “Jezebel” di Edith Piaf, tutte diffuse attraverso YouTube. Molte di queste composizioni saranno poi ripescate per alcuni singoli successivi, e resteranno per anni colonne portanti delle sue esibizioni live. In particolare colpì la sentita interpretazione del classico portato al successo della Piaf, che suscitò un ulteriore ingombrante parallelo. E proprio Jezebel sarà il pregiato singolo di debutto, con “Moulinette” scelta come b-side, registrato da Rob Ellis e pubblicato l’11 ottobre del 2010. Da quel momento Anna Calvi divenne un fenomeno tangibile, realmente esistente per tutti, e lo stesso anno ebbe l’opportunità di condividere palchi importanti con gli Interpol, gli Arctic Monkeys ed i Grinderman di Nick Cave, altro suo grande estimatore e sostenitore. A quel punto il tam tam mediatico rendeva più che maturi i tempi per l’immissione sul mercato del primo album dell’artista inglese, da molti ritenuta la più calda next big thing mondiale, quantomeno in campo femminile.

Anna CalviAnna Calvi, pubblicato il 17 gennaio 2011 e subito scelto da OndaRock come Disco del Mese, è un lavoro che si fatica a non considerare perfetto. All'interno delle sue dieci canzoni, la musicista travasa il disordine virtuoso delle proprie idiosincratiche predilezioni, senza mai perderne il controllo. Con una voce turgida come una lastra di ghiaccio stretta attorno a un grumo di sangue bollente, Anna Calvi estrae e volteggia la spada romantica di un flamenco senza fine, marcando il terreno di un duello erotico che non ammette esclusione di colpi. Spadaccina e odalisca allo stesso tempo, sfida il diavolo, più volte invocato, in "The Devil", una sorta di scat tumultuoso, un rosario intonato a occhi chiusi sopra le fiamme pungenti di una chitarra che si contorce nella danza espiatoria del peccato. Lo stesso accade in "Morning Light", nella quale a schiudersi è la rosa canina di un canto operistico che si tende tra la Callas ed Edith Piaf , sospeso sull'abisso della tentazione e già sfiorato dalla luce limpida del sublime.
Se lo strumentale iniziale "Rider To The Sea" lucida il velluto blu e i damascati metafisici di certe desolazioni lynchiane, è attraverso canzoni di fattura pregevolissima come "Blackout", "I'll Be Your Man", "Desire" e "Suzanne And I" che la Calvi annoda l'estro modernista di compositori amati e studiati con passione sincera (come Debussy, Ravel e Messiaen) alle forme sfuggenti di un blues-rock solenne e liturgico, in odore tanto di Nick Cave, quanto di certi canti di sirene trascritti con inchiostro di stelle dall'ulisside Tim Buckley. E sintetizza il tutto schioccando la frusta di quel demone amoroso che Lorca, parlando di corride e di poesia, o della poesia delle corride, chiamava duende. Il congedo di "Love Won't Be Leaving" è il capriccio di un burlesque demoniaco che si spalanca verso il canto di ventura di un cavaliere già scivolato verso il richiamo di nuove guerre e nuovi amori. Sulla scia di un filone noir che, in forme diverse, ha caratterizzato le migliori espressioni al femminile di certo pop obliquo coevo (Zola Jesus, Soap&Skin, a tratti Florence + The Machine), il debutto di Anna Calvi si segnala come uno degli astri più fulgidi di un nuovo firmamento sonoro in espansione.

