Fredo Viola

Revolutionary Son

2014 (Self Released) | art-pop-rock

Sono posseduto dalla sindrome di Stendhal, uno stupore che mi impedisce da mesi di descrivere le delizie di “Revolutionary Son”, secondo capitolo discografico di Fredo Viola, musicista americano dalle lontane origini sicule. La sua musica coagula diverse esperienze, dai Beach Boys ai Sigur Ros, passando per Simon & Garfunkel, Belle And Sebastian, Bartok, Stravinsky e perfino i Thee Silver Mt Zion, dando vita a un suono originale e suggestivo; puro artigianato sonoro, che l’autore incastra in fantasiose creazioni di video-art con la tecnica del cluster.

La voce è la vera protagonista delle undici tracce, con polifonie barocche ricche di preziosi dettagli e incursioni spavalde in territori più avantgarde, che donano a “Revolutionary Son” quella compattezza che mancava al primo album “The Turn”.
Album non semplice da approcciare, soprattutto nelle pagine più ardue: la prima (“The Cult”) è un inquietante incrocio di voci e sospiri armonicamente surreale, diventata già oggetto di una splendida performance del gruppo multimediale The Lumiphonic Creature Choir.
Ancor più enigmatiche le evoluzioni di “A Flood In The Cellar”, dove estemporaneità vocali si districano tra orchestrazioni neoclassiche ricche di luci e ombre, dando corpo a una inedita sinfonia gothic.

"Revolutionary Son" è un disco che merita una fruizione non distratta per la sua complessa mistura di musica classica, folk gothic, gospel, contemporanea, surf e psichedelia, inoltre la collaborazione con la violoncellista Liuh-Wen Ting ha reso la musica di Fredo Viola più vulnerabile, spingendo l’autore a una cura dei dettagli quasi maniacale, evidente nell’intenso lirismo di “The Whites” e “Wood Smoke”(due delle migliori composizioni della sua carriera).
Il pregio maggiore dell'album è quello di donare fisicità e corpo ad astrazioni sonore ed emotive, che prendono spunto dal folk e dalla forza rituale del canto (Fredo è appassionato di mitologia greca e della figura di Dionisio), per tentare di esorcizzare il declino estetico della civiltà moderna (“The Happening”).

Resta comunque difficile descrivere con parole quello che vi attende tra queste undici tracce: armonie folk delicate adoranti di musica da camera (“Brights Unbrightened”), dondolanti trastulli psych-surf dal profilo esoterico (“Supplicant’s Song”), pop retrò dai toni prima vaudeville (“Ayres D’Cunha”) e poi stranamente giocosi (“A New Adventure”), e perfino evoluzioni vocali in bilico tra doo-wop e trance ipnotica ("Jackson Island”).

Un'esperienza sonora trasbordante di energia lirica, che non è detto troverete subito entusiasmante o avvincente, ma che stuzzicherà la vostra immaginazione, un album che sfugge dalla logica del puro prodotto per abbracciare ambizioni artistiche più nobili e durevoli.

(02/08/2014)



  • Tracklist
  1. Revolutionnary Son
  2. The Happening 
  3. Brights Unbrightened
  4. Supplicant's Song 
  5. Jackson Island
  6. The Whites 
  7. Wood Smoke 
  8. The Cult 
  9. A New Adventure 
  10. Ayres D'Cunha 
  11. A Flood In The Cellar


Fredo Viola su OndaRock
Recensioni

FREDO VIOLA

The Turn

(2009 - Because music)
L'esordio discografico del cantautore che si definisce un incrocio tra i Sigur Ros e i Beach Boys

Fredo Viola on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.