Dan Michaelson And The Coastguards

Distance

2014 (State 51) | songwriter, alt-folk

Foglie che ingialliscono, rami che si spogliano. E poi di nuovo un germoglio che si schiude. Le stagioni si susseguono l’una all’altra, insinuando una domanda inespressa: se la legge della natura è il mutamento, perché vorremmo che le cose che amiamo non cambiassero?
L’amore sembrava fatto per restare sempre verde, mormora Dan Michaelson nel brano iniziale di “Distance”. Poi lo sguardo scivola sui resti dell’autunno e la solitudine detta la risposta: “Remember how we swept lost leaves from around those trees/ Only fools think love is evergreen”.

È l’ombra della fine di un amore a permeare le canzoni del nuovo disco del songwriter britannico. Ma l’etichetta del break-up album calza meglio al precedente “Blindspot”: qui si tratta più che altro di provare a raccogliere i pezzi e incollarli insieme secondo una forma differente. In una parola, si tratta di misurarsi con il cambiamento.
“Ho avuto il tempo di osservare i cambiamenti intorno a me”, riflette Michaelson. “Foglie che cadono dagli alberi, fiumi che scorrono rapidi dopo la pioggia, rocce che resistono anche ai venti più impetuosi… Tutte queste cose si sono mescolate nei versi, dandomi una prospettiva diversa rispetto ai temi più familiari delle mie canzoni”.

Così, Michaelson ha riunito i suoi fidati Guardiacoste in uno studio nei sobborghi londinesi di Hackney, senza praticamente lasciare loro neppure il tempo di provare i nuovi brani. “Ho cercato di riflettere quelle idee di cambiamento naturale e progressione semplicemente registrando qualunque cosa sentissimo appropriata in quel momento. E alla fine ci siamo ritrovati con un disco pronto”.
Il timbro baritonale di Michaelson, da qualche parte tra Kurt Wagner e Bill Callahan, sa di mattine silenziose e di lunghe nottate insonni. Con la sua avvolgente profondità accarezza le melodie rarefatte dei brani, che sembrano dipanarsi come un’unica litania. Perché “Distance” è un disco fatto di sfumature quasi impercettibili, dal pianoforte di “Evergreen” alla pedal steel di “Every Step”. Ora il suono si fa più corposo (“Burning Hearts”), ora sfocia in una coda strumentale (“Somewhere”). Ma l’intimità del suo calore non muta, incorniciando ogni brano di intarsi di chitarra e bordoni di violoncello.

È un tipo schivo, Michaelson. Già quattro album alle spalle dopo l’esperienza con gli Absentee e una carriera finita solo di striscio sotto i riflettori (l’ultima volta nel 2013, quando il singolo “Sheets” ha conquistato la ribalta di Pitchfork). “Distance” è la conferma di un marchio di fabbrica sempre più riconoscibile, con Romeo Stodard dei Magic Numbers al basso e Johnny Flynn al violino che vanno ad aggiungersi alla formazione ormai collaudata dell’album precedente, oltre all’ausilio del produttore Ash Workman.
Verso dopo verso, l’amarezza dei Silver Jews va a coniugarsi con lo spirito da chansonnier di Leonard Cohen. “Non mi interessa scrivere canzoni su quanto sono felice”, osserva sornione Michaelson. “Per questo in ogni mio disco ci sarà sempre qualche cuore spezzato. Amo il linguaggio della tristezza, sento di comprenderlo e di poterlo usare. Lascio a Pharrell di vedersela con la felicità...”.

Eppure c’è uno spiraglio di luce che filtra nella stanza attraverso la polvere. Il chiarore della luna che si diffonde su una pila di vestiti sparsi, tanto quasi da poterlo toccare. “When I hold the light in my hands/ We know no end”, sussurra Michaelson in “Your Beauty Still Rules”. Qualcosa che duri per sempre: non c’è altro che conti davvero. Ecco perché non ci rassegneremo mai a vedere appassire le stagioni.

(27/07/2014)

  • Tracklist
  1. Evergreen
  2. Bones
  3. Burning Hearts
  4. Every Step
  5. Getting It All Wrong
  6. Evening Light
  7. Your Beauty Still Rules
  8. Somewhere
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