Il primo singolo estratto dall’album è “Blackout”, recante come b-side la conturbante cover di “Surrender”, versione inglese portata al successo da Elvis Presley del classico “Torna a Surriento”: un omaggio alle radici italiane? Seguirà “Desire”, in coppia con l’elegiaca cover strumentale di “Joan Of Arc” di Leonard Cohen e “Suzanne And I” uscita in coppia con la lenta “Baby It’s You”, per soli voce e chitarra. Per mantenere impegnato il mercato, la Domino Records pubblicherà nel 2012 la versione francese di “Jezebel”, ennesimo omaggio a Edith Piaf, con sul lato B la cover di “Wolf Like Me” dei Tv On The Radio.
L’album di debutto di Anna Calvi intanto riceve grandi riconoscimenti, fra i quali meritano menzione almeno le nomination ai Mercury Prize (ma quell’anno vincerà P.J. Harvey) e ai Brit Awards.
Nel frattempo non mancano le richieste di collaborazione e Anna decide di prestare la propria voce su “Heart Of Nowhere”, brano edito nel 2013 dai Noah And The Whale.
Durante il tour promozionale la Calvi si presenta di rosso vestita, il colore della passione, il colore del sangue. L’artwork scelto per la copertina del disco d’esordio viene replicato sul palco, costruendo un immaginario che sa di Spagna, flamenco e corride. Ovunque è un successo, un sold out dopo l’altro, a dimostrazione di quanto l’artista italo-inglese abbia colpito l’attenzione, e non soltanto per la propria bellezza fisica, quanto per le ineccepibili qualità di cantante e chitarrista, ancor più evidenziate nella dimensione live.

Anna CalviPer avere fra le mani il secondo album occorrerà attendere due anni e mezzo, fin quando la Domino Records il 7 ottobre del 2013 licenzierà One Breath. Ci ritroviamo di fronte un’artista più matura e consapevole, ormai padrona dei propri mezzi espressivi, ma non sazia. L’inquietudine creativa e la curiosità restano le sue linee guida, sulle ali di una musica mai tanto passionale, viscerale e intensa. Colori diversi impreziosiscono la tessitura degli arrangiamenti: così accanto ai complici storici (Daniel Maiden-Wood alla batteria e Mally Harpaz a harmonium, percussioni e vibrafono) troviamo gli archi arrangiati da Fiona Brice, le tastiere ed i suoni sintetici manovrati da John Baggot, già collaboratore dei Portishead. Ma è la silhouette angelica di Anna a dominare la scena: il suo canto epico, nostalgico, fragile e indomito è capace di esplodere e un attimo dopo restare solo un’eco flebile nel teatro vuoto. La regia del produttore artistico John Congleton (al lavoro in passato con Joanna Newsom, Bill Callahan, Antony & The Johnsons) ha saputo condurre per mano la cantautrice verso territori vergini, ma senza mai smarrire la strada: come un David Lynch o un Tim Burton dietro la macchina da presa, ha tirato fuori il meglio dalla sua attrice protagonista e in appena cinque settimane di registrazioni – laddove il primo album aveva richiesto due anni e mezzo – nel verde della campagna francese è nato One Breath.
Le novità appaiono gradualmente, volontariamente centellinate. Le prime due canzoni, “Suddenly” ed “Eliza”, quanto a mood sono quasi una coda del disco precedente, come se Anna avesse voluto farci accomodare su quella vecchia e comoda poltrona prima di esplorare meandri meno illuminati: andamento marziale ed enfatico, batteria e chitarra elettrica, vocalizzi a riempire i ritornelli lasciati volutamente scarni di parole. Al terzo episodio, “Piece By Piece”, si comincia a cambiare registro: una lunga strofa sorretta da una figura fissa di batteria, zampillante suoni sintetici, rumori e aperture di tastiera, ora disturbanti ora idilliache: una soluzione che potrebbe piacere a Thom Yorke, oppure a una stravagante come St. Vincent. L’elettricamente tesa “Cry”, innervata da dinamiche "rumore- quiete", chiude idealmente la prima parte dell’album, quello che meglio saprà accontentare gli estimatori del disco precedente.
Da “Sing To Me” si cambia ulteriormente registro: un’intensissima ballata d’amore, di un calore freddo e lunare, sospesa su note placide di chitarra e basso, sulle quali si innesta il piano e per alcuni magnifici istanti si vola su, in un crescendo d’archi che riprende la linea melodica del coro, che sale di intensità per poi sfumare sul bagnasciuga di una spiaggia segreta, deserta e sotterranea. Gli arrangiamenti di archi fanno densità anche nella seconda parte della intima e straniante title track. A un’atmosfera tanto emozionale fanno da contraltare i risvolti psichedelici di “Tristan” e la furia elettrica di “Love Of My Life”, finalmente un rock selvaggio, ai confini col rumorismo, che per la prima volta accomuna davvero Anna alla PJ Harvey dei bei tempi. La sorprendente coda strumentale di “Carry Me Over”, con il canto che riprende il sopravvento prima della chiusura, sintetizza alla perfezione il nuovo corso stilistico vissuto e interpretato da Anna Calvi: tastiere e vibrafono, archi e chitarra elettrica, quindi una voce, la sua voce, che riesce a salire e scendere incredibili vette emotive. Gli ultimi due brani sono un’ulteriore discesa nella tormentata psiche di Anna: l’avvolgente “Bleed Into Me”, lettera d’amore e insieme preghiera laica, ritrova per miracolo la Grazia sepolta di Jeff Buckley; “The Bridge” asciuga questa e ogni altra lacrima rialzandosi in funerea processione. In scena restano soltanto il coro e la voce di Anna, mai così nuda e vulnerabile.

