David Crosby

Croz

2014 (Blue Castle) | folk-rock

Cose dell’altro mondo: a ventuno anni dal precedente “Thousand Roads”, esce il quarto disco della più che quarantennale carriera solista di David Crosby. Già, proprio un nuovo album del settantatreenne monumento vivente, l’ubiquo della Rock and Roll Hall Of Fame (presente sia coi Byrds che coi compari Stills, Nash e Young) che all’altro mondo ha rischiato di finirci più volte, in un tourbillon di carcere, droghe e alcol, culminato con un provvidenziale trapianto di fegato vent’anni orsono, che tuttavia non è certo bastato a restituirgli una salute di ferro.

La sorpresa per questa uscita può essere appena attenuata dal progetto CPR, messo in piedi con il figlio James Raymond (il cui ricongiungimento col padre di sangue, che lo aveva dato in adozione quando era in fasce, è solo un capitolo dell’incredibile romanzo che è la vita di Crosby) e con lo storico sessionman Jeff Pevar, che ha fruttato due album di inediti (l’ultimo del 2001), e dal comeback con l’amico Graham Nash del 2004. Questo perché il vecchio leone californiano, sebbene abbia sempre proseguito la sua carriera on stage, non ha mai amato rinchiudersi in sala di registrazione, men che meno lavorando a progetti che lo vedono come unico attore: e infatti, anche questa volta, si è scelto dei collaboratori, componendo le canzoni con il figlio James e con il suo pupillo della sei corde Marcus Eaton, e attorniandosi di guest come Mark Knopfler, e la leggenda vivente della tromba Wynton Marsalis: sicuramente pochi rispetto al consueto, ma in linea con le esigenze dettate da un bugdet giocoforza ridotto. La scelta di lavorare con due compositori molto più giovani si rivela quanto mai felice, contribuendo a fare di “Croz” un disco più prossimo alle scritture modernamente pacate del nuovo folk, piuttosto che alle tensioni blues psichedeliche del capolavoro “If I Could Only Remember My Name”, o alla parata mainstream di “Thousand Roads”. Ne viene fuori un’opera intima e misurata, in cui a generare bagliori sono le sue undici canzoni, così scevre dalle distrazioni che sovente intaccano le produzioni sontuose, così corroborate da un piglio insospettabilmente fresco.

Levatevi però dalla testa le chiavi di lettura lo-fi che in tempi recenti possono aver fatto tendenza, giacché “Croz” mantiene un’aura di sobria ricercatezza che volentieri sconfina in una classe percepibile sin dalle prime battute, con “What's Broken”, in cui Knopfler sciorina le sue inconfondibili tessiture che colorano la voce tuttora morbida di Crosby. In “Time I Have” il mood diviene se possibile ancora più confidenziale, con una sezione ritmica dapprima sussurrata e poi crescente, sostenuta da un basso soffice e rotondo, in un brano che strumentalmente conduce più ai giochi chiaroscurali  del primo David Sylvian solista, piuttosto che alle luminosità californiane, e lo stesso si può dire per “Holding On To Nothing”, in un delicato intreccio di chitarra acustica e voci, in cui a far capolino c’è la tromba di Wynton Marsalis che, pur nelle sue poche battute, richiama proprio quella con cui Jon Hassell intarsiò “Brilliant Trees”. Le similitudini, siano esse suggestive o ardite, finiscono qui, perché le storie e i profumi di Crosby sono pur sempre quelli di un ex-hippie americano che si misura col suo intimo e con la realtà circostante.

Ed ecco allora che la West Coast ritorna tanto nella ballata elettrica e vagamente prog di “The Clearing” che nei soft-pop di “Radio” e “Dangerous Night”, che rimandano dritti ai Seventies di un forse dimenticato Stephen Bishop. Se “Slice Of Time” e “If She Called” sarebbero potute uscire dalle corde di Bill Callahan, “Set That Baggage Down” tocca molto da vicino la folk psichedelia dei bei tempi andati, mentre i fiati conferiscono a “Morning Falling” inedite sfumature etniche, così come quelli jazz di “Find A Heart” ricompongono gradazioni comprese fra James Taylor e Jackson Browne, pur declinandole in chiave fusion.

L’album di David Crosby va inserito fra quelli inaspettati di quest’anno, fortunatamente lontano dalle operazioni nostalgia che spesso coinvolgono le vecchie glorie, e ancora vicino a un talento che sembra davvero intramontabile.

(30/01/2014)



  • Tracklist
  1. What's Broken
  2. Time I Have
  3. Holding On To Nothing
  4. The Clearing
  5. Radio
  6. Slice Of Time
  7. Set That Baggage Down
  8. If She Called
  9. Dangerous Night
  10. Morning Falling
  11. Find A Heart 
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