Laibach

Spectre

2014 (Mute) | elettronica

Torna la band slovena probabilmente più nota di sempre, il cui precedente album risale al 2006, non contando la colonna sonora per il film "Iron Sky" a sua firma. La curiosità è ovviamente alta, e l’etichetta Mute supporta come sempre i propri gruppi al meglio, offrendo tra l’altro il catalogo precedente a prezzi scontati.
 
Per i Laibach in genere si spendono più parole su chi sono e sul loro background, così stratificato e complesso che ha fatto alzare più di un superficiale sopracciglio e fatto studiare, sviscerare, discutere, appassionare più di una persona curiosa e intelligente.
Difficile sintetizzare la ventennale carriera di un collettivo che negli anni è passato dall’avanguardia provocatoria al “successo”, passando per la creazione di – addirittura! – un para-stato fittizio, totalitario e benevolo che rappresenta utopia e distopia assieme.
Ma, a parte le apparenze poco edificanti, il metodo e l’obiettivo del gruppo sono stati tra i meno compresi, seppur ampiamente sbandierati. Come i Pink Floyd di “The Wall“ riconobbero il fascinoso e al contempo pericoloso parallelo tra un concerto rock e un’adunata fascista, così i Laibach hanno usato la comunicazione, e nella sua apotesi la musica, per diffondere un messaggio e rendere esplicito quanta propaganda totalitaria e oppressiva esista al mondo, spesso mascherata e zuccherata. La tirannia ha mille forme tra religione, politica, guerra, capitalismo/consumismo/comunismo, ma tutto ha origine e bersaglio nella gente, quindi il messaggio dei Laibach è da e per la gente allo stesso momento, e il veicolo per tutto ciò è ovviamente la musica popolare nelle sue varie forme, veicolo di un messaggio totalitario e sua espressione tirannica assieme: rivisitazioni belligeranti di Beatles, Rolling Stones, Queen, ma anche di heavy metal, musica elettronica, opera e teatro, inni nazionali.
 
Cosa rimane di tutta questa impalcatura, di questa militaresca parata grottesca, ossimorica, grandiosa, tronfia, eterogenea?
Perso da tempo lo stimolo marziale (di cui resta solo in apertura la bella marcetta fischiettante di “Whistleblowers”, sequel della “Colonel Bogey March” scritta dal tenente F. J. Ricketts nel 1914, con sottofondo waveggiante) e delle rappresentazioni sinfonico-wagneriane che li fece conoscere nell’ambiente industrial (una perdita sentita sopratutto in “Volk”, banalizzando un contenuto drammatico), superata la svolta pienamente Ebm e quella chitarristica (di cui comunque rimane un po’ di entrambi, ad esempio in “Eat Liver!”, con il suo riff campionato), si acquisisce invece una produzione artistica molto pulita e la voce femminile di  Mina Špiler, che sa fare molto bene il suo mestiere, buon controaltare al grave declamare di Milan Fras, cui si aggiungono molte strizzate d’occhio alle tendenze del momento, senza scadere nel pacchiano.
 
I testi-slogan continuano a essere provocatori (citazioni di Occupy Wall Street e delle primavere arabe, le contraddizioni dei meccanismi politici), ma la musica si è aggiornata a incursioni dubstep (in “No History” e “Love On The Beat” ma in generale sparse un po’ ovunque), all'hip hop (in “Just Say No!”), alla digital hardcore in “Bossanova” o al future pop (nella succitata “Koran, dove si avvicenda col canto suadente e il lento del pianoforte), fino alle contaminazioni con fiati swing nel veloce ritmo di “Parade”. Il tutto senza però aderire mai completamente ad alcuna delle categorie menzionate. Ogni pezzo ha il suo punto di forza: “See That My Grave Is Kept Clean” non manca certo di potenza (con le sue distorsioni di synth simil-chitarra) o di magniloquenza, così come il tempo di quasi tutto il disco è decisamente trascinante, a partire dalla citata “Eat Liver!” al pop vitaminizzato di “We Are Millions And Millions Are One”, facendo intuire quanta carica abbiano voluto trasmettere e infondere al disco stesso. Rispetto al passato più recente, come l’album "WAT", che aveva l’eleganza e la possenza di un panzer, pur rovinato dal ritmo a tutti i costi, qui abbiamo una dichiarazione di intenti più genuinamente ballabile,  anche se si è in un certo senso ammorbidito l’impatto.
 
Alla fine però non è tutto oro quello che luccica, visto che non riescono a trovare il gancio che il pop necessita e che li ha resi così famosi in passato (polemiche a parte). Composizione, capacità di gestire stili differenti, melodie, produzione di buon livello ci sono, eppure sembra che senza l’appoggio di brani famosi da ricalcare e stravolgere, cercando solo di mimare la “musica di oggi”, assomigli al tingersi i capelli per sembrare più giovani. Se la musica pop è l’unica memoria storica tangibile nell’ultimo secolo che vede troppa cronaca per potersi fissare nella testa delle persone, non basta accodarsi al pop per farsi ascoltare cercando di rincorrere l’ultima notizia/ tendenza. E se non riesce a sovrapporsi a un nome famoso, che faccia da richiamo, da choc (basta immaginarsi se avessero scelto di fare una cover di Lady Gaga, ad esempio), da tormentone, il risultato assomiglia più a un esercizio di stile.
Quindi se piacciono i generi di riferimento, il disco potrà essere apprezzato, altrimenti continueranno a restare molti dubbi.

(15/04/2014)

  • Tracklist
  1. The Whistleblowers
  2. No History
  3. Eat Liver!
  4. Americana
  5. We Are Millions And Millions Are One
  6. Eurovision
  7. Walk With Me
  8. Bossanova
  9. Resistance Is Futile
  10. Koran
  11. Bonus Tracks
  12. The Parade 
Bonus Tracks
  1. Love On The Beat
  2. Just Say No!
  3. See That My Grave Is Kept Clean
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