L’immagine scelta per questa opera seconda è radicalmente mutata: non più l’idea matador-flamenco, ma un’estetica che punta su sfumature decisamente più noir.
Il primo singolo estratto da One Breath è “Eliza”, con “A Kiss To Your Brain” come b-side. Seguirà “Suddenly” in coppia con la cover di Bruce Springsteen “Fire”. Una special edition dell’album conterrà anche un mini bonus cd con le tracce “Endless World” e “1970s Wind”.

One Breath non è riuscito a raccogliere le medesime lodi del disco precedente (pur bissando la nomination ai prestigiosi Mercury Prize), del resto è meno immediato e richiede maggiore dedizione. Tutto sommato la musicista inglese ha raggiunto l’obiettivo di variegare la propria proposta, aumentando al contempo il proprio livello di notorietà. Controprova ne è la sequenza di sold out disseminati ovunque durante il tour promozionale, che ha toccato anche l’Italia per ben quattro serate, tra il 21 e il 25 febbraio 2014, a Torino, Bologna, Roma e Brescia. Anna si presenta in nero, pantaloni, camicetta, tacchi, e capelli che scendono a boccoli sulle spalle, rinunciando alla tenuta da ballerina di flamenco che la caratterizzò nel tour d’esordio. Ora la Calvi ha due buoni dischi in carniere, e può pescare il meglio da entrambi, offrendo un set nel quale le canzoni sono tutte di livello. La scaletta prende così le sembianze di un vero e proprio best of di quanto finora inciso, tralasciando gli episodi più soporiferi per dare spazio al materiale più urgente e diretto.
La sua presenza è magnetica: un corpicino minuto, che pare dover soccombere da un momento all’altro sotto il peso della Telecaster, ma che riesce ad attrarre su di sé l’attenzione dei presenti, assorti in un silenzio liturgicamente rispettoso. Evidentemente timida, sembra dover implodere in sé stessa, ma improvvisamente si lancia in brevi uragani sonici che colpiscono come frustate, per poi ritrarsi repentinamente. Costantemente a metà strada fra elettrico songwriting e western noir dal sapore desertico, Anna, affascinante e seducente, non sfigura nemmeno al cospetto delle ormai collaudate e impegnative cover, fra le quali non mancano quasi mai “Surrender”, "Fire" e “Jezebel”.

A pochi mesi di distanza, a luglio 2014, ecco Strange Weather, un Ep contenente cinque cover, due delle quali nobilitate dalla presenza di David Byrne. Lo stile della Calvi è oramai un marchio di fabbrica consolidato e la bella cantautrice / chitarrista inglese sa come ammaliare attraverso ballad noir intense, di quelle che fanno ardere l’anima e il cuore. La title track, quasi tutta giocata sul piano, vede le voci di Anna e Byrne intente a disegnare uno scenario altamente melodrammatico. Una grande seconda opportunità offerta alla bella canzone della cantante israeliana Karen Ann. L’altro brano condiviso con l’ex Talking Heads è “I’m The Man, That Will Find You”, ed anche in questo caso i due hanno setacciato una perla nascosta, con l’intento di dare spolvero ad un pezzo meritevole e visibilità al musicista psych-pop neozelandese Connan Mockasin. “Papi Pacify” è la personale rivisitazione di un recente (risale appena al 2013) mid-tempo r&b di FKA Twigs, mentre “Ghost Rider” è la traccia con la quale i Suicide nel 1977 aprirono il primo omonimo disco: è il momento più nervoso della scaletta, nel quale la chitarra di Anna emerge prepotente.
A chiudere la sequenza c'è un omaggio a David Bowie: la reinterpretazione di “Lady Grinning Soul”, ballad che nel 1973 chiudeva “Aladdin Sane”. Strange Weather regala meravigliose conferme su un’artista superlativa, che sa scegliere con gusto ed eleganza brani altrui, reinterpretandoli con classe e personalità, secondo la propria estetica, tanto che alla fine non paiono stilisticamente neanche troppo distanti da quelli usciti dalla sua penna. A parte Bowie, che non ha certo bisogno di mecenati o campagne promozionali, gli altri autori ringrazieranno di cuore per l’opportunità loro offerta: non capita tutti i giorni vedere un proprio pezzo riconfezionato ad arte da una musicista di questo calibro.

Il 20 febbraio 2017 l'attesa per un nuovo lavoro viene riempita dalla pubblicazione dell'Ep dal vivo Live For Burberry, resonto dello show tenuto da Anna Calvi durante la sfilata di Burberry tenuta durante la Fashion Week londinese qualche giorno prima. Per l'occasione l'artista si è avvalsa dell'accompagnamento di un coro e di una sezione d'archi. La scaletta comprende cinque tracce: le inedite "Whip The Night" e "Nathaniel", i classici "Eliza" e "Desire", la cover di "iT", brano della cantautrice francese Christine And The Queens.

Il terzo album arriva il 31 agosto 2018, si intitola Hunter, attraverso il quale Anna rafforza il messaggio queer, in un momento storico nel quale parte della società si muove per il riconoscimento dell’identità di genere, il così detto “gender”. Nei testi di Hunter ricorre il tema del corpo, del desiderio, di un’estetica sessuale non necessariamente definita, di un’estetica iper sensuale sottolineata anche dai videoclip che corredano i singoli estratti. Il disco muove dalla fine di una lunga relazione e trova linfa vitale nella nascita di una nuova love-story, evento che pilota la scrittura, rendendola intrisa di una sorta di “ricerca del piacere”, della scoperta fisica reciproca e personale, ponendo come figura centrale quella della donna (ma come dicevamo il genere è un dettaglio superato) cacciatrice (“Hunter”, per l’appunto), di una donna che mostra senza timori tutto il proprio lato maschile. Anna che brandisce la chitarra con fare fallico, e riversa elettricità nel blues scarnificato di “Alpha” e nel proclama “Don’t Beat The Girl Out Of My Boy”, dove usa la voce per arrampicarsi in scale che la portano dalle parti della pinkfloydianaThe Great Gig In The Sky”. Come in “One Breath”, Anna organizza la scaletta partendo dalle tracce che si ricollegano stilisticamente al passato, quasi a voler mettere a proprio agio l’ascoltatore, per poi proporre le novità che caratterizzano l’album e ne rappresentano le derive dalla strada maestra.
Anna è minuta e affascinante, esile e sexy, conferma una forza straordinaria e l’atteggiamento trendy, sì, perché puoi trovarla a schitarrare su un palco con il fare grezzo da novello Hendrix e subito dopo corredare con la propria musica le sfilate più hype, se non addirittura indossando lei stessa abiti in passerella. Una cantautrice tanto efficace da riuscire a far visualizzare il proprio messaggio all’ascoltatore, come nelle “waves of desire” narrate nell’estatica “Swimming Pool”, fra corpi che nuotano e si cercano. Sono i titoli stessi a delineare lo scenario, dall’iniziale programmatica “As A Man” a quelli di una sola parola che occupano la seconda metà del disco: “Alpha”, come le figure dominanti che dividono e conquistano, “Chain”, come la catena che può tenerti legato in viziosi giochi, “Wish”, come i desideri più celati e inconsci, “Away”, come la voglia di fuga dalla realtà, espressa in un minimalismo per voce e chitarra da brividi, uno dei brani più intensi mai usciti dalla sua penna, “Eden”, il commiato paradisiaco, la descrizione di una notte trascorsa nel giardino delle delizie.

Hunter è un concept-album carnale, lussurioso, inequivocabilmente queer. Dal punto di vista musicale l’autrice asseconda i testi con atmosfere senz’altro adatte, ma assistiamo a una semplificazione delle strutture figlia di un atteggiamento meno agguerrito, il risultato di un’artista pacificata che vuol farsi serena (ma determinata) messaggera dell’universo LGBTQ, senza riuscire a rinnovare lo stupore suscitato dai suoi lavori precedenti.
Anna vince comunque una nuova sfida con sé stessa, confermandosi compositrice e interprete femminile (non se ne voglia…) di primo piano, il prodotto di una rara combinazione di bellezza e talento. Non c’è più il diavolo, non c’è più disperazione, non c’è sangue, bensì è la seduzione, in tutte le sue sfaccettature, a prendere – a tratti con glamour - il centro della scena.

Contributi di Ariel Bertoldo (“One Breath”)

Anna Calvi

Demoni, sangue e passione

di Claudio Lancia, Francesco Giordani

Eleganza decadente, suggestioni cinematografiche, sofisticati richiami alla grandeur di un’Europa d’antan, l’intima e primordiale radice blues. Questi gli elementi eterogenei che hanno permesso alla cantautrice e chitarrista inglese di definire un'identità riconoscibile, sublimando una rara combinazione di bellezza e talento

Anna Calvi
Discografia
 Attic Sessions (clip video, 2009) 7
 Jezebel / Moulinette (Ep, Domino, 2010)  
Anna Calvi (Domino, 2011) 8
 Blackout / Surrender (Ep, Domino, 2011) 
 Desire / Joan Of Arc (Ep, Domino, 2011)  
 Suzanne And I / Baby It's You (Ep, Domino, 2011) 
 Jezebel (French Version) / Wolf Like Me (Ep, Domino, 2012) 
One Breath (Domino, 2013) 7,5
 Eliza / A Kiss To Your Twin (Ep, Domino, 2013)  
 Suddenly / Fire (Ep, Domino, 2013)  
 Strange Weather (Ep, Domino, 2014)6,5
 Live For Burberry (live Ep, Domino, 2017)6,5
 Hunter (Domino, 2018) 7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Joan Of Arc 
(videoclip da Attic Sessions, 2009)
Blackout 
(videoclip da Anna Calvi, 2011)
Desire 
(videoclip da Anna Calvi, 2011)
Suzanne And I 
(videoclip da Anna Calvi, 2011)
Surrender
(live at Music Hall of Williamsburg in New York, 2011)
Eliza 
(videoclip da One Breath, 2013)
Love Of My Life
(videoclip da One Breath, 2013)
Jezebel 
(videoclip)
Don't Beat The Girl Out Of My Boy
(videoclip da Hunter, 2018)
Hunter
(videoclip da Hunter, 2018)
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